La globalizzazione,
nella sua realtà concreta, sta introducendo nel nostro mondo gravi mali e
pertanto ha bisogno di redenzione. Compiere questa redenzione è essenzialmente
missione delle vittime. Questa tesi che - seguendo la lezione di Ellacuría - formuliamo a partire dalla fede cristiana, con
un linguaggio volutamente provocatorio, profetico e utopico, è quanto vogliamo
sviluppare in quest'articolo.
I - Una globalizzazione che abbisogna di
redenzione
Il termine "globalizzazione" copre realtà
ampie e diverse. Può far riferimento all'universalizzazione
del mercato, all'intercomunicazione istantanea nel pianeta, alla
omogeneizzazione di contesti culturali, alla speranza di una nuova oikuméne umana. Il termine è quindi complesso
e ambiguo, e lo è ancor di più se si ricorda che la comprensione della realtà
come globale viene da lontano. Il 1492 (America) "rese rotondo" per
la prima volta il pianeta. Il 1945 (Hiroshima) ha globalizzato
la responsabilità nei confronti di un pianeta che cominciava a essere in
pericolo "interamente".
Pur essendo il termine ambiguo, i difensori della globalizzazione,
soprattutto a livello economico, circondano questa con un'aureola univoca e
splendida. La presentano come "salvezza", èu-anghélion,
e nel suo "stadio definitivo" - questo significa - l'avvento del
fine della storia". La metafora introduce elementi densi di speranza: l'inclusione,
infatti nel mondo-globo c'è posto per tutti, e un centro dotato di
potere per generare bontà. Suggerisce perfezione rinascimentale, la rotondità,
e perfino equità: l'equidistanza tra tutti i punti della superficie
del globo e il suo centro. Come nella liturgia dell'Avvento, si canta - in modo
secolarizzato ma non meno efficace - "rallegrati, Gerusalemme, la tua
salvezza è vicina".
I fatti tuttavia smentiscono questo ottimismo - anche se sono nate, senza
dubbio, realtà utili e si intravede una tendenza alla mentalità globalizzante, prima inesistente, cosa che è positiva. Però
continua a essere vero che, contro la sua "essenza ideale", ciò che è
aumentato - e si è "globalizzato" - non
sono gli "inclusi", ma gli "esclusi", non
l'omogeneizzazione dell'umano, ma la proliferazione della volgarità, non
l'abbraccio familiare planetario, ma l'abisso crudele fra i popoli. Da qui
sorge la domanda fondamentale: Mondializzazione o conquista? (Cristianisme i justícia, Barcelona 1999), le manifestazioni antiglobalizzazione:
"Un altro mondo è possibile", e la riflessione di J. Moltmann che rivisita - con ottica sapienziale
- secoli del progresso dell'Occidente: "I campi di cadaveri della storia,
che abbiamo visto, ci proibiscono [...] qualunque ideologia del progresso e
qualunque piacere per la globalizzazione. [...] Se le
conquiste della scienza e della tecnica possono essere impiegate per
l'annichilimento dell'umanità (e se possono, un giorno lo saranno), risulta
difficile entusiasmarsi con Internet o con la tecnologia
genetica".
II - Il principio di redenzione/salvezza: le vittime
Questa globalizzazione abbisogna di redenzione. Hans Küng propende per un'etica
globale e Giovanni Paolo II chiede che la globalizzazione
- realtà umana aperta - si lasci guidare dalla dottrina sociale della Chiesa,
perché altrimenti può diventare una "nuova versione del
colonialismo". Queste iniziative sono benvenute ma non sembrano bastare se
non le si storicizza un minimo. È quanto vogliamo fare subito: offrire un
"principio di redenzione/salvezza" che generi un dinamismo capace di
superare i mali della globalizzazione (redenzione) e generare
beni (salvezza). E insistiamo sul momento della "redenzione" per non
accontentarci di riconoscere i "limiti" e le "ambiguità"
della globalizzazione e ignorare che si tratta anche
di un peccato che va sradicato. Cominciamo.
La tradizione biblico-cristiana è esperta sul tema
della redenzione/salvezza e sui dinamismi che entrambe le cose generano. La
salvezza comporta promessa e, correlativamente,
speranza, ma la sua specificità è che nasce dalla fragilità e dalla piccolezza:
un'anziana sterile, il piccolo popolo di Israele, la piccola Betlemme, un ebreo
marginale... La fragilità e la piccolezza stanno al centro del dinamismo della
salvezza. Essi ne sono i portatori, non solo i beneficiari. L'utopia è in
consonanza con la loro speranza e non con quella dei potenti. E la loro
piccolezza manifesta il momento essenziale di gratuità della salvezza, non
della hybris.
Questa tradizione del piccolo come portatore di salvezza attraversa
Vogliamo ora incentrare la nostra attenzione su questo servo. Diciamo subito
che le vittime della globalizzazione possono essere, cristianamente e paradossalmente, il suo principio di
redenzione, e se esse non riceveranno una fondamentale considerazione essa non
diventerà mai una globalizzazione umana. Ciò
costituisce, riteniamo, una novità teologica di profonda portata; infatti, il
servo di Jahweh non è stato storicizzato come realtà
attuale, collettiva e storica, e ancor meno è stata storicizzata la
salvezza che oggi porta al mondo.
Questa duplice storicizzazione è invece avvenuta tra
noi. Ellacuría insisteva sul fatto che, anche se non
si può stabilire con totale precisione chi oggi rende presente il servo
sofferente, "il Primo mondo non è su questa linea
mentre lo è il Terzo mondo;
non lo sono le classi ricche e vessatrici, mentre lo sono le classi
oppresse". Nel nostro linguaggio, il servo sono oggi i "popoli
crocifissi", che caricano sulle proprie spalle il peccato di questo mondo,
oggi il peccato della globalizzazione. Mons. Romero, con un linguaggio
pastorale, diceva alle contadine e ai contadini di Aguilares,
popolo massacrato: "Voi siete il divino violato" (Omelia, 19
giugno 1977). Il servo è ad un tempo Cristo liberatore e il popolo sofferente (cfr. Omelia, 21 ottobre 1979).
Queste "vittime di oggi" portano salvezza, e anche salvezza storica.
Il servo di Isaia è stato utilizzato nella soteriologia classica, ma la storicizzazione della salvezza del servo non è sorta nel
mondo dell'abbondanza ma nel Terzo mondo - ecco perché "il luogo (la
realtà storica concreta) fa che la fonte della rivelazione (
Un esempio dell'Asia. I poveri, non perché siano santi ma perché sono coloro
che non hanno potere, i negletti, sono scelti per una missione, "sono
convocati per essere mediatori della salvezza dei ricchi e i deboli sono
chiamati a liberare i forti" (A. Pieris). Un
esempio dell'Africa (interecclesiale, ma che rivela la stessa intuizione):
"
III - Le vittime e la redenzione/salvezza della globalizzazione
La conclusione di quanto affermato è paradossale: secondo la tradizione biblica
le vittime della globalizzazione possiedono un
potenziale e un dinamismo opposti a quelli della globalizzazione,
che le trasformano in principio di redenzione e di salvezza. Vediamo il
contributo delle vittime alla globalizzazione - o a
ciò che la globalizzazione idealmente pretenderebbe -
in tre punti fondamentali: la verità, la solidarietà e la civilizzazione della
povertà. Li esamineremo cercando di mostrare da quale peccato
"redimono" la globalizzazione e cosa
"salvano" delle sue intenzioni ideali.
1 - La verità. Le vittime convocano alla verità
Nella globalizzazione si dà per scontato che chi
convoca - riunisce, "globalizza" - salvificamente è il Potere, soprattutto quello economico. A
questo centro convocatore
E la stessa cosa accade, a volte, nella storia. Anni addietro il Salvador non
esisteva per il mondo. Si cominciò a conoscerlo nel 1977 quando un sacerdote,
Rutilio Grande, venne assassinato. Il mondo occidentale, democratico e
cristiano, rimase sorpreso e alcuni rimasero scossi. Ma ciò che è più
importante è che questo assassinio portò alla conoscenza di una verità
ignorata: anche contadini, operai, studenti, catechisti e delegati della
parola, venivano perseguitati, torturati, assassinati in massa. E si giunse
alla verità fondamentale: il Salvador è un popolo crocifisso. Il clamore della
repressione e della croce ruppe il silenzio della povertà e dell'ingiustizia
secolari. E gli occhi di molti si posarono sul Salvador.
Il servo sofferente quindi attrae anche oggi e si trasforma in "luce delle
nazioni" (Is 42,6; 49,6). Dalle vittime di oggi
- a causa della loro stessa realtà crocifissa - proviene una luce che denuncia
e smaschera la menzogna della globalizzazione. In
questo contesto va ricordato, come dice Luis de Sebastián, che "la globalizzazione
è lo stato attuale dell'economia mondiale... [che] ha prodotto vincenti e
perdenti, trionfatori e vittime". Circa le vittime è sufficiente
menzionare un dato che è divenuto emblematico: due miliardi di esseri umani
vivono con due dollari al giorno, e la metà di essi con meno di un dollaro -
ciò che Casaldáliga chiama "la macroblasfemia
del nostro tempo". Di fronte a ciò non c'è oscurità possibile, ecco perché
la strategia della globalizzazione reale cerca di
occultare, coprire, mimetizzare, e ciò può avvenire, certamente, usando mezzi
di comunicazione "globalizzati".
Accettare questa verità, non opprimerla con l'ingiustizia - grave pericolo di
ogni essere umano contro cui ci ammonisce Paolo (Rm
1,18) - è il primo passo. E allora le vittime possono muovere alla conversione.
Il termine è insolito nel linguaggio delle analisi economiche, ma è
insostituibile se si vuole una globalizzazione umana.
Lo stesso Wolfenson, ex presidente della Banca
Mondiale, dovette ammettere nella Repubblica ceca nel settembre del 2000:
"Gli aiuti dell'Occi-dente al Terzo mondo non hanno fatto altro che
diminuire e credo che questo sia un crimine". Se c'è un crimine ci deve
essere anche pentimento e dolore. E questo dolore, quando è reale, è un primo
passo, minimo ma necessario, per cogliere l'immenso oltraggio comparativo del
nostro mondo, Epulone e Lazzaro (Lc 16,19ss.), e per
sentire vergogna di fronte a un mondo impudico, violato nella sua più profonda
dignità.
Una globalizzazione senza verità, ancor peggio contro
la verità, non umanizza e inoltre non può "globalizzare",
ma "escludere". Mentire e celare negano la realtà stessa delle cose.
E così "l'Africa non esiste": è stata esclusa dalla realtà dalla contro-globalizzazione del silenzio. Producono anche
disgregazione e antagonismo, e così Cuba non può essere un popolo aperto ad
altri: è bloccato dalla contro-globalizzazione della
menzogna. La menzogna e il celare non favoriscono per nulla l'universalizzazione dell'umano.
Invece, porre al centro del "globo" la sofferenza delle vittime porta
alla verità e alla universalizzazione. Tutto ciò non
ha nulla a che vedere con la canonizzazione del sacrificio ma con la pretesa-invito
a rispondere umanamente dinanzi alle vittime, con misericordia e giustizia. E
ciò certamente possiede un dinamismo inglobante e includente di tutto e di
tutti coloro per i quali l'umano si decide nel più profondo delle viscere,
nella misericordia.
Concluderemo questa sezione con due brevi riflessioni. Parlando delle vittime
abbiamo cominciato con la negatività, espressa dalla sofferenza, e lo abbiamo
fatto perché è la realtà più reale (in un altro momento bisognerà analizzare se
il cristianesimo, almeno il messaggio di Gesù, non
vada indirizzato direttamente al "sofferente" prima che al
"peccatore"). Questa sofferenza è massiccia, ingiusta e crudele, si
nutre di gente innocente e indifesa ed è prodotto del mondo del potere
(economico, militare, politico, dei mezzi di comunicazione, a volte delle
Chiese e delle Università). È il mysterium iniquitatis.
Ma non si può nascondere la negatività espressa dalla perversità, a volte
terrificante. Si ha nel mondo dell'abbondanza e dell'oppressore e si ha pure
talora nel mondo delle vittime che assimilano i propri carnefici. Così lo
spiega il vescovo Sikuli di Butembo,
Congo: "Quando nel mondo non si ha nessuno, né padre, né madre, né
sorella, e si è ancora un bambino, in un Paese rovinato e barbaro, in cui tutti
si ammazzano, cosa si può fare? Si comincia a essere bambino soldato per
mangiare e uccidere: questo è quanto ci rimane". Nessuna ingenuità quindi.
Anche tra le vittime si fa presente il mysterium iniquitatis. Ma c'è qualcosa nel mistero di questi bambini-soldato
che - come il servo, analogamente se si vuole - continua a rinviare,
misteriosamente, a Cristo crocifisso, e continua a convocare.
E una seconda riflessione. Abbiamo detto che le vittime sono oggi il servo di Jahweh, ma altri trovano la sua presenza in posti molto
diversi. Sono diventate classiche le seguenti parole di un teologo del
capitalismo: "Per molti anni uno dei miei testi preferiti della Scrittura
è stato Is 53,2-3: "Disprezzato e reietto dagli
uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci
si copre la faccia". Vorrei applicare queste parole alla business corporation, all'impresa di affari moderna, un'incarnazione
della presenza di Dio in questo mondo enormemente disprezzata" (M. Novak).
2 - La solidarietà. Le vittime inducono a "sostenersi
vicendevolmente"
Nella tradizione cristiana il simbolo di una globalizzazione
"di qualità" è la mensa condivisa tra tutti e con i diversi, come
quella di Gesù. Questa era l'utopia di Rutilio
Grande: "Un'unica mensa grande, con larghe tovaglie per tutti". È la
mensa che rende uguali gli ineguali, quella che costruisce la famiglia umana.
Negli ultimi quarant'anni il mondo non è andato in
questa direzione, ma in quella opposta. Secondo le relazioni del Programma
delle Nazioni Unite per lo sviluppo il rapporto tra ricchi e poveri era di
Con la parola solidarietà si esprime normalmente appoggio, vicinanza, difesa
del debole, e tutto questo - sempre più - nella sua dimensione di massa e
popolare. "La solidarietà è la tenerezza dei popoli", afferma con una
bella espressione Casaldáliga. Ma per comprenderla in
relazione alla globalizzazione sarà bene esaminarla
anche concettualmente. Analizziamo la sua specificità con un esempio che si è
ripetuto varie volte tra noi.
Abbiamo detto che gli occhi di molti si sono posati sul Salvador crocifisso e
ciò ha dato la stura a un nuovo e potente dinamismo: conoscere, lasciarsi
coinvolgere, aiutare, impegnarsi. Si cominciò a pensare l'aiuto in modo
diverso: non si trattava più solo di dare aiuto materiale ma della dedizione
della persona; e non solo di dedizione temporanea ma duratura. E allora accadde
la novità fondamentale in termini di globalizzazione:
non si trattava solo di dare dal di fuori, ma pure di ricevere. Si trattava di
"sostenersi vicendevolmente" tra i diseguali. Era nata la
solidarietà.
Rispetto alla globalizzazione questa solidarietà è,
innanzitutto, la sua critica. Per quanto non sia poco - ammesso che la globalizzazione vi riesca - non si tratta semplicemente che
"tutti entrino" nel globo, ma di "sostnersi
vicendevolmente" tra i diseguali, ognuno dando e ricevendo il meglio che
ha, a tutti i livelli: economici, culturali, di conoscenze, e fede... Allora il
"globo" non è più una metafora adeguata, perché puramente spaziale e
materiale. Mentre lo è la "famiglia" - che "il mondo diventi una
casa per tutti" - affermava E. Bloch - dove c'è
vicinanza invece che distanza (sebbene dal punto di vista del mercato questa
può essere utilizzabile dall'industria del turismo), stima (invece del
disprezzo che si suole mantenere verso coloro che sono entrati senza essere
chiamati), gioia (invece della paura che coloro che entrano invadano tutto).
Cos'è che genera il dinamismo di questa solidarietà, di questo modo d'essere e
stare nella vita, così diverso e opposto rispetto a quello proposto dalla globalizzazione? Le vittime, entrare in rapporto con esse,
cercare di aiutarle e scoprirsi aiutati da esse. Le vittime possono trasformare
"un globo" in "una famiglia", "un gigantesco
supermercato" in "una casa".
E possono introdurre qualcosa che praticamente è assente nell'attuale cultura
con gravissimi danni per l'essere umano: la grazia. Se il lettore si domanda
perché menzionare la grazia in questi momenti, temo assai che non ha capito né Gesù di Nazaret, né l'essere
umano, che tale diventa non solo costruendosi da sé ma pure lasciandosi
costruire dagli altri. È la realtà e l'esperienza del dono.
È esperienza ripetuta che volontari e volontarie, venuti dal di fuori ad
aiutare in ricoveri e villaggi, confessano con gratitudine che, quando meno se
lo attendevano, senza, per così dire, meritarlo, hanno ricevuto più di quanto
hanno dato e hanno ricevuto qualcosa di un ordine superiore a quello di cui
erano inizialmente portatori. Hanno ricevuto accoglienza, affetto, speranza,
fede, realtà di cui si costituisce il tessuto umano e con le quali si può
costruire una famiglia. Globalizzare umanamente non
significa solo che possano "entrare tutti" - che non sarebbe
poca cosa - ma pure "essere tutti", ognuno
quello che è, con la gioia di sostenersi vicendevolmente.
3 - La civilizzazione della povertà. Le vittime capovolgono il presupposto
fondamentale
Se quanto detto è vero, è allora necessario nella globalizzazione
un cambiamento radicale e non solo un "più" quantitativo. Così
affermava Casaldáliga in una "preghiera a san
Francesco in forma di sfogo":
Compare Francesco,
il mondo è così vecchio,
che bisognerà farne un altro
per vederlo nuovo.
E Ellacuría lo ha teorizzato. Con realismo e
pragmatismo, da una parte, con profetismo e utopia
dall'altra, ha insistito sul fatto che ciò che c'era da fare era
"capovolgere la storia"; nei termini di quest'articolo,
"capovolgere il dinamismo dell'attuale globalizzazione".
Per questo parlava della necessità di qualcosa di radicalmente nuovo: una
"civilizzazione del lavoro" e, ancora più innovativamente,
una "civilizzazione della povertà". Su questa affermava programmaticamente:
"Una civilizzazione [...] in cui la povertà non sarebbe più la privazione
del necessario e del fondamentale dovuta all'azione storica di gruppi o classi
sociali e di nazioni o insieme di nazioni, ma uno stato universale di cose, in
cui è garantito il soddisfacimento dei bisogni fondamentali, la libertà delle
scelte personali e un ambito di creatività personale e comunitaria che consenta
la comparsa di nuove forme di vita e cultura, nuove relazioni con la natura,
con gli altri, con se stessi e con Dio".
Questa descrizione è utopistica, ma fondata. 1) La civilizzazione della povertà
va intesa in primo luogo in contrapposizione alla civilizzazione della
ricchezza, non come impoverimento universale come ideale di vita. 2) La cultura
della povertà è inoltre una necessità storica a causa della correlazione
universale, risorse-popolazione. 3) D'altronde, la civilizzazione della
ricchezza ha fallito come modo di garantire la vita alle maggioranze, infatti
il suo ideale di vita non è universalizzabile. E anche se fosse possibile, non
è augurabile, infatti ha fallito pure come modo di umanizzare persone e popoli.
4) La conclusione è che in un mondo configurato peccaminosamente dal dinamismo
capitale-ricchezza è necessario suscitare un dinamismo diverso che vada salvificamente oltre. Questo dinamismo proviene dal mondo
della povertà. E questa povertà è quella che veramente "incivilisce",
dà spazio allo spirito
"che non si vedrà più soffocato dall'ansia di avere più dell'altro,
dall'ansia concupiscente di avere ogni tipo di cose superflue, mentre alla
maggior parte dell'umanità manca il necessario. Potrà allora fiorire lo
spirito, l'immensa ricchezza spirituale e umana dei poveri e dei popoli del
Terzo mondo, oggi soffocata dalla miseria e dall'imposizione di modelli culturali
più sviluppati in alcuni aspetti, ma non per questo più pienamente umani".
Ellacuría argomenta partendo da aspetti diversi:
dalla riflessione sulla storia, le sue possibilità, le sue esigenze, e dai
piccoli segni di questa civilizzazione della povertà che vedeva nel Terzo
mondo. Ma il suo pensiero distintivo è che, per trovare una "nuova"
civilizzazione, egli si rifà - e centralmente - a una tradizione biblico-cristiana fondamentale: i poveri, le vittime, il
popolo crocifisso.
Da questa tradizione di poveri e povertà - insieme al meglio di altre,
naturalmente - si può dare origine a un sapere proveniente dalle vittime e che
non cela la realtà; una prassi per deporle dalla croce; un condividere la loro
speranza, un sostenersi vicendevolmente e un celebrare - con esse - la vita.
Così pensava Ellacuría che si sarebbe potuto "
capovolgere la storia". Così, diciamo noi, si può "redimere la globalizzazione".
Quanto è stato scritto in quest'articolo, e
soprattutto in quest'ultima sezione, va capito bene.
Per "redimere" bisogna cercare alternative storiche, obiettive e,
ovviamente, possibili; e già si sta cercando di teorizzare alcune vie di una globalizzazione umana. La nostra inquietudine è diversa:
per orientare queste alternative bisogna tenere conto di princìpi
che realmente principino una realtà adeguata. Qui ne abbiamo evidenziati tre:
la verità che convoca i molti, la solidarietà di sostenersi vicendevolmente tra
diseguali, la civilizzazione della povertà che porta con sé umanizzazione; e
abbiamo insistito sul fatto che questi princìpi hanno
il loro luogo naturale nelle vittime di questo mondo. Tra esse sorgono e da
esse ricevono la direzione in cui debbono storicizzarsi e la mistica e la forza
per farlo. Le vittime, riteniamo, sono un principio inedito - e utopico - nella
storia, ma dal metterlo in moto dipenderà il futuro. Ci sono già piccoli segni
che sarà così, e certamente questa è la nostra speranza.