Mi sembra una congiuntura estremamente
provocatoria, e allo stesso tempo salutare. In termini
cristiani, tutto ciò che é salutare rappresenta anche una provocazione.
Indubbiamente Medellin è stato il punto più alto
della storia ecclesiale dell'America Latina. In un certo senso il gran concilio
latinoamericano di Medellin, il nostro concilio più grande, ha rappresentato una rottura e un gran
balzo verso il futuro. Allo stesso tempo, i "cinquecento anni", ai
quali ci stiamo avvicinando, e che Spagna, Stati Uniti, governi e istituzioni
dell'America Latina e dell'Europa si dispongono a celebrare in modo molto
"festivo", molto acritico, spinti certamente anche da molti interessi
- il grande turismo dei 500 anni, la grande baldoria etnocentrica dei 500 anni... - tutto questo ci obbliga,
come cristiani e come latinoamericani, a rivedere, a riesaminare, a rifare il
cammino a ritroso, a tornare indietro verso le fonti dell'identità
latinoamericana e anche verso le fonti dell'identità cristiana, cioè a
"de-colonizzare" e a "de-evangelizzare"…
La celebrazione dei 500 anni dovrà essere festiva o penitenziale?
Può essere le due cose insieme. Io celebro la morte
di Cristo penitenzialmente e festosamente.
Deve essere una celebrazione pasquale. In primo luogo, dobbiamo chiaramente
riconoscere tutto ciò che in questi anni c'è stato e c'è ancora di morte, di
negazione, di proibizione, di schiavitù, di colonialismo, di etnocentrismo, di riduzionismo.. In secondo luogo, dobbiamo
celebrare anche tutto ciò che in questi 500 anni c'è stato di eroismo, di
rischio, di martirio. .. Chiaramente non parlo solo dei martiri che forse gli
indigeni ci hanno procurato, ma soprattutto dei molti più martiri che noi
abbiamo procurato agli indigeni. Intendo parlare di tutti "i martiri del
Regno" che ci sono stati in questo continente per difendere la propria
cultura, per difendere la libertà, per difendere la
giustizia. E forse per annunciare il vangelo di Gesù.
La scoperta dell'America è stata una "scoperta"?
No. Si è trattato in gran parte di un incontro casuale. E' stato
anche uno scontro di culture e di popoli. E' stata un'avidità. E' stata
un'invasione. E stata una conquista. Dobbiamo far sì
che diventi sempre di più un incontro di continenti, un incontro
di popoli. Quando i membri del CIMI (Consiglio Indigenista Missionario-Brasile) e tutti gli antropologi
onesti contestano le politiche dei governi del continente verso gli indigeni,
ciò che si contesta è l'" integrazione" di queste culture, di questi
popoli in una presunta nazione più grande, in una cultura ipoteticamente più
vasta o migliore. Tuttavia, diciamo anche che potremmo accettare molto bene una
" inter-integrazione", cioè che un
continente si incontri con un altro continente, che determinati popoli si
integrino con altri popoli e si "inter-integrino".
L'America Latina può e deve dare all'Europa molta ecologia, molta
natura, molta gratuità, molta gioia, molto colore, molta ospitalità, molta
solidarietà, molta utopia, molta speranza…
L'evangelizzazione dell'America è stata una
"evangelizzazione"?
E' stata un'evangelizzazione forzata, molto culturalista, molto impositiva. E
stata un'evangelizzazione molto poco evangelica. E questo perché, servendo il Signore, serviva il Re; portando il
Vangelo portava anche cultura europea, ispanica; credendo di annunciare il
regno di Dio imponeva l'impero. Insomma era poco lucida teologicamente.
Forse le circostanze non hanno permesso che si facesse di più, ma noi siamo
obbligati a criticare la storia passata alla luce di ciò che la storia presente
ci consente, in modo da correggere il futuro. Si è trattato di
un'evangelizzazione violenta, che ha provocato quegli eclettismi che in seguito
con tanta frequenza e molta facilità abbiamo
condannato. Il mondo indigeno continua ad esistere. Anche
il mondo nero continua ad esistere. Fortunatamente non sono stati completamente
distrutti ed hanno ancora sufficiente vitalità per continuare ad essere se
stessi, anche essendo cristiani, anche essendo - forse "nuovamente"-
evangelizzati.. . L'evangelizzazione
dell'America Latina è stata ambigua. La sua memoria dovrebbe provocare una
celebrazione penitenziale, per arrivare a quell'evangelizzazione
coraggiosa e "nuova" che lo stesso Giovanni Paolo Il chiedeva con riferimento ai 500 anni.
Hai detto che tutto questo ci obbliga a
"de-colonizzare" e a "de-evangehzzare".
Che cosa significa "decolonizzare"?
"Decolonizzare" potrebbe significare: tornare alle fonti
dell'identità latinoamericana, lasciare che l'America Latina sia ciò che
originariamente è, permettere che si realizzi come un continente di tutti,
fraterno, con una unità radicale, indigena, nera,
creola. .. "Decolonizzare" potrebbe voler dire lasciare che si
realizzi e si liberi questo continente finora proibito, dipendente, sottomesso
ad un debito estero ingiusto, iniquo, un debito che il popolo latinoamericano
non deve pagare, perché non è stato lui a contrarlo; un debito che il popolo
latinoamericano non può pagare, perché l'ha già pagato, con le materie prime, con a mano d'opera a basso costo, attraverso la consegna dei
propri beni, del suolo, del sottosuolo...; un debito estero che è peccato
pagare, che è peccato riscuotere... "Decolonizzare", tornare
all'identità latinoamericana, significa permettere che la grande identità
latinoamericana - che è indubbiamente la somma di molte culture, inizialmente
di molti popoli indigeni, del popolo negro, schiavo, portato in America Latina,
e poi del popolo creolo - possa esprimersi in tutti gli aspetti della vita
culturale, nelle sue produzioni letterarie, artistiche, nell'educazione, nell'organizzazione
politica, amministrativa, e anche nell'agricoltura... "Decolonizzare"
significa permettere al popolo latinoamericano di esprimersi nel concerto delle
nazioni del mondo come altro, come diverso, a mio modo di vedere con una
identità che in un certo senso unifica tutti questi popoli e che consente di
poter parlare legittimamente di "Grande Patria ": l'intera America
Latina e i Caraibi.
Che cosa
significa "de-evangelizzare"?
"De-evangelizzare" potrebbe
significare decolonizzare l'evangelizzazione. Il
vangelo è arrivato in America Latina avvolto, portato, espresso da una cultura
al servizio di un impero, all'inizio quello spagnolo. Più che un messaggio
evangelico limpido, sovraculturale, liberatore... è
giunto un messaggio di importazione culturale che in
500 anni ha fatto sì che in America Latina non si potesse realizzare veramente
una Chiesa autoctona. Puebla, nel famoso documento
verde, che provvidenzialmente fu respinto in quanto a mio parere incompleto e
deformante, parlava dell "evangelizzazione
delle culture". Questa espressione viene ora
ripresa nuovamente in America Latina, nel Celam, in
Vaticano. L'espressione potrebbe anche essere valida, sempre che non la si riduca a quella forma di culturalismo che nega il
processo storico totale, che non è solo culturale ma anche politico. Dev'essere un'inculturazione che
entri in pieno nelle culture dei popoli, nella storia di questi popoli, e nei
nuovi processi storici che questi popoli stanno vivendo: processi culturali,
sociali, economici, politici.. . De-evangelizzare
ciò che è stato mal evangelizzato, per noi, in America Latina, può significare
solo un punto di partenza per una piena liberazione socio-politico-economica, culturale, integrale; può
significare solo evangelizzare in modo liberante i processi storici dei nostri
popoli. I processi di liberazione dei nostri popoli, alla luce della fede, si integrano, fanno parte, in un certo senso costruiscono,
annunciano, preparano, ricevono, attendono... il grande Processo del Regno. Puebla parlava legittimamente anche della "civiltà
dell'amore", espressione molto bella, molto stimolante
e cristiana, se pienamente intesa. Tuttavia sia in America Latina che in Europa, questa espressione è già stata diluita in una
specie di irenismo che nega la drammaticità dei processi storici che noi, qui
in America Latina e in tutto il Terzo Mondo, stiamo vivendo. Alla "civiltà
dell'amore" occorrerebbe aggiungere ciò che con espressione felice il
teologo gesuita spagnolo, basco, salvadoregno Ellacuria,
chiamava la "civiltà della povertà".
"De-colonizzare" e "de-evangelizzare", allo
stesso tempo... Vorrei esprimerti già da ora un dubbio che avrà
già assalito più di un lettore, dopo quanto hai detto, e che molti altri
esperimenteranno inevitabilmente alla fine di questo libro: non stai per caso
mescolando il religioso al politico? In quanto hai detto non c'è forse molta
politica?
Vorrei rispondere a questa possibile accusa o stranezza, risalendo al
fondamento ultimo, a Dio stesso. (Senza dubbio, in
questo contesto di "de-evangelizzazione" e di ritorno alle fonti
della nostra identità cristiana, possiamo inserire anche la necessità di
rivedere lo stesso Dio, di riesaminare la nostra immagine di Dio). Il nostro
Dio, se non vogliamo ridurlo ad un idolo, può essere solo Dio e Padre di nostro
Signore Gesù Cristo. Paolo
parla dell'umanità, della condizione umana del Dio che è venuto tra di noi. Io vorrei interpretarlo così. Il nostro Dio è un
Dio che si è fatto uomo, che si è incarnato. Suo
Figlio è il Verbo, Gesù Cristo, Gesù
di Nazareth, nato da donna, figlio di Maria, uomo
storico sottoposto ad una cultura, in un tempo determinato, sotto un impero. .
. Il mistero dell'incarnazione, per noi cristiani, è l'espressione massima
della solidarietà umana di Dio. Gesù Cristo è la
solidarietà storica di Dio verso gli uomini, con ogni persona, con ogni popolo, e con i loro processi storici. Il nostro è un
Dio che si è fatto uomo, umanissimo, storicamente umanissimo.
Per la nostra fede, i diritti umani sono interessi storici di Dio…Per noi non
esistono due storie umane: una storia profana,
laterale rispetto a Dio, e un'altra storia umana, soprannaturale, di cui Dio
avrebbe cura, che Dio farebbe sua. Senza negare ciò che tradizionalmente i
teologi hanno chiamato "ordine naturale" e "ordine soprannaturale",
"natura" e "grazia", noi confessiamo un'unica storia umana,
perché il Dio salvatore é lo stesso Dio creatore... Questa umanità
di Dio, di Gesù Cristo, che è il Dio fatto uomo,
passa per un processo storico concreto, determinato, fatto di tensioni, di
tentazioni, di conflitti con gli interessi dei grandi del suo tempo:
dell'impero romano, del tempio, di Gerusalemme, dei latifondisti ebrei, del
legalismo che sottometteva il popolo ad una vera e propria schiavitù
spirituale. .Se riesaminiamo la nostra immagine di
Dio, dovremo rivedere anche l'idea di una religione separata dalla storia
(dall'unica storia), separata dagli uomini, dai popoli, dai loro processi
storici, dalla politica. . . Se
crediamo veramente nel Dio di Gesù (non dico in
qualche altro Dio) non è possibile non entrare in politica. E se crediamo in
questo Dio, se accettiamo questo Gesù Cristo, Dio
incarnato, uomo conflittuale, accusato, condannato a morte, appeso ad una
croce, interdetto dai poteri imperiali, religiosi ed economici del suo tempo..., necessariamente, come Chiesa, come comunità di seguaci di
Gesù Cristo, dovremo anche rivedere, riesaminare,
trasformare la nostra stessa teologia, cioè la sistematizzazione
della nostra fede cristiana, la celebrazione di questa stessa fede che è la
liturgia, l'amministrazione di questa fede cristiana, dell'esperienza di questa
fede, che è la pastorale, e l'esperienza personale, da parte di ogni cristiano,
di questa stessa fede, che è la spiritualità… In America Latina, in questa
congiuntura concreta che parte da Medellin ed è già
sotto il segno di questi 500 anni, si sta vivendo (tra molti conflitti,
certamente, la qualcosa è pur sempre un segno "cristiano") una nuova
liturgia, una nuova teologia, una nuova pastorale, una nuova spiritualità, una
santità in qualche modo nuova, tipica mente latinoamericana.
Andiamo per punti. Rivedere, riesaminare in primo luogo. La
teologia...
La teologia della liberazione è questo: una nuova sistematizzazione
della fede cristiana, proveniente dall'America Latina, che cerca di rivedere la
teologia cristiana tornando alle fonti della nostra identità cristiana.
Rivedere il Dio nel quale crediamo significherà prima di tutto e soprattutto
superare ogni dicotomia. Il Dio della Bibbia, in tutte le sue pagine, è un Dio antropomorfico,
è un Dio mescolato alla terra, è un Dio profondamente
coinvolto nella storia. E' anche un Dio che descrive se stesso lungo la storia
di un popolo. Gli ebrei credenti potevano dire a ragione,
entusiasti e grati: non c'è nessun altro Dio più prossimo del nostro
Dio... Anche noi cristiani proclamiamo il nostro Dio come l'Emmanuele, il Dio
con noi; ancora di più, Dio come noi; ancora di più, Dio come il più povero di
noi. Dio fatto uomo, Dio fatto povero, Dio fatto emarginato, Dio fatto perseguitato,
Dio fattosi scomunicato, Dio fattosi condannato, giustiziato, morto... A partire da questo, la teologia dovrà riesaminarsi… E
questa intenzione si realizza qui da noi nella teologia della liberazione. Ho
ripetuto molte volte che questa teologia riceve molto di più dal cammino di
tutto il popolo latinoamericano, credente e oppresso e in via di liberazione,
che dalla testa pensante dei nostri teologi, che potremmo immaginare chiusi nelle loro stanze con davanti solo i testi biblici e
quelli del magistero. .. Se si prende la parola con un certo humor, che però mi sembra contenga
una gran dose di verità, io direi che la teologia della liberazione è molto
"geopolitica", molto radicalmente storica. Essa prende le mosse da
una terra concreta, da un continente concreto; parte da un popolo, da alcuni
popoli, che hanno una certa unità continentale e che
vivono i loro processi di indipendenza, di massacro storico, di fame, di
schiavitù, e allo stesso tempo di rivendicazione e di liberazione. E' una
teologia che non vede solo i segni dei tempi - come ci ha insegnato il Vaticano
II - ma anche, come mi piace spesso sottolineare, i
segni dei luoghi. E una teologia che rivalorizza come
forse mai è avvenuto prima - ad eccezione probabilmente dei primi tre secoli
della Chiesa - la voce del popolo come voce di Dio, il sensus
fidei di un popolo, di alcuni
popoli. In Europa, almeno in anni passati, si è lasciato troppo facilmente il
teologo nel suo studio, sulla sua cattedra, con i suoi
libri; si è lasciato troppo facilmente il predicatore nel suo convento, nella
sua parrocchia, sul suo pulpito. Il teologo e il predicatore della liberazione
convivono con il popolo, si intestardiscono a
sperimentare anche la povertà del popolo, a vivere i processi pastorali di
questi popoli, processi che sono contemporaneamente culturali, politici ed
economici.
E' per questo che la
teologia della liberazione si trova di fronte ad altre teologie che non la
comprendono?
Sì. Per cui occorre fare appello al necessario
pluralismo. Capisco perfettamente come mai a volte io non mi intendo con altri vescovi, con certi settori della Curia
romana - ad esempio Ratzinger - o su alcuni punti con
lo stesso Giovanni Paolo II. Questo non nega assolutamente né la mia fede né la
mia comunione ecclesiale. Se
Passiamo ad un altro dei punti da sottoporre a revisione,
tra quelli che hai citato: la liturgia.
E' stata la teologia della liberazione - finalmente riconosciuta
dallo stesso Giovanni Paolo Il come utile e necessaria e ormai maggiorenne - a
fornirci una certa libertà di spirito e quella maturità che rende possibile
vivere la nostra stessa liturgia e la nostra pastorale della spiritualità in un
modo che potremmo definire sistematicamente lucido. Il
popolo latinoamericano reclama la sua religiosità popolare da 500 anni. Spesso,
da allora, questa religiosità é stata disprezzata, considerata in un primo tempo pagana, poi ambigua, eclettica, e infine
anche alienante da certi settori di sinistra. Nonostante questo, oggi la si sta riconoscendo sempre più come una spiritualità
assolutamente legittima, latinoamericana, e anche dotata di un grande
potenziale di liberazione. Anche se, certamente, con una comprensibile
percentuale di ambiguità storiche. Secondo quanto
affermano i migliori etnologi e antropologi, la religione è parte essenziale di
una cultura, è il nucleo radicale di una cultura. E qui stiamo parlando del
continente amerindio, profondissimamente
religioso. Gli antropologi dei primi anni di questo secolo, venuti dall'Europa,
arrivarono a dire che in alcune regioni dell'America
Latina, concretamente del Brasile, gli indigeni non avevano religione. Ma in
seguito, dovettero riconoscere che in quegli indigeni tutto era religione... La
religiosità popolare, o "la religione popolare" - come gli
specialisti vogliono che la si chiami in segno di
rispetto, e per superare una certa connotazione dispregiativa - è vissuta oggi
in America Latina in modo abbastanza armonico, militante e molto liberante. Le
celebrazioni della fede sono sempre più storicamente impegnate: le celebrazioni
delle "processioni della terra", qui in Brasile, le celebrazioni
nazionali o continentali delle Comunità ecclesiali di base in cui l'eucarestia diventa - ogni volta di più, senza possibilità
di dicotomia - celebrazione della Pasqua di Gesù e
della Pasqua del suo popolo, eucarestia fraterna e
sovversiva.
E la
spiritualità?
La nuova santità che noi predichiamo non e poi
tanto nuova. Vuole essere semplicemente "cristiana". Vuole
essere la santità di Gesù stesso, la spiritualità del
cristiano che segue Gesù; cioè
vivere la fede, nel proprio luogo e tempo, secondo lo Spirito di Gesù. Non è Egli il Verbo incarnato? Una spiritualità
cristiana, necessariamente, non potrà essere disincarnata, astorica.
E la storia è politica. Essa dunque dev'essere necessariamente una spiritualità che superi ogni
dicotomia. Per noi non c'è il cielo da una parte e la terra dall'altra.
In questo unire il cielo e la terra, la liturgia cristiana più tradizionale
canta la "reciprocità" o "scambio" tra il cielo e la terra,
tra Dio e l'uomo, reciprocità e scambio che si realizzano in Gesù Cristo. Una vera santità cristiana,
come quella che intendiamo conoscere e vivere oggi, qui in America Latina e nel
mondo intero, dovrà necessariamente passare attraverso delle "mediazioni
storiche". Bisognerà assumere i problemi, le sofferenze e i rischi
del proprio popolo, dell'ora storica che questo popolo
sta vivendo. Si contemplerà Dio non solo nella parola scritta e statica della
Bibbia, e nemmeno in una visione idilliaca della natura, ma prima di tutto e
soprattutto nella conflittualità, nella lotta, nel
processo storico. Sì alla Bibbia, e anche alla natura, ma
prima di tutto e soprattutto sì alla storia. Già Agostino ci ricordava
che Dio ha scritto due grandi libri: il libro della
Bibbia e il libro della vita. La migliore corrente biblica attuale dell'America
Latina insiste molto su questo aspetto che è diventato
uno slogan per le nostre comunità cristiane: "
In America Latina, il problema più vitale e incandescente non è
semplicemente la relazione tra fede e politica, ma quello tra fede e rivoluzione. E questo perché i processi storici che
vivono i nostri popoli sono processi rivoluzionari, cioè
processi violenti e traumatici.. . Che dire dei
processi rivoluzionari?
Se si dice che
Che
No. Non è possibile che le due parti abbiano la stessa ragione, lo stesso diritto, gli stessi interessi, la stessa maggioranza.
In Centroamerica questo è molto chiaro. Concretamente, in Nicaragua, non c'è dubbio che il sandinismo, pur con le sue deficienze, con le sue
mediazioni anche marxiste, sia un processo storico rivoluzionario partito dal
popolo nicaraguense, assunto dalla maggioranza del
popolo nicaraguense; un processo sandinista
più che marxista (perché è anche un processo cristiano), che proviene dalla maggioranza
del popolo del Nicaragua e che contesta l'imperialismo secolare, l'oligarchia
secolare, la dittatura somozista; che rivendica
l'autonomia del Nicaragua; che rivendica una riforma agraria al servizio della
maggioranza dei nicaraguensi (i contadini del
Nicaragua); che esige non solo la terra, ma anche cibo, salute, educazione, per
tutto il popolo nicaraguense. E anche la
maggioranza del popolo salvadoregno, la maggioranza del popolo guatemalteco,
sta rivendicando la terra, la salute, l'educazione... Stanno
contestando lo stesso imperialismo, le stesse oligarchie secolari... Là non è
possibile essere neutrali senza cessare di essere cristiani. Quando ci troviamo
di fronte a questo tipo di movimenti rivoluzionari di liberazione, con una tale
convergenza di obiettivi (riforma agraria,
contestazione dell'imperialismo, liberazione da tante oppressioni secolari,
dalla colonizzazione, recupero della propria identità), a partire dalla nostra
stessa fede, dalla teologia e dalla spiritualità della liberazione, non
possiamo non appoggiarli, anche se naturalmente in modo critico. Quando sono
stato in Nicaragua, anche se ci sono andato già a partito preso e anzi con
passione, alla luce della mia fede, nella preghiera, cercando di riesaminare le
cose con serenità, ho capito almeno quattro o cinque cose molto evidenti, che
posso così sintetizzare: i vescovi, in quanto vescovi, in Nicaragua, possono e
devono pronunciarsi contro l'intervento nordamericano; possono e devono
rivendicare l'autodeterminazione del popolo nicaraguense;
possono e devono appoggiare il processo sandinista,
per quanto riguarda la riforma agraria, il recupero dell'identità culturale del
popolo nicaraguense, il cibo per
tutti, l'educazione per tutti... Si tratta di beni di base,
fondamentali. E' lì che noi cristiani, che possiamo credere solo nel Dio e
Padre di nostro Signore Gesù
Cristo, possiamo riscontrare che quei diritti umani coincidono con gli
interessi di questo stesso Dio.
Oggi accettiamo che ci sia salvezza al di fuori della Chiesa;
sappiamo che i movimenti di liberazione si muovono al di fuori della Chiesa, e
a volle sono anche attaccati da essa... Cosa si
potrebbe dire oggi di quel vecchio adagio che recitava "fuori della Chiesa
non c'è salvezza"?
Al di fuori della liberazione - intesa come fatto integrale, pieno,
totale - non c'è Chiesa. Ed è per questo che fuori
della Chiesa liberatrice non c'è Chiesa.
Concludiamo con
due domande globali. A partire da questi 500 anni,
quali potrebbero essere i punti di interesse più importanti per l'America
Latina?
Ho parlato di recupero dell'identità del continente. In primo luogo, occorre riconoscere il
continente latinoamericano, tutto il continente
americano, come un continente "amerindio". Quindi l'identità di tutti i popoli indigeni. I loro pieni
diritti. I loro territori. Le loro culture, e all'interno delle loro culture, le rispettive lingue (la lingua è il 50% della
cultura di un popolo; fino a che un popolo continua ad usare la propria lingua
continua ad essere "quel" popolo). Occorre riconoscere anche i
diritti e l'identità del popolo nero, in tutto il continente. Portato come schiavo, più diluito nel continente, ma che
rappresenta pur sempre un contingente numerico molto significa (il
Brasile, secondo paese nero del mondo, ha circa cinquanta milioni di neri).
Occorre riconoscere questa specie di "identità eclettica", se così si
può dire, del continente latinoamericano, che è indigeno, nero, creolo.
L'America Latina ha un volto. Ha un'anima. E' lei. E' altra. Può e deve completare
l'umanità. In secondo luogo, occorre permettere che l'America Latina abbia
un'esperienza autoctona di rivoluzione sociale, politica, economica. Che
l'America Latina viva il suo socialismo, e perfino il
suo marxismo laddove ritenga di doverlo vivere. Lo stesso Che e Mariategui, solo per fare due nomi significativi,
gloriosi, dell'America Latina, sarebbero già un esempio. La stessa Cuba, pur
dibattendosi ancora nelle conseguenze dello strangolamento storico che ha
vissuto, e anche ammettendo i suoi errori, e in seguito il Nicaragua con il suo
processo sandinista, stanno insegnando fino a che
punto lo stesso marxismo - non diciamo, in termini più generali, la stessa -
rivoluzione - possano essere vissuti in maniera
autoctona in America Latina, imparando anche dalle deficienze, errori,
limitazioni di questi primi processi. La democrazia in America Latina - anche
nel mondo, ma ora stiamo parlando dell'America Latina - deve essere un
"altra democrazia". L'ho detto molte volte, e lo ripeto nuovamente:
probabilmente dopo "amore" il termine più prostituito nel mondo è
quello di "democrazia". Dire democrazia oggi non significa quasi più
niente. Anzi spesso, fatalmente, significa la negazione
stessa della democrazia. Perché non è una democrazia
popolare. Perché non è una democrazia realmente
partecipativa. Perché non è un governo del popolo al
servizio del popolo. Essa finisce per essere ancora il governo
minoritario, il governo oligarchico, "in nome del popolo", al
servizio di alcune minoranze. In tale luogo l'America
Latina può e deve esigere, in occasione di questi500 anni, un nuovo diritto
internazionale, un nuovo diritto dei popoli. Perché un popolo deve essere considerato maggiore o migliore
di un altro popolo? Perché gli Stati Uniti - potremmo parlare anche della
Russia se ci riferissimo al resto del mondo, o del Giappone o della Germania, imperi più recenti, per non parlare più
dell'impero spagnolo o di quello portoghese - possono permettersi il lusso di
invadere decine di volte l'America Centrale? Perché
l'ONU e le Nazioni a livello mondiale assistono a queste violazioni con tanta
passività? D'altra parte, questo carattere autoctono della politica, della
cultura, dell'economia, che esigiamo nel nostro processo rivoluzionario,
dobbiamo esigerla anche dalla Chiesa. L'unica umanità
che esiste nei vari continenti, è qui umanità amerindia,
afroamericana, creola. L'unica Chiesa di Gesù Cristo che esiste su tutta la terra, esiste qui, deve esistere qui "in modo
latinoamericano" per essere "
Per finire: quali potrebbero essere i grandi interessi delta Chiesa
dell'America Latina, a partire da questa congiuntura
dei 500 anni?
Rendere possibile, con gioia e con azioni di
grazie, il processo della teologia della liberazione. Rendere possibile e stimolare, con gioia e con azioni di grazie, il
processo della spiritualità della liberazione. Canonizzare, se non nella
"gloria del Bernini" - che forse non è necessaria - però certamente nel pubblico riconoscimento,
questa pleiade di martiri che l'America Latina sta dando alla Chiesa e al mondo
da secoli, ma soprattutto in questi ultimi anni; martiri con un nome solenne
riconosciuto, come San Romero d'America, e migliaia
di martiri anonimi, come gli indigeni, i contadini, gli operai, gli operatori
di pastorale, i difensori dei diritti umani in America Centrale e nei diversi
paesi del continente.. . Rendere possibile una liturgia autoctona, tipicamente
latinoamericana. Stimolare la pastorale latinoamericana. Riconoscere
l'aspetto autoctono delle conferenze episcopali. "Rifare" il Celam (Conferenza episcopale latinoamericana), quel Celam che è stato fonte di tante speranze, di tanta testimonianza, di tanta coraggiosa profezia, e che
ultimamente è passato ad essere per molti o un Celam
semplicemente scomodo, o un Celam appena tollerato.
Che diventi realmente una sorta di comunione delle
varie conferenze episcopali del continente latinoamericano... In questi giorni
stavo pensando ancora una volta ai 500 anni. Immaginavo anche una serie di
sonetti che farei, che sto già facendo, così, in
cammino, come tutte le mie poesie. Sarebbero cinque primi sonetti, a Colombo,
alle caravelle. .. E poi ancora cinque sonetti, al
conquistatore anonimo, al missionario anonimo, all'indio anonimo, al negro
anonimo, alla madre anonima. E infine un sonetto
libero alla Grande Patria. Il nostro amato teologo, il nostro grande teologo Gustavo Gutierrez,
pubblicherà quest'anno un libro su san Bartolomeo de
Las Casas, come amo chiamarlo io. Per questo libro ho
appena composto un sonetto. Eccolo:
A
BARTOLOME' DE LAS CASAS
I
Poveri ti hanno giocato la partita
di una Chiesa più grande, di un Dio più vero:
contro il battesimo sull'indio morto
il battesimo primario della vita.
Encomendero * della Buona Notizia,
E questo tuo cuore appassionato
ha cinquecento anni di testimone.
Cinquecento
anni saranno, veggente,
e oggi più che mai ruggisce il Continente
come un vulcano di ferite e di braci ardenti.
Torna
e insegnaci ad evangelizzare,
libero da caravelle tutto il mare,
santo padre d'America, Las Casas!
tratto da: Pedro
Casaldaliga. "In cerca di Giustizia e
libertà", EMI
Le
tre tentazioni
Il
Concilio ha compiuto alcune grandi rivoluzioni o svolte teologiche rispetto
alla teologia dominante nei manuali - e in tutti gli ambiti della Chiesa - dal
XVII sec- fino agli ultimi decenni del XX secolo: in
questo senso si può ben dire che il Concilio ha aperto alla Chiesa orizzonti nuovi
con cui entrare nel suo terzo millennio di presenza nel mondo. Occorre infatti tener presente che l' impatto di un Concilio
Ecumenico sull'intero corpo sociale della Chiesa richiede sempre tempi lunghi,
talora dell'ordine di secoli (si pensi all'attuazione della costituzione dei
Seminari stabilita dal Tridentino, o alla promulgazione del decreto "Tametsi", sempre del Tridentino, avvenuta in alcune
aree solo dopo 3 secoli e solo per ordine di Pio X). Di queste svolte epocali
noi prenderemo in considerazione le due presenti in Gaudium
et Spes (Gs): la svolta sociale e quella ecclesiologica, almeno per i loro aspetti più rilevanti in
ordine a un profondo ripensamento della vita concreta della Chiesa, e in specie
della chiesa locale- La doppia riflessione teologica si articola dunque sul
tema della Chiesa e la sua missione " ad extra " (nel mondo) e sul
tema della Chiesa "ad intra", e cioè nelle
sue istituzioni e nello spirito che deve animarle: saranno queste le due parti
di questa nostra riflessione.
Tre
cose vanno tenute presenti:
-
la nostra esposizione sarà prevalentemente teologica; i riflessi pratici e le
applicazioni pastorali non rientrano nel mio compito e neppure nelle mie
specifiche competenze
-
A questo scopo riteniamo utile studiare prima la missione della Chiesa e il suo
statuto nel mondo: solo dopo potranno essere studiate le caratteristiche
strutturali e spirituali della Chiesa, che siano
funzionali a questa missione.
-
lo scopo diretto non è la critica dell'esistente, ma l'indicazione positiva di nuovi orizzonti e di nuova auto-comprensione per
Ciò
non va confuso con un andare contro l'esistente, ma aiutare
privatizzazione della
salvezza
La
storia dell'umanità nel suo cammino verso la pienezza del Regno, e quindi tutta
la vita di relazione nelle sue complesse e variabili strutture - la tematica della vita sociale - è sempre stata oggetto di
riflessione propriamente teologica: basti pensare al tema della pace o al tema
del Regno nella Scrittura - AT e NT - o al De Civitate
Dei di S.Agostino, alle centinaia di volte in cui il
tema del bene comune appare in Tommaso, alle grandi visioni della Seconda
Scolastica (p.es. in Vitoria o Suarez).
Fra il XVI e il XVII secolo l'interesse diretto della
riflessione teologica e spirituale cristiana per la storia e il sociale
scompare: non possiamo qui studiare le cause di tale sparizione, ma essa è un
fatto- In nessun testo di teologia o di spiritualità – con poche eccezzioni senza seguito – si trova un solo capitolo o
paragrafo sulla pace. Nei trattati sul VII comandamento o sulla virtù della
giustizia l'unica cosa che interessa è la giustizia commutativa (fra privati), mentre in Tommaso essa è un' applicazione
particolare della "giustizia generale", quella cioè che mira
primariamente al bene comune- Silenzio assoluto sul tema dei diritti fondamentali
della persona umana nei confronti del potere politico: diritti la cui
rivendicazione, ancora in Pio IX, è considerata "deliramentum",
follia. Solo verso la fine del XIX secolo nasce un
magistero sociale, ma esso non fa parte della riflessione teologica ed è
relegato nella filosofia sociale: in pratica fino a dopo il Concilio il tema
del sociale viene studiato nei seminari prima dei corsi teologici, né i manuali
di morale se ne preoccupano molto.
Questo
strano fenomeno - che è un fatto incontrovertibile e non una nostra
interpretazione può essere indicato come
privatizzazione della salvezza. Occuparsi dei poveri, degli oppressi, è
considerato un’opera buona per il singolo che vuole salvarsi l’anima o
acquistare meriti particolari. Detto brutalmente tutta la generazione di
teologi e pastori con studi preconciliari ha rimosso la storia dalle proprie preoccupazioni, ha
rifiutato il tema del sociale sia nella teologia sia nella spiritualità e nella
catechesi. Nel corso del secolo XIX, di fronte alla doppia novità dello stato
non confessionale e delle nuove miserie generate dall'industrializzazione,
nell'ambito europeo sono nate forme nuove di assistenza
ai miseri e ai perdenti del processo economico, ed è nata la preoccupazione di
salvaguardare necessità e diritti fondamentali della Chiesa di fronte a governi
che non si sentivano in alcun modo soggetti alla Chiesa. Ciò è avvenuto
primariamente attraverso i concordati, a cominciare da quello con
La
battaglia fu vinta con una larga maggioranza e con la sanzione del papa Paolo VI,
ma continuò fino all'ultimo giorno:
la chiesa nel mondo
La
teologia della Gs ha un suo punto centrale: "Il
Signore è il fine della storia dell'umanità" (Gs 45). Il titolo stesso non indica Chiesa e mondo
come due realtà esterne, non è "Chiesa e mondo" ma "
Additare
questo traguardo per la convivenza umana, in qualunque forma e in qualunque epoca tale convivenza sia strutturata, è perciò
ancora compito diretto e irrinunciabile della Chiesa.
Il
tema della storia e il tema del sociale ritornano così nella riflessione
propriamente teologica, nell'annuncio, nella catechesi, nella prassi costante
della Chiesa- È volontà di Dio, per cui Cristo è morto
sulla croce, che il mondo - l'umanità e la sua storia - divenga "spazio di
vera fraternità"; ma "sconvolto l'ordine dei valori e mescolando il
male col bene, gli individui e i gruppi guardano solo alle cose proprie (agli
interessi propri: quae propria sunt
considerant), non a quelle degli altri" (Gs 37). Il progetto di Dio è tradito, è continuamente
ostacolato dal peccato: è questa una battaglia contro le potenze delle tenebre,
battaglia tremenda che durerà fino all'ultimo giorno e
in cui il cristiano è ineludibilmente inserito (ivi).
Chiesa universale, chiesa locale, singoli cristiani, a nessun livello possiamo
chiamarci fuori da questo impegno, coessenziale
al nostro esser cristiani e al nostro esser chiesa. Si può sintetizzare tale
impegno in due principi morali validi in ogni tempo e in ogni
luogo:
1
- l'impegno contro ogni stato di cose oppressivo (III Sinodo dei vescovi), e
perciò contro ogni forma di oppressione, prepotenza,
prevaricazione, conflittualità a fini egoistici, sia nei singoli che nei gruppi
che negli stati;
2
- l'impegno per una fraternità universale (Gs 92), e
perciò per una solidarietà e una vera corresponsabilità verso ogni essere
umano, quale che sia la razza, la cultura, la religione, il sesso.
Questo impegno che deriva immediatamente dalla nostra
fede, dalla Parola, vale in ogni tempo e in ogni luogo. Ma la
storia è un continuo fluire di situazioni relazionali, e l'umanità conosce al suo interno culture e tradizioni diverse: occorre perciò
per ogni tempo, e anche per ogni area culturale cercare come meglio questo
impegno possa concretizzarsi. E a questo scopo
Così,
dice
serva dell'umanità
Usiamo
qui il termine "potere" non nel significato specifico di legittima
autorità, ma nel senso generale di potere dell'uomo sull'uomo, sia esso
politico o economico o culturale o mediale o che altro: in questo senso potere
equivale ad oppressione. E è tale anche l'esercizio
della legittima autorità quando non sia motivato da esigenze del bene comune, o
avvenga - anche a fin di bene - in forme incompatibili con la dignità e i
diritti inalienabili dell'uomo (si veda Gs 27). La
povertà evangelica indica in primo luogo l'affidarsi totalmente a Dio e non ai
poteri terreni, confidare in Dio e non nella ricchezza (si ricordi " la
superbia della ricchezza" di 1 Gv
2,16: la traduzione Cei, che recita "la
superbia della vita", è errata). Il non-potere, nel senso ora indicato,
deve dunque essere un modo primario con cui la chiesa si presenta; con cui la
comunità dei credenti si presenta al mondo e annuncia il vangelo proprio nel
suo modo di essere comunità. E qui si apre la seconda
parte della nostra riflessione: come essere
Chiesa nel mondo, perche l'annuncio del Vangelo
sia credibile.
il potere politico ed economico
È
ovvio che
Ma il problema si pone anche, e spesso duramente,
all'interno di una diocesi o di una parrocchia. I contatti col potere politico
(qui il termine indica anche il potere amministrativo e ogni specie di potere
pubblico) sono spesso inevitabili, ma non è inevitabile
che tali contatti divengano collusioni: e tali sono anche modesti favori o
prevaricazioni del potere in cambio di sostegno ecclesiastico. Anche quando sono modeste e a fin di bene, tali collusioni
offuscano l’immagine della chiesa; ma non sempre sono operazioni modeste e a
fin di bene. La chiesa, a tutti i livelli, non deve porre "la sua speranza
nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi, essa rinuncerà
all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti",
quando ciò possa "far dubitare della sincerità della sua
testimonianza".
Ma se
Poca
riflessione è stata dedicata alla rilevanza della collegialità episcopale per
queste finalità: non possiamo qui discutere il problema, ma è certo che dovrà
essere ripreso e affrontato con coraggio.
Il
riflettersi nella Chiesa dei modelli di convivenza terrena in cui essa è
immersa (essa è fatta di esseri umani che vivono e
pensano nel loro tempo, e non in un tempo assoluto) comporta anche strutture e
uomini che possono produrre discriminazione, oppressione, e in genere esercizio
del potere dell'uomo sull'uomo. Ciò non deve meravigliare, ne
- tanto meno - allontanare dalla Chiesa. Dobbiamo invece preoccuparci quando
dall'interno stesso della Chiesa queste forme di esercizio
del potere non siano riconosciute e combattute: una Chiesa senza una costante
capacità di autocritica sarebbe un disastro, sarebbe una chiesa incapace di
povertà evangelica, una chiesa muta. Diamo qui solo alcuni spunti di
riflessione sulle tentazioni del potere che incombono all'interno stesso della istituzione e della vita visibile della Chiesa.
la tentazione di una chiesa
clericale
Ancora
oggi, col nuovo diritto canonico, ogni potere decisionale per la vita della
Chiesa è riservato al "clero", cioè in
pratica ai vescovi e ai sacerdoti. I "laici", uomini e donne, sono
oggi ammessi in molti uffici, ma di norma con potere solo consultivo od
esecutivo. I consigli pastorali parrocchiali sono costituiti in gran parte da
laici associati al governo della parrocchia, ma solo con poteri consultivi, cioè senza alcun potere decisionale. Lo
stesso dicasi dei Consigli Pastorali Diocesani, e dei Sinodi di ogni
specie: le decisioni non sono di loro spettanza. Chi decide è il parroco (o il
vicario episcopale), il vescovo (o la presidenza della Conferenza episcopale),
il Papa.
Tutto
ciò porta a un grosso potere discrezionale, e talora
esercitato senza troppa discrezione: un presbitero è legato ad un dovere di
obbedienza, è estremamente vulnerabile perché può essere rimosso "ad nutum", ed è esposto alla sospensione "a divinis" o stato laicale. Un laico sarebbe meno
vulnerabile da un potere discrezionale. Un ulteriore
conseguenza di una chiesa clericale è l’esclusione delle donne da qualcunque potere decisionale di qualche rilievo: essendo
infatti escluse dal sacramento dell'Ordine, la donna - in quanto
"donna" e non in quanto "laica" è per principio esclusa da
ogni luogo propriamente decisionale. Per quanto limitata
sia la partecipazione consultiva, per non pochi parroci o vescovi questi organi
consultivi consultano anche troppo, e si cerca molto spesso di avere consigli
fatti su misura. Si cerca cioè di scegliere o fare
scegliere consiglieri che non disturbino troppo, che siano pronti a non
discutere le scelte in genere già fatte in precedenza dal parroco o dal
vescovo. E situazioni simili si possono trovare talora
in alcuni organi vaticani. Qui non si tratta di norme del diritto canonico. Si
tratta invece di una mentalità e di una tendenza di fatto: la fecondità
spirituale e missionaria del popolo di Dio, che pure ha ricevuto lo Spirito nel
battesimo e nella cresima, è tenuta - in Europa ma specialmente in Italia - in
ben scarso conto. Tutto questo è potere nel senso di dominio dell'uomo
(ecclesiastico) sull'uomo e soprattutto sulla donna
(cristiani). Il diritto stabilisce una norma discutibile; la mentalità e la
prassi usano la norma per legittimare una forma subdola di dominio forse al di là delle intenzioni, ma non della lettera del
legislatore.
la tentazione dell’uniformità
teologica
È
questo un problema delicato e difficile, che non è possibile discutere qui in
tutta la sua ampiezza e gravità. È certo che la varietà e il dibattito fra
scuole teologiche ha sempre contribuito al progresso
della comprensione della Verità rivelata, mentre i periodi di stagnazione o di
monopolio romano della teologia sono stati periodi infecondi e di ripetitiva
monotonia. La tentazione può nascere dalla legittima preoccupazione di
mantenere l’unità della fede di fronte a proposte
teologiche e culturali diverse così da evitare il rischio di un totale
relativismo. Ma non si deve confondere l'unità della
fede con l’uniformità delle sue espressioni in parole e schemi mentali umani: è
proprio il Nuovo Testamento a proporci, con l’apporto della divina ispirazione,
un'unica fede capace di esprimersi per esempio in cristologie diverse, con
modelli filosofici diversi, o mediante modelli cultuali e culturali diversi. La
tentazione del potere consiste nell’opporsi a tendenze che talora, ma non
sempre, possono essere pericolose, per la via di una totale uniformità
teologica.
E invece tutto ciò che è diverso dal già detto, se
è seriamente argomentato, non è una perdita per
la tentazione dell’omologazione
culturale
Qui
il termine 'cultura' va inteso nel senso antropologico.
Stiamo
vivendo un momento veramente storico nella vita bimillenaria
della Chiesa. La facilità e la rapidità della comunicazione e del contatto
diretto fra aree culturali diverse ci fa comprendere in modo nuovo che cosa voglia dire "annunciare il Vangelo a tutte le genti".
La tentazione di mantenere un potere centrale e centralizzante tutto costruito
all'interno della storia della cultura occidentale, spinge a confondere l'unità
della fede con l'omologazione della sua espressione sui modelli occidentali. E’
chiaro, e indisputato, che l'elaborazione e
l'approfondimento dell'annuncio cristiano, e del modo di viverlo come singoli e
come comunità, sono maturati nell'arco di quasi 2000 anni all'interno della
cultura occidentale, e che pertanto
Ed
è qui che si gioca la povertà evangelica della Chiesa come non-dominio al
proprio interno: nel lasciare aperta la porta a ogni
nuova possibilità che non tradisca l'essenza del Vangelo, anche se si va
costruendo su modelli di pensiero, di spiritualità, di vita quotidiana che sono
inusitati nella lunga tradizione della Chiesa cresciuta in Occidente-
L'autorità della gerarchia, a ogni livello, non deve assolutamente trasformarsi
in dominio culturale.
Concludendo, solo una Chiesa povera al suo interno, veramente libera suo esterno di fronte ai poteri terreni economici e politici e di ogni altro genere, solo una tale chiesa può annunciare in modo credibile il Regno e far progredire la famiglia umana verso la sua finale trasformazione in famiglia di Dio.