Alex Zanotelli
SULLE STRADE DI PASQUA
VOCE DEI POVERI,
VOCE DI DIO
Il profetismo esiste ancora nella chiesa. Padre Zanotelli ne è un esempio.
Profeta non è chi preannuncia il futuro, ma chi parla in nome di Dio.
Questo piccolo libro è un libro di profezie. In queste pagine c'è tutta la
forza e la tenerezza di Dio, il giudizio di Dio sul mondo: che è un giudizio di
misericordia per chi apre il cuore e di condanna per chi continua a non
aprirlo.
La profezia di padre Alex prende corpo a Korogocho, esce “dai sotterranei
della vita e della storia”. Non ci sarebbe profezia se non ci fosse questa
incarnazione e questa croce. Essere voce di Dio e voce dei poveri è la stessa
cosa- Perché Dio si è fatto povero una volta per sempre, anche Lui senza
difese, se non quelle dell'amore, davanti all'indifferenza al potere, alla
cupidigia. Davanti al Sistema
Uscito da Korogocho e venuto per qualche mese in Italia, padre Zanotelli ha
guardato la nostra realtà con gli occhi dei poveri, con gli occhi di Dio e non
ha potuto, non ha voluto tacere davanti a niente e a nessuno. Non ha
risparmiato neppure il suo Istituto - che ama - e la chiesa italiana - che ama
-. Ha incontrato persone, gruppi comunità folle. Ha parlato a credenti e non
credenti impegnati e disperati e ha ripetuto a tutti lo stesso grido: i poveri
sono Cristo, il Sistema lo uccide ancora. Chi per disattenzione, per
indifferenza per colpevole compromesso o complicità non esce dal Sistema non
può dirsi innocente e non può avere il nome di Cristo sulle labbra.
Quella del missionario comboniano non è una sterile denuncia, non è una
forma di contestazione ormai datata. È, invece, l'annuncio di una “strategia
dello Spirito” nuova e profonda. Alle monache di un piccolo eremo, in cui padre
Alex ha trascorso qualche giorno di silenziosa preghiera, scrive: “... in un
mondo monetizzato, voi valete nulla. Eppure siete sfida radicale all'Impero del
male. La vostra contemplazione, la vostra preghiera unita all'immenso grido dei
poveri costituisce il cuore della resistenza a questo Sistema. I vostri
cenacoli di preghiera siano comunità di resistenza.. Chiedo a voi di celebrare
con tanta solennità le liturgie celesti, di riscoprire i segni, di inventarne
di nuovi', efficaci parlanti, perché anche le nostre liturgie occidentali,
diventate così asfittiche ed eteree, diventino vive, diventino parlanti,
diventino liturgie di resistenza” (pp. 15-16).
E, rientrato a Korogocho, manda a dire a tutti i suoi amici: “C'è bisogno
di una profonda spiritualità per resistere all'Impero del denaro” (p. 74).
Da questo libro appare che padre Zanotelli crede in una grande rete di
resistenza contro l'impero del male. Alla globalizzazione dell'economia deve
corrispondere la globalizzazione della solidarietà. Persone, gruppi,
organizzazioni, Enti locali, Istituzioni - e tutto ciò che esiste di buona
volontà nel mondo d'oggi - devono uscire allo scoperto, collegarsi senza
rivalità e senza steccati per resistere alla forza devastatrice di un'economia
del profitto diventata idolo, diventata dio al posto del Dio di Gesù Cristo.
Diceva Goethe che la grande poesia è poesia
d’occasione. Potremmo parafrasare dicendo che anche la grande spiritualità è
spiritualità d'occasione. Queste pagine non hanno niente del trattato
teologico. Sono pagine d'occasione; ma lo stesso sono pagine di grande
spiritualità: la spiritualità della Pasqua. Il Dio che liberò gli schiavi
dall'Egitto, che vinse il Mare e il Faraone; il Dio che liberò Gesù dalla morte
ed effuse lo Spirito sulla Terra è ancora fra noi. La speranza ha ancora la sua
tenda nelle immense, invisibili periferie urbane del Sud del mondo, nei campi
delle droghe e dell'AIDS, nei territori della disperazione giovanile...
Riconoscere Cristo nel volto dei tanti diseredati del nostro tempo, e
annunciarlo con animo di profeta - soprattutto se l'annuncio è legato a una
vita tutta consacrata al servizio degli ultimi -, vuol dire riconoscere e
annunciare la speranza. Perché Cristo è risorto, è vivo per sempre.
L'EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA
I testi di questo libro
sono stati pubblicati su “NIGRIZIA” dal Mese di Gennaio 1996 al mese di
dicembre 1997.
Sono
qui in una baita dell'Alta Val di Non per un periodo di preghiera e di
riflessione.
Fuori
nevica. Che spettacolo! In questo silenzio assoluto, in questo biancore
illuminante, la mia mente passa spesso da Korogocho... all'Impero del denaro.
Cercando di coniugare Vangelo ed economia. Un binomio che molti di noi
missionari ancora rifiutiamo. “I soldi sono soldi - mi ribatté un giorno
l'economo di qualche istituto religioso -. E il Vangelo è il Vangelo!”.
In
questi giorni ho avuto occasione di partecipare a vari incontri promossi da
“Beati i costruttori di pace”, dove si è parlato proprio di Vangelo ed
economia. In particolare l'incontro di Lonigo, dove abbiamo parlato di
“economia alternativa” - ma ormai bisogna parlare di “alternativa necessaria”,
se vogliamo sopravvivere a questo mondo. Si è parlato di MAG, quelle banche
“alternative” nate per accompagnare il commercio equo e solidale; si è discusso
della nascente Banca etica. Con tutti i difetti che potrebbero avere, sono
comunque i primi tentativi per tentare di coniugare Vangelo ed economia.
Ma
quale non fu la mia amarezza nell'udire da uno dei responsabili delle MAG che
gli istituti missionari italiani non avevano depositato i loro soldi in queste
banche. Ci sono rimasto veramente male.
E sono riandato
al Capitolo generale dei comboniani (1991), quando i capitolari hanno bocciato
una mozione (aveva avuto, mi pare, 27 firme!) che diceva: “Chiediamo che i
soldi dell'istituto comboniano non siano depositati presso quelle banche che notoriamente
sono conosciute per legami con il traffico di droga, armi ... ”. Se non esiste
questa sensibilità neanche nel Capitolo di una congregazione missionaria, cosa
posso aspettarmi dalla gente della strada? Davvero noi missionari, con le nostre
scelte economiche, proclamiamo una cattiva novella per i poveri del mondo.
Pellegrino sulle
strade d'Italia, ho letto e riletto un libro: Vicari di Cristo. I poveri
nella teologia e nella spiritualità cristiane (EDB), a cura del teologo
spagnolo González Faus. Mi ha molto impressionato vedere come la tradizione
biblica, o meglio la tradizione mosaico-profetica-gesuana continui per tutti i
venti secoli di storia della chiesa: cioè il primato dei poveri. È interessante
notare come i papi si siano appropriati dell'appellativo di “vicari di
Cristo”, mentre i dottori della chiesa lo avevano dato ai poveri: sono i poveri
il volto di quel povero Cristo.
“Avido è colui
che non si contenta del necessario e ladro è colui che toglie agli altri quanto
è loro - diceva Basilio nel IV secolo -. E tu non sei forse avido o ladro, nel
momento in cui ti appropri di ciò che ti fu dato soltanto perché tu lo
amministrassi? Se diamo il nome di ladro a chi spoglia dei propri abiti uno che
è vestito, daremo forse altro nome a chi non veste un ignudo, pur potendolo fare?
Il pane che tu tieni per te è quello dell'affamato”.
È questa
tradizione che dura, costante, con tutte le mediazioni che González Faus ci
spiega così bene, fino al Vaticano II. L'ultimo brano di questa antologia
stupenda è infatti un testo di padre Ellacuría, ucciso in El Salvador insieme
ad altri tre gesuiti, che afferma con molta durezza che “nel Salvador anche
l'estrema destra è arrivata nel suo complesso a riconoscere che, nel paese, il
problema principale non è la povertà ma la miseria, la quale colpisce più del
60% della popolazione. Questo accade oggi a pochi chilometri da quello che è il
cuore stesso del capitalismo internazionale”.
E padre Ellacuría
chiede “che si vada verso una civiltà della povertà, che si contrapponga a
quella civiltà della ricchezza che sta portando il mondo alla propria
consunzione senza per altro conseguire lo scopo di dare agli uomini la felicità
che loro spetta”. Da Basilio a Ellacuría abbiamo una tradizione ininterrotta
che mette al centro i poveri e domanda che lo “spezzare il pane” sia il cuore
dell'esperienza cristiana. E questo vale per i singoli cristiani come per le
comunità e per l'istituzione chiesa.
Ne troviamo una
splendida esemplificazione in un testo di sant'Ambrogio, vescovo di Milano e
dottore della chiesa, quando parla dei beni della chiesa: “Colui che inviò
senza oro gli apostoli (Mt 10,9) fondò anche la chiesa senza oro. La chiesa
possiede oro non per tenerlo custodito, ma per distribuirlo e soccorrere i
bisognosi. Dunque che bisogno c'è di conservare ciò che, se lo si custodisce,
non è in alcun modo utile? Non è forse meglio che i sacerdoti fondano l'oro per
il sostentamento dei poveri, piuttosto che di esso si impadroniscano
sacrilegamente i nemici? Forse non ci dirà il Signore: Perché avete tollerato
che tanti poveri morissero di fame, quando possedevate oro con il quale
procurarvi cibo da dare loro? Meglio sarebbe stato conservare i tesori viventi
che non i tesori di metallo”.
E questo
suggerimento di Ambrogio viene ripreso da Giovanni Paolo Il nella Sollicitudo
rei socialis, che raccomandava di ritornare a quell'antica pratica.
Proprio in questi
giorni mi è capitata tra mano un'inchiesta della Fondazione Tonino Bello su come
le diocesi italiane abbiano risposto al suggerimento papale. Lettera morta.
Quando le nostre
chiese italiane così cariche di oro e di beni troveranno il coraggio di muovere
i primi passi verso questa prassi? Davanti all'immane tragedia dei poveri, le
nostre chiese resteranno ancora titubanti? “L'addobbo dei sacramenti è la
redenzione, ossia il riacquisto dei prigionieri - scrive Ambrogio -. Vasi
autenticamente preziosi sono quelli che servono a redimere gli uomini dalla
morte. Tesoro vero è quello che realizza ciò che il Signore operò col
proprio sangue”.
Carissime[1],
grazie per avermi
accolto e avermi fatto sentire a casa nella gioia dell'incontro, spezzando il
pane della “sororità”. Una settimana di riposo-contemplazione, quella del
settimo giorno. Tempo perso, come sono persi coloro che vivono nei sotterranei
della storia. Anzi “inutili”, come afferma la Banca mondiale di oltre un
miliardo di esseri umani. Proprio come voi, donne contemplative: inutili perché
non producete nulla per la Grande Economia. In un mondo monetizzato, voi valete
nulla.
Eppure siete
sfida radicale all'Impero del denaro. La vostra contemplazione, la vostra
preghiera unita al grido immenso dei poveri, costituisce il cuore della
resistenza a questo Sistema. I vostri cenacoli di preghiera siano comunità
di resistenza. Lo chiedo a voi, e tramite voi a tutti i monasteri di
contemplative. Soprattutto nelle vostre liturgie, luogo per eccellenza di
resistenza all'Impero del denaro. La liturgia infatti non è solo memoria, ma è
costitutiva della realtà: crea quel mondo “altro” che attendiamo in
contrapposizione al mondo imperiale, all'Imperium. Basta rileggere
l'Apocalisse, libro principe della resistenza, per rendersene conto. Le
liturgie celesti (in realtà molto terrestri perché celebrazioni delle piccole
comunità dell'Asia Minore) sono il rifiuto categorico delle liturgie imperiali
in onore della “Roma eterna” e della sua incarnazione nell'imperatore regnante,
il salvatore del mondo”. “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la
gloria, l'onore e la potenza ... ” e non Cesare!
Chiedo a voi, che
celebrate con tanta solennità le liturgie celesti, di riscoprire i segni, di
inventarne di nuovi, efficaci, parlanti. Perché anche le nostre liturgie
occidentali, diventate così asfittiche ed eteree, diventino vive, parlanti,
diventino liturgie di resistenza.
Non solo i segni
liturgici, ma anche i segni nonviolenti che utilizzate nel vostro vivere
quotidiano.
Fateci conoscere
quali metodi nonviolenti usate che vi permettono di vivere un'esistenza riconciliata,
per anni e anni relegate dietro una grata entro pochi palmi di terreno. Fateci
sapere come disinnescate la spirale di violenza dentro di voi e tra di voi. È
importante per noi che viviamo in un mondo violento che nasce da una violenza
che cova dentro ognuno di noi. Fateci dono delle vie che voi usate per uscire
da quella spirale violenta che porta ognuno, le nostre famiglie, le nostre comunità,
le nostre nazioni nel baratro della violenza apocalittica.
Vi chiedo questi
tre doni (“oro, incenso e mirra”): lo chiedo a voi, lo chiedo a tutti i
monasteri di contemplative in Italia, il vostro grande contributo affinché
vinca la Vita e rinasca la speranza (“La fede che preferisco, dice Dio, è la
speranza”, Péguv). “La speranza apre spazi in profondità dentro le oscurità
della storia, apre orizzonti, squarcia, anche se per poco, il cielo”, mi ha
scritto di recente la vostra responsabile, Chiara Patrizia. “Sono attimi, ma
che nascono da questo Mistero, dal perseverare nello stare, in silenzio,
davanti al Signore”. “In questa notte oscura continua la vostra madre citando
M. Buber - non si tratta di mostrare una strada. Si tratta di aiutare a
perseverare con animo pronto, finché sorgerà l'aurora e una strada si mostrerà
ai nostri occhi, là dove nessuno la vedeva”.
Io nei
sotterranei della vita e della storia - dove ritornerò tra poco -, voi relitti
umani nel fiume della storia come i poveri di Korogocho, unico volto di quel
povero Cristo. Teniamoci per mano.
Pasqua è il cuore
dell'esperienza cristiana. È la festa del Sogno di Dio che Mosè tentò di esprimere
storicamente in quella folgorante esperienza della Pasqua ebraica. Il Sogno di
Mosè (un'economia di uguaglianza che domandava una politica di giustizia ed
esigeva una religione del Dio libero) faceva a pugni con l'Impero faraonico -
basato su un'economia di opulenza che richiedeva una politica di oppressione e,
come conseguenza, una religione del dio prigioniero del Sistema.
Ma la vittoria di
Yahvé sul Mare, sul Faraone, con la conseguente liberazione degli schiavi
ebrei, è il segno che il Sogno ha un futuro. È il Sogno che Gesù rilancerà in
quella Galilea schiacciata dall'imperialismo romano legato al Sistema del
Tempio... “Il regno di Dio ... ”, gridava Gesù. “Gesù denunciò il Sistema di
dominazione del suo tempo e proclamò l'avvento del regno di Dio - scrive il
biblista americano W. Wink - che avrebbe trasformato ogni aspetto della
realtà anche la struttura sociale dell'esistenza. Per questo lui
diede inizio ad una Antistruttura che offriva un asilo a coloro che dopo aver
incontrato Gesù non avevano altro luogo ove andare (prostitute, “peccatori”,
senza terra). Faceva sbocciare una nuova esistenza sotto Dio, libera dal
legalismo e dal codice di purezza. Liberava la gente anche dalla spiritualità
alienante dell'ethos ellenistico. E aveva messo in moto una rivoluzione
permanente contro il Sistema delle Potenze, le cui conseguenze stiamo ancor
oggi appena iniziando ad intravvedere”.
Per questo
l'Impero e il Tempio videro quell'uomo come una minaccia radicale: doveva
morire!
Gesù aveva
minacciato i Poteri costituiti, politico-religiosi, che lo condannarono alla croce:
suprema forma della deterrenza romana, riservata agli schiavi e ai sobillatori!
Ma a quella vittima dell'Impero, appesa fuori le mura di Gerusalemme, Dio
rimane fedele. È vivo! È Dio che vince, non l'Impero!
Questo Dio delle
vittime, dei poveri, degli oppressi, degli esclusi... ci spinge (come ha mosso
Gesù) a tentare di far rinascere il Sogno oggi. A fare Pasqua. “Il
Vangelo - dice Wink - non è un messaggio di salvezza personale da questo
mondo, ma un messaggio per creare un mondo trasfigurato, fin nelle sue
strutture fondamentali”.
La Pasqua quindi
è non solo convocazione della persona, ma, partendo dalla persona va alla trasformazione
sociale e strutturale... “Noi lentamente iniziamo a leggere gli eventi del
nostro tempo - scrive ancora Wink - rispettando sia il sociale che il
personale. L'irriducibilità del personale al sociale e l'irriducibilità del
sociale al personale: questi due principi formano un'indissolubile e necessaria
dualità che deve essere mantenuta contro tutti i tentativi semplicistici, di
riduzionismo individualistico come sociologico. Dio vuole la trasformazione sia
della persona che della società”.
I marxisti
sostengono che sono le strutture a fare l'uomo: cambiando la società, l'uomo
cambia. Storicamente, questo si è dimostrato falso (nell'Est europeo non è
certamente nato l'uomo nuovo!). I cristiani hanno sempre sostenuto: cambia
l'uomo e la società cambierà. E anche questo non è vero. Il Vangelo è stato
capace di cambiare radicalmente uomini come Saulo e Francesco; eppure - asserisce
Hurley, arcivescovo emerito di Durban (Sudafrica) - in venti secoli di
cristianesimo non abbiamo società o nazioni radicalmente trasformate dal
Vangelo.
Rendiamoci conto
che la verità sta proprio nel saper coniugare queste due intuizioni. La conversione
è chiaramente personale. Ma, mano a mano che uno si converte, deve rendersi
conto che o cambierà le strutture che lo circondano, oppure saranno le
strutture a farlo ritornare quel “pagano” che era. Non c'è Pasqua se non
riusciamo a coniugare il personale con il sociale perché vinca la Vita.
Questi mesi mi
hanno visto pellegrino sulle strade d'Italia, dal Trentino alla Sicilia.
Quattro mesi fatti di volti, di incontri... intensi e belli! Hanno costituito
per me una straordinaria ricchezza umana e spirituale. Per la prima volta nella
mia vita ho sentito il battito di questo nostro paese, in questo difficile
momento storico. Le incognite sono molte e pesanti, eppure sono rimasto
sconvolto da due fatti positivi. Primo: in questo paese c'è tanta gente sana,
che riflette, che è disposta a fare emergere il nuovo (è minoranza, ma
consistente, sulla quale è possibile far leva per far lievitare la massa).
Secondo fatto, la straordinaria ricchezza, sia a livello civile come ecclesiale,
di gruppi, associazioni, movimenti comunità... che costituiscono un continente
sommerso.
La cosa
sconvolgente è proprio che tutta questa ricchezza umana e sociale rimane
sommersa. Quasi nulla di tutto ciò emerge, diventa opinione pubblica... e questo
in un momento grave per il nostro paese, dove c'è bisogno di una vigorosa
opinione pubblica che contrasti la propaganda dei media controllati dal potere
economico.
Ho riflettuto a
lungo su questo aspetto con amici, comunità, personalità di spicco. È da questa
riflessione che è nata, lungo il viaggio, la proposta di far partire in ogni
regione un “referente”, cioè un punto di riferimento che possa servire come
strumento per far emergere tutto questo sommerso.
Si tratta di
questo. In una regione, prendiamo la Lombardia, i gruppi, i movimenti, le
associazioni si scelgono un unico punto di riferimento, che sia già una realtà
operativa. Cioè la sede di un'organizzazione centrale ed attiva che ha già una
sua segreteria efficiente. Come Mani Tese per la Lombardia. Quando succede
qualcosa di importante e vitale (vedi decreto legge sugli immigrati), ogni
gruppo o associazione della regione invierebbe il suo punto di vista alla
segreteria di Mani Tese a Milano. La quale si mobiliterebbe per elaborare un
“comunicato” seguito dalle firme dei gruppi e delle associazioni, per poi farlo
girare ed entrare nei circuiti di giornali locali, radio, Tv, settimanali e
così via.
In poche parole
si tratta di un suggerimento per far uscire il sommerso (così ricco e bello!)
di questo paese e farlo diventare opinione pubblica. È un'operazione appena
abbozzata lungo il viaggio, che domanderà ancora molto sforzo per arrivare a
qualcosa. È un piccolo seme che se attecchisce potrebbe portare lontano. Nella
profonda convinzione, a cui sono giunto nella vita, che o tutto è assurdo o
tutto è Grazia. Almeno per me, questo viaggio è stata una Grazia. E ritorno con
rinnovata gioia nei sotterranei della vita e della storia.
Sono tornato a
Korogocho nei sotterranei della vita e della storia. Guardando ai sei mesi
trascorsi in Italia mi tornano in mente tante cose positive, ma una mi
sconcerta: il modo in cui in Italia stiamo preparando il Giubileo dell'anno
2000, mentre la sofferenza attanaglia tanti poveri nel mondo ed è in atto un
impoverimento globale ed incessante.
Sono rimasto
sorpreso dal fatto che questo Giubileo è gestito soprattutto in chiave
turistica. Al di là delle belle parole e delle commissioni ad hoc, è
essenzialmente un'operazione turistica di enorme rilevanza che muove un sacco
di soldi. Soldi dei ricchi naturalmente, perché sono soprattutto loro a
viaggiare. In secondo luogo sono rimasto perplesso nel vedere che lo stato
italiano ha deciso di spendere 3.400 miliardi per Roma, perché possa prepararsi
a questo evento.
Sta succedendo
che davanti ad un Giubileo che dovrebbe portare questa chiesa a riflettere
seriamente su che cosa fare per salvare questo mondo e per diventare grido per
i poveri, si va a preparare un evento all'insegna dell'economicismo e della
speculazione commerciale più bassa. Tutto ciò per me è una mazzata
tremenda.
Mentre lo stesso
papa è tornato sull'idea del Giubileo biblico (che prevedeva la restituzione
della terra agli antichi proprietari e la cancellazione dei debiti), si va
preparando qualcosa che è parte integrante del sistema economico dominante.
Spero che l'esortazione di Giovanni Paolo Il sia ascoltata e porti a un vero
Giubileo, con la cancellazione dei debiti del sud del mondo, con una chiesa che
abbia il coraggio di contestare radicalmente questo sistema, additandolo per
quello che è, cioè peccato, e invitando le comunità cristiane alla resistenza e
al cambiamento perché possa vincere la vita e i poveri possano respirare. È
questo il vero cuore del Giubileo che invoco da Korogocho.
Che bello
ritornare nei “sotterranei” della vita e della storia! Che bello ritornare alle
piccole comunità cristiane, alle eucaristie celebrate nel cuore della notte con
i malati di Aids, alla lettura del Vangelo fatta dai raccoglitori di rifiuti -
la piccola comunità cristiana della discarica. Pochi giorni fa ho letto con
loro il Vangelo per la festa del Sacro Cuore: “Ti lodo, Papi, perché hai tenuto
nascoste queste cose ai sapienti, ai grandi, e le hai rivelate ai poveri, agli
ultimi” (Mt 11,25-30). Che bello ascoltare gli ultimi, lodare il Papi perché
davvero continua a compiere le sue meraviglie in loro, nella gente della
discarica... qui, oggi!
Che potenza nella
lettura della Parola fatta dai poveri, dai malati di AIDS, dalle ragazze di strada...
Che potenza quando tutto questo diventa celebrazione solenne, festante nel
giorno del Signore! Che festa la liturgia domenicale nella parrocchia di Saint
John! La gente, umile e povera, esce con il sorriso sul volto... così
differente dalla gente che vedevo uscire dalle nostre chiese in Italia, la
domenica mattina con il viso triste! “Ma da dove venite?”, mi capitava di
chiedere loro. “Da messa!”, mi rispondevano.
È forse questa la
fotografia più vera della nostra chiesa italiana: una chiesa ricca con templi
sontuosi, con chiese bellissime, ma triste e fredda! La freddezza della gente,
durante le nostre liturgie (che non sono più celebrazioni) dove non si riesce
quasi neanche più a darsi la mano! Cerimonie che non scaldano il cuore!
Liturgie senza un popolo.
Sentita e vista ora da Korogocho, dopo che per sei
mesi ho camminato con voi sulle strade d'Italia, la chiesa italiana, nel suo
insieme, mi sembra ricca e fredda, distante... Ritornando dopo anni di assenza,
ho trovato una chiesa ancora più inserita nel sistema, direi ancora più
funzionale al sistema.
È incredibile
vedere come il popolo cristiano stia assumendo, bevendo quei “valori” tipici
della società consumistica. È la paganizzazione dei nostri cristiani, è la
materializzazione delle nostre coscienze. Gli dèi dell'Impero del denaro
(soldi, successo, potere, sesso ...) sono diventati il dio dei cristiani. È
questo il grande tradimento che avviene all'interno della nostra chiesa
italiana. Ed è proprio questo che alla fine ci rende sempre meno persone,
sempre più cose.
Purtroppo anche i
preti, in generale, sono lontani dall'essere quella voce provocatoria
all'interno delle comunità cristiane. Ho trovato sacerdoti stanchi, delusi,
disorientati... (con delle stupende eccezioni che mi hanno fatto gioire!). E
così dicasi dei vescovi, anche qui con poche eccezioni. I vescovi sembrano
prigionieri della paura. Ma paura di chi, di cosa? La nostra è una chiesa che
manca di coraggio, di profezia, di futuro. Chiesa italiana, coraggio! La chiesa
dei poveri ti saluta e prega per te.
Korogocho è un
luogo privilegiato dove posso osservare la sofferenza dei poveri, frutto di un
sistema che schiaccia inesorabilmente la gente. Da qui posso osservare e
sentire la lunga via crucis di tanti popoli crocifissi d'Africa. È il dramma
del Sudan che seguo molto da vicino e che è diventato un rebus quasi
insolubile. È il dramma del Rwanda, con quell'immenso lago di sangue che sembra
prolungarsi nel Burundi, nel quale pare riprodursi la stessa spirale di
violenza. È il dramma dello Zaire, dove la gente tenta semplicemente di
sopravvivere (la Nigeria è un caso analogo). È il dramma della Liberia,
dell'Angola, dell'Algeria... Un continente “svenato”, come diceva Eduardo
Galeano dell'America Latina.
Qui a Korogocho
percepisco ancora di più la sofferenza immane di questo continente e dei suoi
popoli. Eppure l'Africa nera è un continente che vuole vivere. Qui si sente una
voglia immensa di vivere: voglia di vivere e di danzare, nonostante la lenta
morte economica che strozza il continente. L'Africa diventa sempre più
emarginata, dimenticata, marginale. Soffro perché questo dramma immenso sembra
rimosso dall'opinione pubblica mondiale. È questo che mi ha ferito durante il
mio viaggio in Italia: i drammi di questo continente non entrano nei nostri
circuiti d'informazione se non quando c'è un colpo di stato o qualche massacro
oppure, soprattutto, quando c'è qualche italiano coinvolto o che è stato
rapito.
Puoi sfogliare i
giornali italiani, pagine, centinaia di pagine, senza trovare una notizia
sull'Africa. Eppure qui le notizie ci sono e sono di una drammaticità... ma il
silenzio rimane. Perché? Perché questo disinteresse? So che i mass media sono
in mano alle potenze economiche... ma quello che mi ha fatto ancora più male è
l'aver visto che chi “lavora” per questo continente sembra andare per la propria
strada.
C'è stato il
tentativo del “Gruppo Africa” di mettere insieme organismi, istituti, persone
interessate per far parlare dell'Africa sui nostri mezzi di comunicazione. Un
tentativo generoso, ma siamo così lontani! Vorrei che noi missionari facessimo
un po' di autocritica prima di criticare gli altri.
A me fa specie
che in Italia, dove ci sono centinaia di curie generalizie di istituti e
congregazioni missionarie, ognuno marci per proprio conto: ognuno ha il suo
bollettino, la sua rivista... una dispersione di soldi, di forze, di mezzi.
Nessuno sforzo per aggregarsi, per far cambiare in Italia la politica estera,
la politica economica. Se le varie forze missionarie si unissero, che forza
eserciterebbero sull'opinione pubblica!
Forse potremmo
ritornare ad una proposta che avevo fatto in un editoriale di “Nigrizia”: che
tutte le forze missionarie e gli organismi di volontariato internazionale
tentino, all'indomani del sinodo africano, di ritrovarsi' in un loro “sinodo”
per vedere come rispondere a questa sfida di vita o di morte che pone l'Africa
di oggi.
Avremo la grazia
di vedere questo evento concretizzarsi davanti a un'emergenza Africa” sempre
più grave? È su questa strada che dovrà muoversi l'impegno delle forze
missionarie in Italia.
Da questa baracca
di Korogocho è passata molta gente, molti amici provenienti da tutti gli angoli
del mondo. E gli incontri sono sempre molto intensi e ricchi (... i volti!).
Giorni fa è passato un sacerdote italiano che ha esternato tutto il suo
stupore: un po' ovunque in Africa si è trovato davanti al fenomeno di religiosi
che vivono in splendide palazzine davanti alla più squallida miseria umana.
Era rimasto
particolarmente colpito dal Madagascar dove, davanti a tanta miseria (la
situazione economica sembra precipitare in quel paese), i religiosi
costruiscono case di lusso e vivono una vita borghese! E questo sotto gli occhi
degli impoveriti, dei “crocifissi della storia”. Molti passando qui per questa
baracca mi hanno raccontato il loro stupore e meraviglia davanti a queste
assurdità. Mentre il continente sprofonda nella miseria, i religiosi sembrano
vivere nell'agiatezza delle loro ville.
Non devo andare
molto lontano per vedere questo fenomeno. Nairobi, dove vivo, ne è uno splendido
esempio. In questa città, dove il 60 per cento della popolazione vive
accatastata in enormi baraccopoli e concentrata nell'uno per cento della terra
disponibile, i religiosi vivono in splendide ville sepolte nel verde e nei
fiori, nelle zone della Nairobi-bene! Abbiamo a Nairobi oltre 150 comunità religiose...
davanti a cloache di miseria e di degrado umano.
Madagascar,
Nairobi... è questo il vento dei “religiosi” che tira in Africa, un'Africa che
sta andando alla deriva. Coloro che dedicano la loro vita a Dio vivono nella
bambagia davanti alla miseria, alla povertà, al degrado... E tutto questo senza
porci troppi interrogativi o problemi. In solenni cerimonie, centinaia di
giovani professano il loro voto di povertà... quello che questo voto significhi
in questo contesto, non riesco ancora a capirlo.
Sono contento che
vari vescovi africani se ne siano accorti e lo abbiano detto al sinodo sulla
vita religiosa. Hanno detto in aula che in Africa i religiosi farebbero bene a
smettere di professare il “voto di povertà”, che non ha quasi nessun
significato (visto il contesto!) e a cambiarlo invece con il voto di
solidarietà con i poveri!
È l'unica cosa
onesta che noi religiosi possiamo fare qui in Africa. Però per farlo dobbiamo
avere il coraggio di uscire dalle nostre villette per scendere nel fango e
nella polvere con la gente! Solo così la vita religiosa in Africa avrà un
futuro. Non c'è futuro in Africa per certe congregazioni europee che per
rivitalizzarsi e per rinascere attuano un reclutamento forsennato.
Mi vengono in
mente le parole dure di Gesù: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti:
percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo
rendete figlio della Geenna il doppio di voi!” (Mt 23,1). C'è bisogno di una
svolta radicale, se la vita religiosa vuol avere un futuro in Africa e nel
mondo.
Sono qui nel
capannone della comunità di Mukuru, la discarica di Nairobi. Mi ritrovo qui
tutti i lunedì per l'incontro di comunità. Ma oggi è un lunedì speciale. Il
capannone è pieno di gente, l'umile e disperata gente di Korogocho. Sono
proprio i gruppi più poveri e più disprezzati: la gente della discarica, i
ragazzi di strada, gli ubriaconi, le prostitute...
Oggi si sono dati
appuntamento qui per dare il benvenuto a due ospiti, il dottor Argendona e il
dottor Populin, dell'Organizzazione mondiale della sanità, venuti appositamente
per lanciare un progetto-pilota di CBR (riabilitazione su base comunitaria). Un
progetto, un'idea nata lo scorso anno a Manila in un incontro piuttosto
insolito, fatto da una decina di persone, tutte coinvolte nelle periferie urbane
da Manila a Salvador Bahia, da Bombay a Nairobi.
La grande sfida
allora lanciata era: è possibile costruire comunità nelle baraccopoli (dove non
esiste comunità) a partire dai gruppi più emarginati (ragazzi di strada,
alcolizzati, prostitute ...)? In poche parole: possono gli ultimi della
società e della storia costruire il nuovo, essere portatori di speranza? È
una bella sfida! Ascolto commosso le parole urlate di Okech, pastore della
chiesa maranatha. Legge la Genesi: “Poi Giuseppe disse ai fratelli: "Io
sto per morire ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese,
l'Egitto, verso il paese che egli ha promesso con giuramento ad Abramo, Isacco
e Giacobbe"”. Con voce roboante continua: “È una parola, è una promessa
fatta a noi oggi... Non possediamo nulla... Il governo può venire domani e
sbancarci tutti.. Siamo oppressi, schiacciati... Non ci sono scuole per i
nostri bambini... Ma Dio è vicino, Dio non ci ha dimenticato. Dio non ci
lascerà in questa situazione per sempre, vedremo il giorno della salvezza. Sarà
oggi?”.
Poi, tra lo
sventolìo di bandierine, lattine e coperchi di plastica (il riciclato della
discarica), è un succedersi di volti (belli!) in rappresentanza di oltre venti
gruppi o comunità di emarginati... Un senso profondo di festa e di gioia
pervade l'assemblea. Ognuno presenta brevemente il proprio gruppo o la propria
comunità di emarginati. È una lunga lista di Vip dei sotterranei della vita e
della storia”. Charles presenta la prima comunità della discarica (che ha preparato
alla grande l'ambiente per l'incontro), Macharia presenta la seconda (quella
che va in città a raccogliere i rifiuti nei grandi edifici)... Jamima presenta
la comunità delle donne che fanno il changoa (liquore proibito dal governo)
e che si chiama Kubadilisha maisha (Cambiare vita). Applausi a non
finire.
Leah presenta le
ragazzine che prima si guadagnavano da vivere in città. Ed ora hanno iniziato
la comunità dell'Udada. Otieno presenta i ragazzi di strada. E così via... Mi
sembra la “lega degli ultimi”! Mi viene da piangere. Era questa la rivoluzione
che ha sognato Gesù in quella Galilea dei disperati? “Ti lodo e ti benedico,
Papi, perché hai tenuto nascoste queste cose ai potenti e le hai rivelate ai
poveri”. Aveva ragione il pastore Okech: “Dio è vicino! Non ci ha dimenticato.
Ha un sogno per noi. Un grande sogno!
Tra colline di
sporcizia e rifiuti fumanti come vulcani, sotto un sole cocente, attenuato da
un leggero vento, un misto di acido e polvere, nel cuore di Mukuru - la
discarica di Nairobi - celebro l'eucaristia. Seduti su cumuli di sporcizia,
centinaia di raccoglitori di rifiuti, in religioso silenzio, aspettano, con il
sacco in mano, di scattare non appena i camion della nettezza urbana
scaricheranno il loro prezioso fardello. Accanto a loro centinaia di enormi
uccellacci rapaci, brutti e spennacchiati (bong’au) in cerca anche loro
di cibo... Una vera visione apocalittica.
Sotto di noi, a
un tiro di schioppo, Korogocho, che come serpente si perde all'orizzonte.
“Il Signore è con
voi!”, urlo a questa straordinaria assemblea. Il Signore è davvero con questa
gente (è l'Emmanuele). Se c'è, non può essere che qui. Dò il benvenuto (karibuni)
alla prima e alla seconda comunità di Mukuru e a tutti i raccoglitori di
rifiuti, a tutti i ragazzi di strada. Guardo quei volti, sporchi di polvere e
sudore... “lo sono il Buon Pastore - così recita la Parola del Vangelo -,
conosco le mie pecore ed esse mi conoscono... Sono venuto perché abbiano la
vita e l'abbiano in abbondanza”.
I paria della
storia sanno che Lui è il Padre Buono (gli altri sono ladri e briganti!). Lui
li chiama, uno per uno, per nome (a Nairobi sono dei vermi!). Ma anch'essi lo
conoscono. È venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. “Come
voi?”, chiedo. “La nostra non è vita!”, mi rispondono.
Entro nei loro
problemi vitali. Decidono di citare in tribunale gli ospedali che buttano nella
discarica siringhe, sangue... (quanta gente si è presa l'AIDS raccogliendo
rifiuti!). Decidono anche di organizzarsi per controllare le incessanti
esalazioni che rovinano i polmoni di chi lavora in questo inferno...
Qui la Parola è
sempre così vera, attuale... “È Lui il Padre Buono che con mano potente ci sta
tirando fuori dall'Egitto, da questo inferno - dice Sarah della piccola
comunità cristiana di Mukuru. Voglio cantare le sue meraviglie”. Poi tutti
iniziano la preghiera. Sono invocazioni a voce alta, che ti toccano il cuore.
Poi Sarah gira tra la gente benedicendola con l'acqua... Spezziamo il Pane “dato
per voi” con questa grande cerchia di uomini, donne e bambini che vivono sui
rifiuti della società. La grande famiglia di Dio, la famiglia dei poveri. È
l'alleanza, “il calice del mio sangue”, dell'Abbà con gli ultimi della terra. È
il Dio-con-noi: è l'Emmanuele, è Natale!
In quel momento
arrivano i camion della nettezza urbana... e i raccoglitori corrono verso i
rifiuti. Rimango con pochi attorno all'altare improvvisato su un pezzo di legno
e vimini scartati.
È Natale... Lo
celebrerò così alla discarica spezzando il Pane con gli ultimi della terra.
E il vostro dove
sarà? Lo potete ancora celebrare nell'opulenza delle vostre città illuminate a
giorno? Quel Bambino che è nato “fuori le mura della città” può ancora nascere
in quel vostro mondo opulento?
Ci capisco sempre
di meno. Ma di una cosa sono certo: Gesù, oggi, nasce a Mukuru.
Da Korogocho, jambo!
Dai sotterranei della vita e della storia, il mio augurio di Buon Anno. Non è
facile augurare Buon Anno quando si è testimoni oculari dei disastri prodotti
dai signori della morte, qui a Korogocho e in quest'Africa sempre più alla
deriva. Eppure è proprio qui, dove più si sperimenta la morte, che più si vive
la vita. È qui che si tocca con mano la chiesa dei poveri, dei diseredati,
degli schiacciati, dei rifugiati, che continua a pregare, sorridere, danzare,
sperare nonostante tutto. È la chiesa dei martiri... di “coloro che sono
passati per la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole
candide col sangue dell'Agnello”. (Ap 7,14). Semplici cristiani, sacerdoti,
suore e vescovi capaci di donare la propria vita per i fratelli, in difesa
della giustizia, per i grandi valori del Regno.
Fino a ieri è
stata l'America Latina il continente dei martiri. Ho l'impressione che oggi
l’Africa stia raccogliendo il testimone. Il 1996 ci ha regalato tre grandi
martiri africani: Pierre Claverie, vescovo di Orario (Algeria), Joachim Ruhuna,
vescovo di Gitega (Burundi), e Christophe Munzihirwa, vescovo di Bukavu
(Zaire). Tre giganti dell'Africa, morti perché hanno scelto la giustizia e la
vita.
“I loro carnefici
hanno commesso il peggiore dei crimini: hanno rinnegato Dio, il Creatore. Non è
uccidendo che restituirai la vita ai tuoi cari; diventerai anche tu un
assassino e il Signore ti maledirà”, gridava Ruhuna il 23 luglio '96 durante
l'omelia funebre per le vittime del massacro di Bugendama. Ma un tutsi non può
parlare così, e fu freddato da altri tutsi il 9 settembre 1996.
Il vescovo
Munzihirwa è caduto vittima di un'imboscata il 29 ottobre dello stesso anno.
Pochi giorni prima aveva firmato un appello per la pace ricordando ai tutsi che
“il Kivu rappresenta la disperazione creata dal Burundi e dal Rwanda... Nel
1994 sono venuti i rifugiati tutsi, poi la grande massa degli hutu. Noi abbiamo
accolto tutti. Ora i governi di Kigali e di Bujumbura mandano un'armata per
sterminare nei campi profughi i loro concittadini e massacrare noi che li
abbiamo accolti. Lo fanno dopo che l'ONU ha tolto l'embargo delle armi sul
Rwanda”. Un uomo con una tale lucidità mentale e il coraggio di “fare la
verità” non poteva che essere soppresso.
Claverie è stato
ucciso, con il suo autista, il 1° agosto. Tornava da una celebrazione in
ricordo dei sette monaci massacrati a Tibhirine in primavera. Anche il vescovo di
Orano aveva deciso di restare in un paese insanguinato dalla violenza, figlia
di un processo di ideologizzazione della religione. “Sono convinto che
l'umanità esiste solo al plurale - aveva affermato in un discorso tenuto a Marsiglia
nel '95. Quando pretendiamo di possedere tutta la verità e cediamo alla
tentazione di parlare in nome dell'umanità, cadiamo nel totalitarismo e
nell'esclusione... lo sono credente. Credo che c'è un Dio; ma non ho la pretesa
di possederlo, né attraverso Gesù né attraverso i dogmi della mia fede. Dio non
si possiede. Non si possiede la verità e io ho bisogno della verità degli
altri”. E concludeva: “Se solo si arrivasse, nella crisi algerina, a concepire
che l'altro ha il diritto di esistere e che porta una verità da rispettare,
allora non avremo corso invano i pericoli ai quali siamo esposti”.
Finché abbiamo
vescovi-martiri di questa statura, la brezza della speranza non abbandonerà
l'Africa, anche all'inizio del nuovo millennio che non si preannuncia facile.
Giorni amari per
l'Africa, che gronda sangue innocente. Giorni amari per lo Zaire, in fiamme da
Bukavu a Kisangani. Fiumane di rifugiati, di sfollati, di vecchi, donne e
bambini in cammino sulle strade d'Africa. Il tutto a soli due anni dal bagno di
sangue in Rwanda, e in contemporanea con la lenta ma continua carneficina in
Burundi e con l'insurrezione in atto a Bangui.
Lo Zaire è solo
un ulteriore esempio della “violenza apocalittica” che ci minaccia tutti.
Certo, ci sono precise ragioni economiche e politiche, ma non spiegano tutto.
“I dirigenti di Kigali non hanno forse mire espansionistiche?”, scriveva
Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu, pochi mesi prima di essere
trucidato. “Non sono forse sostenuti da certi paesi della regione (Uganda e Burundi)
e da certe potenze occidentali che affermano di incoraggiare la democrazia
mentre utilizzano la posizione geografica del Rwanda e della minoranza che lo
comanda per assicurarsi il controllo sull’avvenire politico ed economico di quel
gigante che è lo Zaire e, forse, anche di altri paesi della regione dei Grandi
Laghi?”.
Parole vere,
firmate con il sangue. “Questa guerra, che i mass media chiamano dei
banyamulenge, è in realtà un’invasione che ha preso l’avvio dall’Uganda”,
scriveva ancora Munzihirwa.
L’esercito degli
invasori è composto di soldati ugandesi, rwandesi, burundesi, e da mercenari di
gran lunga meglio equipaggiati dell'armata zairese. Questo, dopo che l'ONU ha
tolto l'embargo sulle armi al Rwanda”. Grande lucidità, questa dell'arcivescovo
assassinato. Ma non è ancora lucidità totale.
È giocoforza
ormai ammettere una verità fondamentale: la violenza ci è sfuggita di mano. È
questa la vera grande crisi antropologica di oggi. Tutti i mezzi che l'uomo ha
inventato, dai tempi delle città-stato e degli imperi, per domare la violenza,
sembrano franare. Oggi siamo chiamati dalla storia ad una scelta: togliere il
velo (è questo il vero significato della parola greca “apocalisse”) per leggere
finalmente la realtà ed evitare l’apocalisse finale, impedire che
l’umanità venga travolta dalla violenza tout court. Una convocazione a
ritornare al Vangelo, a quel povero Gesù di Nazaret, il primo che ha spezzato
il ciclo della violenza. Siamo tutti davanti a un bivio: accettare la nonviolenza
attiva di Gesù o essere travolti dalla violenza apocalittica.
“La nostra chiesa
- afferma padre Niall O'Brien[2], da
oltre vent'anni missionario nell'isola di Negros (Filippine) - trova difficoltà
a seguire l'esempio di Gesù che ha rifiutato la spada. La sua ambiguità toglie
credibilità perfino alle sue dichiarazioni sul valore assoluto della vita fin
dal seno materno. È come se usasse due pesi e due misure. Il giorno in cui la
chiesa - conclude padre O'Brien - sarà animata da una tale passione per la vita
da portarla a condannare ogni uccisione, quel giorno potremo offrire
credibilmente ai nostri fratelli e sorelle che hanno abbracciato il mitra
un'opzione ben più radicale di quanto essi abbiano mai sognato”. È, questo,
davvero un sogno? Possiamo sperarlo per il Giubileo? Da quattro anni gli
obiettori di coscienza italiani chiedono un'udienza con il papa.A quando
quest'incontro? Sarà un piccolo segno verso la conversione di questa nostra
chiesa al suo Maestro.
In Africa, dove
la violenza apocalittica ci potrebbe travolgere, attendiamo con impazienza
qualche segno di conversione. Sarebbe il più bel dono del Giubileo.
Non è facile
vivere a Korogocho e mantenere vivo il contatto con quanto avviene nella
regione dei Grandi Laghi, segno del “male” che attanaglia l'Africa tormentata.
O, forse, è
proprio la sofferenza del popolo di Korogocho che mi spinge a tentare di capire
il grido che sale dal continente. Ho l'impressione che dietro la tragedia dei
Grandi Laghi si celi un piano da parte dei centri di potere economico per
destabilizzare l'intera area. Questo, con la benedizione degli USA, che cercano
di trasformare la cosiddetta “zona francofona”, nel cuore dell'Africa, in un
feudo della Pax americana.
Potremmo arrivare
alla “somalizzazione” dell'Africa centrale, che permetterebbe alle multinazionali
l'accesso diretto al cobalto, ai diamanti, al petrolio... (i grandi giacimenti
di petrolio di Bentia nel Sud Sudan fanno così gola!).
È emblematico in
questo senso il ruolo del Sudafrica di Mandela. Sono rimasto di stucco quando,
sui quotidiani del Kenya, mi sono trovato a più riprese la notizia (a grandi
titoli) che il Sudafrica vendeva armi al Rwanda (tra l'altro il Sudafrica di
Mandela sta vendendo armi alla Siria. L'ironia della sorte ha voluto che il
Sudafrica dell'apartheid abbia sperimentato l'atomica con Israele nel deserto
della Namibia).
Questa nuova
“politica” sudafricana viene fatta con la benedizione di uno dei grandi uomini
di questo secolo: Mandela. La sua resistenza al regime dell'apartheid gli è
valsa 27 anni di galera. Liberato, scelse la “via della riconciliazione”. Se il
Sudafrica non è scoppiato lo si deve, in parte almeno, alla sua straordinaria
statura morale. Ma Mandela si accorge di essere diventato il volto nero del
potere economico bianco? Ho paura che anche lui sia prigioniero dell'Impero del
denaro che ha la sua logica e fa la sua politica.
“Quando Mandela
fu imprigionato agli inizi degli anni Sessanta era convinto che l'idea della socialdemocrazia
rappresentasse il meglio del pensiero politico per governare democraticamente
un paese”, mi diceva Boudewijn Wegerif, che cammina dalla Svezia al Sudafrica
contro la follia del denaro. Quando Mandela uscì dal carcere non si accorse che
il vero potere non era più quello politico ma quello economico. La sua stessa
liberazione era stata infatti propiziata dai magnati sudafricani dell'economia,
alle cui “faccende” l'apartheid stava diventando troppo stretto. Così, anche senza
accorgersene, Mandela è diventato una pedina dell'Impero del denaro.
Osservate quello
che sta avvenendo nel vicino Mozambico, dove la grande multinazionale Lonrho ha
comperato, e già iniziato a coltivare, 500.000 ettari di terra. Oggi tutto
questo diventa chiaro nella regione dei Grandi Laghi, con una guerra che si sta
spostando verso il Sudan. È tutta l'Africa centrale che sta traballando. E la
logica che dirige l'orchestra è quella economica.
“Sono stato cacciato dal Sudafrica nel 1971
per la mia opposizione al regime dell'apartheid”, mi raccontava qualche tempo
fa Boudewijn Wegerif, mentre lasciava Korogocho per ritornare in patria.
“Quando vi ho rimesso piede nel 1992 ho visto che il Sudafrica si era
"liberato" dell'apartheid ma era ancor più "prigioniero"
dell'Impero del denaro. E ho ripreso a camminare, contro la follia del denaro
che rende tutti prigionieri, che porta tutti alla morte”. Buon viaggio
Boudewijn!
Ho saputo che il
mio intervento sul commercio equo e solidale (“Nigrizia”, marzo '97) ha provocato
un ampio dibattito. Non vorrei però che questo mio intervento fosse stato
interpretato come un accusa. Chiedo anzi perdono per il mio ritardo nel
rispondere alle vostre lettere.
È stato questo,
per me, forse il periodo più duro e difficile a Korogocho. Mi sento letteralmente
le ossa a pezzi, eppure non mi sono mai sentito così bene perché vivere nei
“sotterranei della vita e della storia” è una grazia grande: sono i poveri (il
volto del Papi) che mi ricaricano, che mi ridanno speranza. La
sofferenza dei poveri che tocco con mano ogni giorno, che mi penetra dentro, è
immensa, qui e ovunque in quest'Africa martoriata. Il solo tentare di far
nascere la “resistenza” dal basso, in queste “catacombe”, è una sfida grande
che mi ha impedito di rispondervi. Perdonatemi!
... e non solo
per il ritardo, ma anche per qualsiasi “danno” che la mia riflessione abbia
arrecato al grande movimento del commercio equo (ho potuto toccare con mano
girando per l'Italia quante persone abbia coinvolto!). Infatti la mia non è
stata una “sparata” ma una riflessione durata anni, mentre camminavo sulle
strade dei poveri. Se l'ho resa pubblica non era per il gusto di sparare a
zero, ma per la profonda stima e riconoscenza che nutro per questa forma di
resistenza all'Impero del denaro. Ripeto che la ritengo una “perla preziosa”,
un grande contributo per far nascere delle forme di economia alternativa.
È vero quanto
afferma Chiavacci che “le esperienze del commercio equo e solidale sono certamente
una goccia nel mare”, ma guai se non ci fosse quella goccia! E il mare non è
forse fatto di gocce? È proprio perché ho visto l'importanza e l'estensione di
questo stimolo di “resistenza”, che mi sono sentito portato a condividere con
voi, amici che ho incontrato in tante città, le mie ansie e i miei timori. La
mia non era un'accusa, ma l'invito serio e pressante perché il commercio equo e
solidale “non ceda al canto ammaliatore delle sirene del sistema, non si
trasformi in un'altra trappola per aiutare gli italiani a consumare di più”,
come ha espresso molto bene A. Goio sul “Segno” di Bolzano.
È questo il
“cuore” della mia riflessione. lo non volevo entrare nel vivo delle relazioni
tra diverse cooperative che operano in questo campo. Se ho detto cose inesatte,
chiedo scusa. Ma il cuore del mio appello lo ritengo importante e vero. Voi
sapete quanto il Sistema sia capace di fagocitare le cose più belle. Vigilate,
riflettete, tenete gli occhi aperti perché questo non avvenga. Non
permettete che sia la logica del mercato a dettare legge dentro il mondo
alternativo delle Botteghe del mondo. Solo così il commercio equo e solidale
potrà essere quel “sassolino” che ruzzola giù dal monte e infrange la “statua
imperiale”.
I poveri, che
soffrono sempre più, si aspettano molto dal vostro impegno, da queste botteghe
alternative. Ve lo posso dire anche a nome delle piccole cooperative di
Korogocho. Tanti poveri qui hanno ritrovato un po' di speranza anche grazie a
voi, al commercio equo. Grazie per quanto fate anche per la gente di Korogocho
che lotta e spera in un mondo altro. Il vostro sforzo è un altro segno
che la Pasqua sta in agguato sulle strade del mondo. Che vinca la Pasqua!
In questi giorni
abbiamo salutato Gino che è partito per un “anno sabbatico”. La comunità lo ha
fatto con quel calore tipicamente africano. Soprattutto le comunità “a
rischio”, come quelle del Mukuru, dell'Udada, dei Kindugu, delle donne dei ciondo
che Gino aveva seguito con particolare attenzione e passione. La sua era stata
una presenza attiva dal di dentro: un compagno di viaggio.
Gino Filippini, di Brescia, ha al suo attivo oltre
vent'anni di lavoro in Africa. È stato in Rwanda, Burundi, Zaire, Uganda. Una
figura di missionario laico “atipica”, una figura emblematica, almeno per me,
che dimostra le potenzialità incredibili insite in tale vocazione.
In Gino ho visto
tutto quello che ho sempre sognato dovesse avere un missionario laico.
Il suo primo
impatto (era di passaggio) con Korogocho è stato durissimo. Non voleva
ritornarci! Deve essere stato grazie a padre Gianni Nobili che Gino ha
accettato di inserirsi. Il primo anno è stato molto pesante, ha dovuto
adattarsi alla vita di Korogocho, imparare il kiswahili e seguire comunità
“squinternate” come quella del Mukuru. Gino si è inserito e ha lentamente reso
autosufficiente la cooperativa dei rifiuti. La comunità lo ha amato come un
fratello. E ha pianto quando è partito.
Lo stesso ha
fatto con i vari gruppi (Batik) e piccole comunità come i Kindugu e le Udada,
zattera di salvataggio per ragazze già immesse sul mercato della prostituzione
per poter sopravvivere.
Li ha seguiti non
solo a livello amministrativo ma soprattutto umano e cristiano. La sua gioia
era vedere la gente crescere. Armato di quella sua capacità di mettersi in
discussione e rimettere tutti in discussione per permettere agli altri di
crescere come uomini e donne, la sua filosofia di fondo era il rispetto della
persona, della comunità, dei gruppi, lasciandoli liberi anche di fare i propri
sbagli.
Sono riandato
spesso in questi giorni alle "battaglie" di “Nigrizia” sulla
cooperazione, sulle ONG... la loro dipendenza dal Ministero degli esteri... i
grandi progetti. Ricordo ancora la reazione rabbiosa degli organismi di
volontariato quando apparve l'articolo “Disco Giallo” (marzo'85). Eppure avevamo
colto nel segno. a crisi attuale del volontariato, degli organismi, delle ONG
ha radici antiche. Eppure sembra che non si voglia imparare dal passato.
Gino è stato uno di quelli che ha dimostrato, pagando sulla propria pelle, che
si può fare volontariato in maniera alternativa, partendo dalla gente.
Altrettanto si
può dire dei volontari dell'ACCRI: Carlo, Maurizia, Michele e Simonetta, che
hanno preso il posto di Gino e camminano con le piccole comunità, i gruppi e le
cooperative. Sono sostenuti dalle chiese sorelle di Trieste, Trento e Verona
(non dal Ministero degli esteri, che però riconosce il progetto). Si sono
inseriti con noi, camminano con la gente, soprattutto quella delle piccole
comunità e dei gruppi perché questi possano rimettersi in piedi. La loro è
un'esperienza laicale nuova, di comunità tra di loro, di inserimento in una
realtà difficile. È una sfida grande! Sta germogliando del nuovo nel laicato
missionario!
Grazie, Gino,
grazie amici-pellegrini sulle strade dei poveri.
Mentre voi in
Europa vi preparate all'incontro ecumenico delle chiese europee a Graz, a fine
giugno 1997, noi in Africa ci prepariamo a due importanti incontri ecumenici. A
settembre si terrà a Pretoria l'incontro delle Conferenze episcopali di tutta
l'Africa (SECAM). Il tema sarà la chiesa famiglia di Dio, tema fondamentale
dell'esortazione apostolica La Chiesa in Africa che riassume i contenuti
del Sinodo africano. È un appuntamento importante non tanto per quanto riguarda
“il futuro” della chiesa d'Africa, ma molto di più per cercare di capire quale
chiesa del futuro avremo in questo tormentato continente.
Il secondo
appuntamento, altrettanto importante, è l'incontro di tutte le chiese
protestanti d'Africa, come la chiesa luterana, quella anglicana, quella
presbiteriana. Sono le chiese protestanti che si riconoscono nell'AACC, la
Conferenza delle chiese di tutta l'Africa. Si incontreranno dal 5 al 13 ottobre
ad Addis Abeba sul tema “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati (2 Corinzi
4,8-9)”. È la settima assemblea e sarà l'assemblea della fine del secolo!
Questi due importanti incontri devono rispondere alle incredibili sfide del
continente africano: la sfida di una situazione come quella dello Zaire, o del
Burundi, del Rwanda, o ancora del Sudan o della Somalia; ma soprattutto di un
continente che è economicamente irrilevante, dove la miseria cresce a
dismisura... un continente carico di vita, ma attanagliato da mille problemi.
“Ma servono a cosa questi incontri? - mi chiedeva una donna etiopica -. I
poveri non sono una priorità per i responsabili delle chiese”.
Come credenti
siamo interpellati dalla drammatica realtà che ci circonda. Se Dio è il Dio dei
poveri, che ascolta il grido degli oppressi in Egitto... Se questo Dio c'è,
allora non può non ascoltare il grido immane di quest'Africa di oggi. E se noi
ci diciamo credenti, seguaci di questo Dio che ha mandato Mosè, i profeti,
Gesù, che ha il sogno di un mondo alternativo, allora noi, proprio come
credenti non abbiamo altra scelta di campo che un continente come questo, dove
il grido dei diseredati diventa sempre più grande e più forte.
Siamo sfidati
dall'Africa come luogo teologico perché è il luogo dei poveri, è il luogo della
sofferenza umana, il luogo dove la gente, l'Uomo è disprezzato e calpestato.
Mi auguro che
questi due incontri del SECAM e dell'AACC ci aiutino a uscire prima di tutto
dai nostri schemi e dalle nostre ecclesiologie parrocchiali, per incominciare a
lavorare insieme con tutti, al di là di chiese e religioni, perché davvero
vinca la vita.
È in gioco
l'Uomo, questo Uomo Africano, la più attuale incarnazione del Servo sofferente.
Ecco l'orizzonte che si dispiega di fronte ai cristiani d'Africa. Ma non
possiamo chiuderci nel nostri problemi ecclesiali, tutto sommato piccolo
borghesi. La chiesa è in funzione del Regno (il sogno di Dio!), di un mondo
diverso da quello che oggi abbiamo tra le mani.
Chi entra nella
nostra baracca si trova davanti ad una croce dove c'è scritto: Soweto on the
Cross (Soweto sulla croce). È un po' il segno della nostra solidarietà con
la martoriata gente di Soweto.
Soweto è ormai diventata simbolo di resistenza per i
baraccati di Nairobi, la capitale del Kenya, che sono circa due milioni su una
popolazione di tre milioni. Soweto (South-West Township) è il nome della più
famosa delle periferie di Johannesburg (Sudafrica): cuore della resistenza nera
contro il regime dell'apartheid. Ben cinque baraccopoli (nate negli anni ' 70)
hanno preso questo nome. Una di queste è assurta recentemente agli onori della
cronaca. Si tratta di una piccola baraccopoli (2-3 mila abitanti) situata a
nord-ovest di Nairobi, incuneata in una delle zone residenziali più eleganti
della Regina degli altopiani. Un boccone troppo ghiotto per l'insaziabile
avidità degli straricchi di Nairobi.
Il calvario di Soweto iniziò lo scorso ottobre con un
incendio che lasciò centinaia di persone sul lastrico. Si pensava fosse un
incidente. Il 20 ottobre scoppiò un secondo incendio, che divorò buona parte
delle baracche. Doloso. Perfino il governo si “commosse” e promise una
“sistemazione” per i baraccati. Il giorno dopo arrivarono i camion
dell'esercito che trasportarono gli abitanti di Soweto verso un'altra zona, che
risultò essere una vera e propria fogna.
L'indomani,
visita di cortesia del sindaco di Nairobi e del commissario provinciale, i
quali annunciarono che i baraccati non potevano rimanere perché quel terreno
era di un privato! Costernati, parecchi ritornarono a Soweto per ricostruire
con i pochi rimasti le loro baracche. Ma ormai questi dovevano fare i conti con
il proprietario che si era finalmente tolto la maschera e si scoprì essere
nientemeno che il miliardario Stanley Mugo Gidhunguri, padrone del famoso Hotel
Lilian Towers.
Con lui non si
scherza. Infatti la notte del 10 dicembre i baraccati scoprirono e arrestarono
una squadra di sedici suoi prezzolati, inviati per distruggere quello che gli
abitanti avevano ricostruito. La polizia, pagata dal famoso faccendiere, li rilasciò
subito. Dieci giorni dopo inviò un altro squadrone della morte che penetrò a
Soweto nel cuore della notte e distrusse una chiesetta, unico rifugio sicuro
per i baraccati. Fu l'inizio di uno scontro violento fra i due gruppi, uno
degli assalitori fu preso e bruciato vivo dai baraccati. Soweto divenne un caso
nazionale. Ma nulla impedì a Gidhunguri di spazzare via l'ultima resistenza.
9 gennaio: questa
volta la polizia si toglie la maschera, demolisce le ultime tre chiesette e
arresta sei persone con l'accusa di omicidio e sovversione. Due sono mamme con
bambini: devono anche loro subire la prigione.
Sull'onda di
questi eventi si creò lentamente una ragnatela di solidarietà attorno alla
martoriata gente di Soweto, che portò ad una giornata di solidarietà e di
preghiera ecumenica. Il governo dichiarò tale incontro illegale e ordinò alla
polizia di disperderlo. Chi vi partecipò dovette subire tutta la rabbia delle
forze dell'ordine al soldo del Grande Capitale che governa Nairobi.
Non ci perdemmo
d'animo (in particolare padre Antonio, che vive e lotta con noi a Korogocho ed
è stato l'anima di questa resistenza) e decidemmo una riunione ecumenica di
preghiera, che si tenne il 9 febbraio 1997 al Santuario della Consolata. Fu un
momento importante. Per la prima volta rappresentanti delle varie baraccopoli
di Nairobi si ritrovarono insieme a pregare e a dirsi la loro drammatica
esperienza. Piansi ascoltando quelle drammatiche testimonianze, soprattutto
quelle delle donne: sono loro le voci più potenti dentro la baraccopoli.
Questa
mobilitazione ha dato fiato all'azione legale lanciata dai baraccati di Soweto
(sei di loro) che avevano deciso di portare Gidhunguri davanti alla Corte.
"Gidhunguri in tribunale!", titolava a piena pagina il quotidiano
“Standard”.
Era la prima volta che la
"poveraglia" di Nairobi, sostenuta da un gruppo di avvocati che
difendono i diritti dei poveri, portava un miliardario alla sbarra. Sette fra i
migliori avvocati di Nairobi hanno difeso i baraccati, sostenendo che vent'anni
di occupazione pacifica della terra sono titolo sufficiente per la proprietà.
Il 28 maggio c'è
stata l'ultima udienza in tribunale. A giorni ci sarà il verdetto. Il problema
centrale su cui la Corte dovrà pronunciarsi è questo: la proprietà è più
importante della vita di un cittadino? La giustizia protegge la
proprietà o la vita? Se la Corte deciderà a favore dei baraccati sarà
davvero buona novella per loro e aprirà strade nuove per i poveri. Se il
verdetto sarà negativo... a luta continua!
Esco da tre
giorni d'inferno (Korogocho è esplosa il 9-10 agosto in un'orgia di violenza).
Finisco ora di parlare con una ragazza: è sola con tre bambini, ha fame... È la
fine della strada, per lei. Piange. Sono gli inferni quotidiani dei poveri.
Ci sono dei
momenti in cui mi sento rivoltare dentro, stomaco e tutto! A volte mi sembra di
“stravagare”. E non sono solo le reazioni di un bianco dal cuore tenero! Rivedo
la rabbia di un nostro catechista, Ochieng, davanti allo spettacolo di un vecchietto
trovato morto su un mucchio di immondizie: “Oggi mi vergogno - esclama Ochieng
- di essere un uomo”. È quello che sento quando donne e ragazze svuotano
il sacco delle loro miserie: “Non mi resta che buttarmi nell'acquitrino!”. Corpi
di donne... corpi di uomini... corpo di Cristo! Corpo spezzato nelle vite
distrutte, nei corpi crocifissi dei nostri fratelli... È quello che sento
specie alla sera quando vado nelle baracche a celebrare l'eucaristia. Con i
malati di AIDS: segno che il Papi vuol loro bene.
Alla luce di
lampade a petrolio, in baracche fatiscenti, con lo spettro della miseria
attorno... mi ritorna spesso nel cuore il ritornello: “Ma che pane spezzo
dentro questa realtà? Sto forse recitando una commedia? Ma quale corpo
di Cristo?”. E ricordo le drammatiche parole di Paolo alla piccola comunità
cristiana di Corinto che celebrava la “cena del Signore” alla maniera greca,
cioè dove i pochi ricchi mangiavano e i poveri (molti) guardavano. “Il vostro -
scrive Paolo incavolato - non è più un mangiare la cena del Signore!”. È solo
una farsa, una beffa insostenibile!
“Se in un senso
vero siamo ancora l'unico corpo universale di Cristo - scrive il teologo
tedesco Duchrow -, questo corpo di Cristo è diviso tra ladri in azione,
beneficiari e vittime del sistema”. Sono questi i nuovi crocifissi, il corpo
straziato di Cristo... le vittime di Korogocho e di tutte le Korogocho del
mondo. Ma quello che mi preme è porre una grave domanda: “Quando i nostri
teologi che vivono dentro al sistema avranno il coraggio di dirci la verità?”.
E la verità è che i poveri sono la "carne" di Cristo, carne che
gronda sangue... sangue di milioni di poveri! Sono loro le vittime che sputano
sangue, il sangue di Cristo”.
“Avevo fame ... ”
(Mt 25). “Io trovo che c'è più transustanziazione in questo versetto che
non nel pane e nel vino”, afferma il grande pensatore Lévinas, scomparso
recentemente. “Il termine "transustanziazione" è evidentemente
eccessivo - scrive il teologo francese Bruno Chenu. Ma non è una ragione per
edulcorare la forza del messaggio. Il povero nella sua indigenza è volto del
Cristo. L'identificazione non è generalizzata ma personalizzata: ogni volto di
povero è l'icona di Dio. E perciò spesso diventa rivelatore del cattivo ordine
del mondo, denuncia dell'ingiustizia regnante. Attualizzando il Cristo, il
povero attualizza il giudizio di Cristo su ogni società”. Oggi più che mai
abbiamo bisogno di una teologia il cui cuore sia la Parola letta dalla parte
delle vittime (l'unica lettura possibile!) poiché il Papi è Papi
di tutti i crocifissi della storia. Abbiamo bisogno, anche nel cuore del
sistema, di teologie che proclamino queste verità, questa buona novella.
Abbiamo vissuto
giornate di terrore e di violenza a Korogocho, la stessa violenza divampata poi
sulla costa kenyana: a Mombasa, Malindi... e ampiamente riportata dalla stampa
italiana solo perché erano coinvolti turisti del bel paese.
Korogocho è
esplosa il 9 agosto 1997 in un'orgia di furore cieco che ha raggiunto il culmine
il giorno seguente quando centinaia di giovani luo hanno incendiato le baracche
dei kikuyu (il fattore etnico era chiaramente strumentalizzato per fini
politici!). Circa cinquanta famiglie hanno perso tutto nel fuoco, venti i
feriti gravi, alcuni morti. Ho sentito sulla mia pelle il calore intenso del
fuoco, la rabbia, la disperazione, il disprezzo. Anche i sassi! Ho toccato con
mano che le viscere, in balia di una violenza cieca e assurda, possono
trasformarsi in pietre.
Tutto è diventato
più chiaro quando la violenza è divampata a Likoni, Mombasa, Malindi. Anche la
matrice politica degli scontri: “Le vittime di tali episodi - hanno scritto i
vescovi cattolici - si chiedono dov'erano in quei frangenti i servizi segreti e
le forze dell'ordine che con tanta efficienza avevano appena represso le forze
politiche di opposizione.
La crisi
dell'Africa, prima di essere economica, è antropologica: il virus della
violenza è uscito dalla provetta e nessuno sa come controllarlo. La stessa
crisi antropologica che attanaglia il sistema mondiale. È in questo contesto
che è nata l'esigenza di rispondere creativamente alla crisi offrendo l'alternativa
della nonviolenza attiva una scelta ancora pressoché ignorata nell’Africa nera.
“Non è possibile
-mi sono detto- che io stia a guardare mentre la casa brucia!”. Con padre Carol
Houle, grande amico e responsabile dei missionari di Mariknoll in Africa e il
p. Antonio D'Agostino, vero fratello in questa esperienza di Korogocho, mi
recai dal nuovo arcivescovo di Nairobi, Ndingi. “Ottima idea!” fu la sua
benedizione. E sotto sua indicazione abbiamo scritto una lettera ai vescovi del
Kenya per chiedere se accettavano di essere “formati” alla nonviolenza attiva!
A distanza di pochi giorni, ricevemmo una risposta positiva. Ci sembrava di
sognare! Ricordavo le parole di un ultraconservatore, il cardinale Ottaviani a
Jean Goss, fondatore del MIR: “Dovrei condannarti, ma non lo farò. Dio ti ha
affidato una verità per gli uomini e per la chiesa. Un giorno la chiesa risponderà.
Ma se darai scandalo, non ti aspettare la mia protezione”. Così scrive la
moglie di Jean, Hildegard Goss-Mayr nel recente volume Come i nemici
diventano amici.[3]
Ho contattato Hildegard in Austria chiedendole di
venire in Kenya ad aiutarci, ma era già stata chiamata in Rwanda-Burundi.
L'équipe che opererà in Kenya nei prossimi giorni è composta da tre filippini
il vescovo cattolico Claver, il gesuita Blanco, segretario della Conferenza
episcopale filippina, e la signora Tess Ramiro - e da uno dei migliori esperti
americani, il pastore metodista Richard Deats. Toccherà a loro accendere la
fiaccola alternativa della nonviolenza in questo paese.
Lo faranno orientando una serie di intense giornate di
studio e di preghiera con la speranza che il virus della nonviolenza o, come
diceva Jean Goss, la fede “nell'immensa potenza dell'amore”, possa sconfiggere
la devastante potenza dell'odio.
È questo, per me,
uno degli aspetti fondamentali della missione oggi: essere buona novella in un
mondo preda della violenza.
Spesso pensiamo
che il problema della terra sia tipicamente latinoamericano. Scopriamo invece
che sta assumendo toni drammatici anche in Africa. Il Kenya ne è un esempio
lampante. In un paese come il Mozambico, dove multinazionali e boeri stanno
comprando enormi appezzamenti di terreno, è diventato oggi un dramma nazionale.
Per noi a
Korogocho la terra è il problema centrale. Abbiamo riflettuto a lungo con un
gruppo di lavoro (il Land Caucus) che si incontra mensilmente. Abbiamo
preparato una lettera che servisse di riflessione per i vescovi del Kenya, i
quali l'hanno presentata all'incontro degli episcopati dell'Africa che si è
tenuto in Sudafrica nel mese di settembre 1997. Lo stesso tema è stato accolto
nell'agenda dei lavori anche dalla Conferenza continentale delle chiese
protestanti d'Africa (AACC), nella riunione dell'ottobre 1997 ad Addis Abeba.
È importante che
le chiese inizino a riflettere in chiave biblica, etica ed evangelica sul tema
della terra e sulla sua importanza per l'Africa. “Noi pensiamo che la chiesa
sia il solo punto di riferimento al quale la gente può rivolgersi per un aiuto
- abbiamo scritto nella lettera. - La chiesa è depositaria di una lunga
tradizione profetica che va da Mosè a Gesù. La terra è centrale nell'alleanza
di Mosè: la terra di Dio deve essere a beneficio di tutti e non di pochi.
Quando il sogno di Dio è stato tradito, soprattutto sotto la monarchia, i
profeti hanno messo sotto accusa lo status quo che favoriva i ricchi a spese di
molti morti di fame. E Gesù, depositario di questa forte tradizione profetica,
rilancia il sogno di Dio”.
Nel frattempo
abbiamo agito localmente favorendo l'aggregazione delle baraccopoli di Nairobi
per la lotta per la terra. Il 26 settembre 1997 abbiamo assistito ad un vero
miracolo: oltre un migliaio di persone, in rappresentanza di 45 baraccopoli
della capitale, si sono ritrovate in centro città per lanciare il loro manifesto
sulla terra. Era commovente vedere i volti dei baraccati decisi a lottare
(sono in due milioni a dover vivere nell'un per cento della terra disponibile a
Nairobi e che appartiene al governo).
Sono decisi a
raccogliere un milione di firme da portare al governo perché riconosca loro il
diritto alla terra dove risiedono. Al grido Umoja ni silaha ya maskini
(L'unità è l'arma dei poveri), i baraccati hanno cantato, protestato, gridato
per un'intera giornata! È davvero l'inizio di un'alleanza fra tutti i baraccati
di Nairobi che rivendicano il diritto alla terra. Ma è anche la lotta di tutto
un continente dove c'è così tanta terra, ma purtroppo nelle mani di pochi!
È quanto abbiamo
scritto ai vescovi dell'Africa, chiedendo una riflessione e un impegno. “Questo
sarebbe un grande dono mentre ci prepariamo a celebrare il grande Giubileo del
2000, il cui scopo nella Bibbia è la restituzione della terra ai suoi veri
proprietari. Il Giubileo del 2000 è una buona occasione per porre la terra tra
le preoccupazioni centrali della chiesa in Africa”.
Vivendo a
Korogocho, vedo ogni giorno più chiaramente cosa significa il trionfo della
globalizzazione, dell'Impero del denaro: un trionfo pagato a caro prezzo dai
poveri. Per questo abbiamo tentato di organizzare la resistenza di piccole
comunità e gruppi perché diventino spazi vitali per fare maturare il nuovo.
“Viviamo nel
mercato globale - ha fatto notare Pablo Richard, teologo della liberazione del
Costa Rica - e la resistenza non sta tanto nel costruire un nuovo sistema
macroeconomico, perché è impossibile, ma nel cercare spazi di vita tra gli esclusi
dal sistema. Si tratta, cioè, di creare una resistenza culturale, etica e
spirituale, cominciando a vivere una cultura della vita che non sia quella del
mercato, un'etica diversa da quella della proprietà privata e del contratto,
una spiritualità che non sia quella dell'idolatria del mercato”.
È su questa
lunghezza d'onda che sono nate le due piccole comunità cristiane della
discarica di Mukuru e i due gruppi che si occupano dei fertilizzanti e delle
mattonelle da ardere, sia le prime che i secondi imperniati sul riutilizzo dei
rifiuti. (Sono essi i veri profeti di oggi che, con la loro stessa esistenza,
denunciano un sistema assurdo e annunciano il nuovo che nasce... dai rifiuti!).
Lo stesso si può dire delle varie comunita’ legate alla cooperativa Bega kwa
bega (“Spalla a spalla”): Udada, Kindugu, Ghetto Youth, le donne dei Ciondo
(“borse di corda”), Koch Kanga. Non è stato certo facile innescare la dinamica
della comunità laddove regna il più totale individualismo.
È nato anche il
coordinamento (CBR, riabilitazione su base comunitaria) dei gruppi più emarginati
dentro Korogocho: oltre quaranta gruppi che vanno dai lavoratori della
discarica ai lebbrosi della Tanzania! Sono gli stessi poveri che, divenuti
soggetti della loro storia, cercano di organizzarsi, di coordinare le proprie
attività. Non c'è altra via.
Alla
globalizzazione dall'alto i poveri rispondono con la globalizzazione dal basso,
utilizzando “la strategia lillipuziana” (per usare l'espressione
dell'eccezionale saggio Contro il capitale globale). E questo vale non
solo per i poveri, ma anche - e soprattutto - per voi che vivete nel cuore
dell'Impero.
Il mio recente
breve soggiorno in Italia mi ha fatto nuovamente toccare con mano che il movimento
di resistenza dal basso si sta allargando, ma anche paurosamente frantumando in
mille rivoli. È fondamentale che anche voi che vivete nel ventre della
“Bestia”, impariate la strategia della globalizzazione dal basso, se volete
incidere sia in campo economico che politico. Partendo proprio dalle province e
dalle regioni è essenziale che tutti i gruppi entrino “in rete”, almeno a
livello provinciale e regionale (il coordinamento nazionale potrebbe arrivare
in un secondo momento e sulla base di un Manifesto comune).
Si è ventilata la possibilità di un centro telematico
che favorisca il coordinamento fra i vari gruppi anche a livello elettronico.
Ottima idea! Ma più importante per me è che questi gruppi e entità diventino
vere comunità dove il primato vada alla relazione, al dialogo, all'incontro,
all'essere. C'è bisogno di una profonda spiritualità per resistere all'impero
del denaro.
Per i credenti è
di vitale importanza il recupero delle Piccole Comunità di Base, dove la Parola
è messa al centro di tutto. La Parola - che è sempre contro ogni idolatria - se
letta nel contesto odierno porta all'impegno per vivere in maniera alternativa
al sistema. Senza di essa, non si può resistere alla cultura imperante.
La dimensione
apocalittica di tale Parola è oggi divenuta essenziale. Scrive Pablo Richard:
“Il movimento apocalittico nella Bibbia è comunitario, cerca di ricostruire la
speranza attraverso la creazione di nuovi miti e simboli. Forse oggi, più che
di profeti, abbiamo bisogno di gente capace di legare movimenti sociali e
coscienza, animando così la società civile”.
È tempo di
Apocalisse: tempo di Avvento, di attesa. Manteniamo viva l'Utopia, rilanciamo
il Sogno.
INDICE
Presentazione............................................................................................................... 2
VANGELO ED ECONOMIA.................................................................................... 4
IL PRIMATO DEI POVERI....................................................................................... 5
TENENDOCI PER MANO........................................................................................ 6
CONIUGARE IL PERSONALE CON IL SOCIALE................................................. 7
UNA RICCHEZZA SOMMERSA RIFIORIRÀ......................................................... 8
GIUBILEO BIBLICO E CONDONO DEL DEBITO................................................. 9
CHIESA ITALIANA, CORAGGIO!.......................................................................... 10
SE LE FORZE MISSIONARIE SI UNISSERO!........................................................ 11
DAL VOTO DI POVERTÀ AL VOTO DI SOLIDARIETÀ....................................... 12
IL NUOVO NASCE DAGLI ULTIMI....................................................................... 13
QUEL DIO CHE È NATO FUORI LE MURA.......................................................... 14
L'AFRICA DEI MARTIRI.......................................................................................... 15
CONVERTIRSI ALLA NONVIOLENZA................................................................. 16
CONTRO L'IMPERO DEL DENARO....................................................................... 17
FORME DI ECONOMIA ALTERNATIVA............................................................... 18
STA GERMOGLIANDO DEL NUOVO NEL LAICATO MISSIONARIO!............. 19
IN FUNZIONE DEL REGNO.................................................................................... 20
SEGNATI DALLE MINACCE DEL POTERE........................................................... 21
SPEZZARE IL PANE CON GLI ESCLUSI............................................................... 23
LA FORZA DELLA NONVIOLENZA...................................................................... 24
PERCHÉ LA TERRA SIA RESTITUITA................................................................... 25
RINASCE IL SOGNO............................................................................................... 26
[1] Scrive ad una comunità di monache, che lo hanno accolto per alcuni giorni di ritiro.
[2] Niall O'Brien è autore di Island of tears, Island of Hope e di Rivoluzione nel cuore. Quando le comunità creano speranza, EMI, Bologna 1997.
[3] Goss-MAYR H., Come i nemici diventano amici. Insieme per la nonviolenza, la giustizia e la riconciliazione, EMI, Bologna 1997.