IL MAESTRO PRIMA CONQUISTA IL CUORE di Renato Kizito Sesana
Perché predichiamo, catechizziamo,
insegniamo - e facciamo pochi discepoli? Perché anteponiamo
dottrine, progetti, e programmi all’amore per le persone. E non c’è chiesa né ricerca di Dio, se non c’è amore. Come
testimoniano tre catechisti nuba.
Come sono riusciti i
catechismi nuba, nelle sperdute montagne del centro
del Sudan, a mantenere viva la fede e a far crescere la chiesa durante i lunghi
anni, 10 e
Ho intuito la risposta durante la mia
più recente visita sulle loro montagne, a Kujur Shabia, dove ho tenuto un corso
per maestri.
Ho visto arrivare Paul
da lontano, stanco per le oltre sei ore di cammino, accompagnato da tre giovani
catechisti che lui ha formato. Si è
seduto per raccontarmi il motivo della sua visita e gli altri tre hanno dialogato
e lo hanno anche contraddetto, con l’attento, affettuoso rispetto che in Africa
si usa per gli anziani. Guardando i
quattro che, seduti sulle rocce, al tramonto, sorseggiando l’acqua fresca da un
grande guscio di zucca essiccato, parlavano della vita
della comunità cristiana, mi è parso di vedere un’illustrazione del Vangelo, e
ho improvvisamente trovato la risposta alle mie domande.
I catechismi nuba,
senz’altra formazione se non la lettura continua del Vangelo, hanno
istintivamente seguito la “metodologia” di Gesù e
degli apostoli, formando dei discepoli.
Come Gesù,
hanno annunciato la buona novella e raccolto intorno a sé i giovani più aperti,
hanno continuato a camminare con loro, in comunione di vita, insegnando e
guidando insieme la comunità. Hanno cioè praticato il
metodo del discepolato, in cui il “maestro” condivide
la vita dei discepoli, li istruisce e li esorta sulla strada della ricerca del
Regno, e con loro risolve i problemi della comunità che cresce. Senza mai dimenticare che di Maestro ce n’è
uno solo, e gli altri ne sono solo una debole
immagine, sono sempre discepoli-maestri.
Matteo ha scritto che Gesù dopo la ressurezione ha
inviato i discepoli dicendo loro: “andate, fate
discepoli di tutte le nazioni, battezzateli… e ammaestrateli”.
Come mai questo fate
discepoli non è stato considerato,
almeno nel recente passato missionario, un’indicazione di metodo?
Eppure sarebbe la conclusione più logica, Gesù che durante la sua vita pubblica ha insegnando facendo
discepoli, lascia ai discepoli la consegna di continuare l’annuncio del Regno
facendo altri discepoli. Come mai in alcune traduzioni in lingue moderne il
“fate discepoli” diventa “ammaestrate”. Che è una
ripetizione dell’indicazione che viene poco dopo?
Tornato a Nairobi ho ricercato nelle biblioteche teologiche
tutto ciò che è stato scritto sul “discepolato”. Non
ho trovato niente sul discepolato come metodo.
L’unico riferimento, ma di passaggio, in molte pagine dedicate al discepolato come sequela di Gesù,
è di un autore che si chiede perché, secondo Matteo, Gesù
abbia detto nell’ordine, “fate discepoli…battezzate…e ammaestrate”,
mentre invece negli ultimi secoli la chiesa missionaria ha seguito
l’ordine opposto, cioè ha prima ammaestrato e poi battezzato.
La risposta è che
Matteo mettendo il battesimo prima dell’ammaestrare
vuole fare una dichiarazione teologica, sottolineando che il battesimo è una
chiamata gratuita, un dono di grazia. Non è per caso che l’autore voglia
rimettere in discussione la prassi missionaria degli ultimi secoli?
Forse la chiesa
missionaria era prigioniera di una ecclesiologia un
po’ burocratica, che accentuava l’appartenenza alla chiesa come “società
perfetta” e aveva come priorità acquisire nuovi membri, mentre Gesù era più interessato a mantenere viva la tensione verso
il Regno di Dio, il senso della vita come cammino verso il Padre.
Gesù
prima conquista il cuore, chiama i pescatori che
stanno rammendando le reti, la samaritana che attinge acqua al pozzo, il
funzionario delle tasse, il ricco curioso che si arrampica sull’albero per
poterlo vedere almeno per un attimo, e poi li ammaestra. Chi si è innamorato
apre il cuore alla verità che viene dall’Altro. Il Vangelo ci presenta
l’avvicinarsi a Gesù non come una ricerca guidata
dalla ragione, ma come un’esperienza di amore, spesso
come un colpo di fulmine.
La sequenza dei
verbi in Matteo diventa logica se si considera il diventare discepoli come la
decisione irrevocabile di mettersi alla ricerca di Dio e al servizio del prossimo
seguendo l’insegnamento di Gesù. È l’inizio di un
sentiero difficile, l’aprirsi di una nuova visione del mondo, tutta orientata
alla scoperta della presenza e dell’amore di Dio nella vita del
discepolo e della storia umana. L’insegnamento viene dopo, poco a poco, quando
la realtà dell’amore è stata accettata.
Anche
oggi chi in Africa (e nel mondo intero) si avvicina a Gesù
lo fa perché vuole conoscere il maestro, lo vuole sentire come persona viva e
risorta che cammina per le strade del proprio villaggio e quartiere, vuole
sperimentare il suo amore, per poi capire e vivere la sua verità. Così i
catechisti nuba hanno fatto
conoscere il Maestro, l’hanno reso presente nei sentieri impervi fra le
rocce e nelle valli disseminate di palme. Spesso invece ammaestrato
la chiesa insegna una dottrina codificata e definita, dimenticando di
far gustare ai chiamati un’esperienza d’amore. A chi cerca una persona che dia
un senso pieno al mistero della vita, noi presentiamo il libro del catechismo.
Così non dobbiamo
meravigliarci se il giovane che ci avvicina non domanda “cosa devo fare per
avere la vita eterna?” ma piuttosto, come è capitato a
tutti i missionari in Africa, “come posso diventare membro della vostra
associazione?”. Se l’appartenenza alla chiesa, i documenti, i certificati di
battesimo, vengono percepiti più importanti di un
genuino rapporto d’amore col Maestro, la comunità nasce già sclerotica. Mi
pare, e parlo da missionario della foresta e degli slum,
che ciò che contraddistingue il discepolato come
metodo sono due elementi: la continua ricerca di Dio e la comunione di vita col
maestro. Ed è il maestro che guida il cammino nella
comune ricerca di Dio.
Ricordo con
disappunto gli anni della formazione quando mi insegnavano
a non “attaccarmi” agli altri, perché era negativo per un prete mantenere un
rapporto con le persone che formava. Ma come si può
comunicare e insegnare l’amore se non si ama? Tre preti \italiani come Zeno Saltini, Primo Mazzolari e
Lorenzo Milani hanno amato intensamente le persone
affidate alle loro cure, i loro discepoli, coloro che
li avevano riconosciuti come maestri capaci di ricondurre al Maestro.
Non c’è chiesa se
non c’è amore. Amore, perdono, riconciliazione, servizio si insegnano
solo amando, perdonando, riconciliandosi, servendo. Non sono né gli anni di
studio né l’ordinazione sacerdotale che fanno di una persona un testimone, un
maestro; è la sua comunione di vita con Dio. Il vangelo lo si
impara praticandolo, non studiando.
Basta rileggere le
espressioni di tenero affetto che san Paolo indirizza ai suoi discepoli per
capire che la trasmissione della fede avviene solo là dove c’è un contesto di affetto, tenerezza, amore. Il mezzo e il fine
sono inscindibili. Non si può parlare di Dio che è amore senza praticare l’amore.