Jean-Marc Ela : Se l’Africa libera Dio
Jean-Marc Ela, camerunense, 64 anni, è sociologo e teologo. Da sacerdote,
oltre che da intellettuale, si è sempre occupato della vita quotidiana e dei
bisogni della gente comune, del “mondo in basso” che si batte per sopravvivere
e che è gran parte dell’Africa d’oggi. Non a caso ha lavorato per quattordici
anni tra la popolazione kirdi del nord del Camerun,
portando il messaggio di liberazione del Vangelo. Un lavoro che ha dato
fastidio al potere, che lo ha costretto all’esilio: il suo soggiorno in Canada,
che dura da cinque anni, è a tutti gli effetti un
esilio politico.
Lei sostiene che l’Africa ha ragione
della modernità attraverso il “bricolage”, nel quale vede una strada
alternativa. Che cosa intende per bricolage e in che
misura riesce a domare la modernità?
Durante la nostra esistenza possiamo osservare
che c’è tutto un lavoro culturale in corso, in tutti gli atti che compiamo,
tanto nelle percezioni che abbiamo della realtà quanto nell’insieme delle
rappresentazioni attraverso le quali tentiamo di stabilire dei rapporti con il
nostro ambiente.
Quando parlo di bricolage penso a tutti questi
saperi prodotti dalla società per raccogliere le sfide dell’ambiente. Saperi con i quali, nonostante le apparenze, l’africano non ha
rotto. È vero talora che questi saperi sono stati occultati, hanno
finito per entrare in clandestinità in società dove il colonialismo li ha
spinti all’emarginazione.
Ma le persone continuano a ricorrere a questi
saperi. Oggi si assiste a un ritorno di questi aspetti
inibiti, perché ci si rende conto che né i saperi della scuola occidentale né
le tecniche importate da fuori possono risolvere i nostri problemi. Le persone
sono costrette a riappropriarsi dei saperi precoloniali
sui quali si costituisce la modernità africana. Quest’ultima,
in gestazione, sta per manifestarsi in diversi campi: alimentazione, sanità,
tecnologia, habitat.
Parlando di bricolage, mi pare evidente, escludendo ogni connotazione
peggiorativa. Bisognerà incontrare l’Africa là dove essa si inventa,
a partire da questi bricolage che formano il tessuto della nostra vita sociale.
L’arte del bricolage è l’arte di vivere attualizzando
una memoria tecnologica, mettendo in opera un potenziale di creatività che
conduce l’africano a immaginare risposte pertinenti ai problemi in un contesto
dove vivere è una sfida quotidiana.
Mi cita qualche
esempio di bricolage?
Pensiamo alle
bidonville: sono una maniera di costruire il rapporto con lo spazio. Qui
tutto può essere utile per darsi un luogo d’esistenza; le persone si insediano come possono, dove possono. Si possono trovare,
in un quartiere-enclave, strade e ponti che sono opera
dei cittadini stessi, senza il minimo intervento dei servizi pubblici.
A Yaoundé, capitale del Camerun, la gente ha
realizzato una strada per mettere in collegamento settori
della città tagliati dalla ferrovia, facendosi pagare in anticipo da coloro che
l’avrebbero utilizzata in modo da poter pagare, almeno un po’, coloro che
avrebbero fatto il lavoro concretamente.
Rimane
il fatto che quello che lei chiama bricolage viene considerato invece un
fallimento dello sviluppo.
Allora chiediamoci: che cos’è lo sviluppo?
Per me è ciò che passa per la testa della gente. Bisogna partire da qui, altrimenti
ogni strategia di sviluppo sarà votata al fallimento. E
purtroppo è ciò che è accaduto in Africa. Non si è tenuto conto di quello che
il contadino o il cittadino pensa quando parla di
sviluppo. Mi spiego: non si dà sviluppo reale che nei luoghi
dove la gente vive e dove questa si aspetta risposte credibili ai suoi
problemi quotidiani. I servizi urbani non hanno risolto il problema della grande maggioranza dei consumatori di spazio nelle città
africane, tranne che nei quartieri detti residenziali.
Partendo da questo fallimento, dobbiamo cambiare referenti: che non
possono essere lo stato o gli organismi preposti all’urbanizzazione, ma invece le persone del quartiere, che ogni giorno reinventano la vita.
Perché le città africane non possono assomigliare
alle città europee?
Per me la risposta è semplice. Ogni
intervento in materia di sviluppo fa capo a una norma
di riferimento. Quando si studiano i progetti di
sviluppo in Africa, si osservano strategie di resistenza perché gli africani
non si riconoscono in progetti che non tengono conto della loro maniera di
vedere il mondo e di vivere. Non appena l’africano si sente misconosciuto e
prende coscienza che i suoi valori fondamentali sono minacciati, risponde con
il rifiuto. Mi pare essenziale l’idea che lo sviluppo deve basarsi su
riferimenti radicati nelle culture del territorio. La ragione per cui tutto ciò
che è venuto dall’esterno dell’Africa non è riuscito a
imporsi, sta nel fatto che la gente, sentendosi estranea, non vi ha
partecipato.
Per questo la progettazione dello sviluppo esige ricerca scientifica,
non solo nell’ambito delle scienze esatte ma anche delle scienze
sociali.
In Africa non mancano intellettuali che la pensano come lei né persone che
prendono l’iniziativa. Come mai non riescono a
imporsi?
Appunto perché le questioni dello sviluppo
sono questioni sociopolitiche. C’è una dimensione politica di questi
problemi che implica strategie di controllo del
cambiamento sociale. Non tutti gli africani sono favorevoli allo sviluppo
popolare. Ci sono persone che beneficiano del sottosviluppo: lo sviluppo degli
uni implica il sottosviluppo degli altri.
Oggi le élite africane non vogliono rinunciare
a posizioni di potere che sono posizioni di accumulazione.
Queste élite non possono essere il motore dello
sviluppo, non possono impegnarsi veramente perché ciò le obbligherebbe a
ridistribuire le carte del potere e metterebbe in discussione ogni sistema di illegalità e di dominio legato all’avvento dello stato postcoloniale.
Ne deriva che ogni strategia di sviluppo s’inscrive nella
prospettiva del cambiamento sociale. Possiamo dire
che la modernità africana è l’oggetto di conquiste sociali.
Dunque c’è un
preciso legame tra sviluppo, risposte africane alla modernità imposta dall’ esterno e sistema politico?
Certamente. Sono aspetti inseparabili: il
sistema politico come il sistema sociale sono elementi
di referenze per un approccio allo sviluppo. Al di là degli
approcci tecnocratici bisogna valorizzare i fenomeni di potere, le formazioni
sociali e le lotte democratiche.
Che cosa intende quando parla di molteplici traiettorie del
capitalismo?
Si tratta di rileggere Max Weber (che ha
messo a fuoco come la nascita del capitalismo in Occidente sia stata
condizionata dall’etica protestante) a partire dal
rapporto degli africani con il denaro. Sono necessariamente ricerche sui
comportamenti e gli atteggiamenti degli africani di fronte al denaro. Il
problema è capire se le nostre logiche sociali sono favorevoli o meno allo spirito
di profitto che è il motore del capitalismo.
Non possiamo affermare in modo sistematico che l’africano è
anticapitalista. Certi gruppi si sentono perfettamente a loro agio nello
spirito d’impresa, mentre altri oppongono resistenza allo spirito del profitto
nella misura in cui può tradursi in una forma di accumulazione
che rischia di farli uscire dalla rete di solidarietà. Per salvaguardare i
legami di solidarietà, preferiscono ridistribuire il loro denaro a partire da una concezione della ricchezza che dà il
primato allo spirito di famiglia.
Quando parlo di traiettorie del capitalismo
penso a questi differenti modi di comportarsi. Si tratta di fare l’inventario
delle maniere in cui passaggio al capitalismo viene
effettuato, poiché non esiste una sola via al capitalismo.
Oggi si pensa che l’Africa abbia utilizzato male
il denaro ricevuto in tutti questi anni e, per forzarla a sottomettersi al
modello capitalistico, la si priva delle risorse necessarie sul piano sociale
ed educativo. Banca Mondiale e Fondo Monetario vedono nei piani di aggiustamento strutturale la sola via di passaggio al
capitalismo in Africa. Per me il capitalismo è intrinsecamente perverso. Sono
possibili altre vie di accesso alla modernità.
Il problema di fondo è quello dell’articolazione
del rapporto tra il denaro, la cultura e la società. Nel contesto
africano, le logiche sociali sono rimaste a lungo logiche di parentela. La
maggior parte dei nostri investimenti sono sociali,
improduttivi. Si tratta di sapere se, di fronte alle sollecitazioni economiche
che sono inaggirabili, non si deva
vedere il nostro rapporto con il denaro affinché tutto ciò che ha a che vedere
con la parentela non sia necessariamente un ostacolo all’accumulazione. Laddove
il sistema sociale ha loro permesso di aprirsi alla cultura
del denaro, le persone hanno compreso la necessità di ripensare le
logiche di parentela. Se la famiglia deve condurci all’impoverimento, mi chiedo
se non la si debba spingere a riesaminarsi per sapere
come conciliare denaro e parentela.
Lei
è diventato teologo
dopo aver fatto una tesi su Martin Lutero. Che cos’ha significato ciò per lei, e cos’è un teologo
africano?
Il teologo africano deve cercare di
comprendere come altri cristiani hanno tentato di leggere
Questa preoccupazione fondamentale
mi ha aiutato ad operare una sorta di rivoluzione copernicana a partire dal contesto africano. Il teologo africano che ha
lavorato sul pensiero di Lutero non può non
sottomettere a un libero esame il rapporto tra l’uomo africano e il Vangelo in
un contesto storico in cui tutto il peso dell’Occidente grava su questo
rapporto. Per me il teologo africano deve parlare di Dio a
partire dal luogo dove
Ho preso coscienza dell’insignificanza del cristianesimo occidentale per
l’uomo africano. Questo cristianesimo è integrato a un
sistema di dominazione nel quale Dio rischia di essere catturato dalle forze
che ci opprimono. Ora bisogna che Dio sia Dio, e
perché lo sia bisogna che Dio sia liberato da questa schiavitù.
La mia teologia prende come punto di partenza il fatto che il Vangelo
non può essere realmente una forza di liberazione se non lo
si libera dal cristianesimo occidentale, fondamentalmente associato a un
sistema di dominazione dopo la conversione dell’imperatore Costantino.
Si ritrova questo virus imperiale nell’ossessione dell’autorità in seno
al cattolicesimo romano.
Come si può fare
una lettura africana della Bibbia?
In che modo lei, da
teologo, ha operato in Africa?
Il mio lavoro tra i kirdi del nord del Camerun consisteva nel mettere le
persone nella condizione di organizzarsi per uscire da ogni situazione di
povertà e di oppressione in cui vivevamo. Ho tentato
di risvegliare le coscienze delle persone sulla loro situazione, di condurle a
riunirsi, a organizzarsi, a creare delle comunità. E all’interno di queste comunità formavo dei leader che
potevano essere il motore del cambiamento. Un lavoro che
doveva partire da cose molto concrete: mi occupavo essenzialmente di terra,
d’acqua e di miglio. Quella gente vive in montagna, dove la terra è
stanca e di esaurisce. E nelle aree pianeggianti molti
contadini sono senza terra. Così ogni anno bisogna prendere in affitto dei
campi dai grandi proprietari terrieri. Lo stesso vale per l’acqua… C’è poi un
problema di tipo di colture: condurre la gente ad interrogarsi sul ruolo che
devono avere le piante
per l’alimentazione in un sistema agricolo incentrato sul cotone
al quale sono dedicate le terre migliori. Per fare ciò di organizzavamo
seminari di riflessione, ma anche corsi di formazione e di alfabetizzazione.
Ma i capi tradizionali, i notabili e le
autorità amministrative non apprezzavano il mio lavoro. Mi rimproveravano di
aprire gli occhi alla gente. Per quattordici anni ho continuato a farlo, poi me
ne sono dovuto andare per le persecuzioni appunto a causa del messaggio che
diffondevo.
Lei appartiene a
quella che si chiama la teologia della liberazione applicata all’Africa. Si
riconosce in questa definizione?
La mia riflessione teologica è nata nei villaggi. Precisamente
sotto l’albero della palabre, dei colloqui,
nelle montagne del nord del Camerun dove, la sera, m’incontravo con i contadini
e le contadine per leggere
Concretamente la mia teologia è partita dalla riscoperta del Dio di cui
parla una donna del Nuovo Testamento. Maria canta il
Dio che nutre gli affamati e lascia i ricchi a mani vuote. Questo Dio è nello stesso
tempo colui che rovescia i potenti dai loro troni.
Mi
indica tre
questioni prioritarie per l’Africa?
In estrema sintesi. La mia prima
preoccupazione è ridare al Vangelo in Africa tutta la sua crediblità
e la sua pertinenza; e ciò in rottura con il discorso
teologico che si è sviluppato in Occidente. Va messa in luce la forza
sovversiva della memoria del Dio crocefisso che noi dobbiamo riscoprire.
Un'altra preoccupazione è determinare il ruolo che deve essere accordato
alla gioventù. Per me la gioventù rappresenta la speranza del nostro continente
e non bisognerebbe che ricadesse nella storia della
sofferenza che è la storia dolorosa del popolo nero. Ci vorrebbe una rottura
con questa storia: un’esperienza che deve avere al centro i giovani.
Infine mi chiedo come si possa arrivare ad una civilizzazione
dello stato in Africa. E dico “civilizzazione” perché
lo stato è “decivilizzato” nella misura in cui è
organizzato sulla barbarie. La barbarie si è imposta in Africa negli ultimi trent’anni attraverso un’economia politica fondata sulla
gestione della violenza da parte di poteri che uccidono, spogliano, accaparrano
e monopolizzano l’accesso alle condizioni di esistenza.
È necessario passare da questa barbarie dello stato a
uno stato civilizzato. Civilizzare lo stato è la grande sfida di oggi.