COSTITUZIONE PASTORALE
GAUDIUM ET SPES
SULLA CHIESA NEL MONDO CONTEMPORANEO
PROEMIO
1.
Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana.
Le
gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri
soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze,
le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente
umano che non trovi eco nel loro cuore.
La
loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel
Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno
del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò
la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il
genere umano e con la sua storia.
Per
questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della
Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della
Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini.
A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel
mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli
uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro
le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca
i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il
mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del
Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo,
con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha
liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere
al suo compimento.
Ai
nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le proprie scoperte e la
propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull'attuale evoluzione
del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo nell'universo, sul senso dei
propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose
e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di
tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una
dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso
l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa
un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal
Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che
È
l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e
anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di
tutta la nostra esposizione.
Pertanto
il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e
la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione
sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che
corrisponda a tale vocazione.
Nessuna
ambizione terrena spinge
4.
Speranze e angosce.
Per
svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni
dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a
ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini
sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche.
Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese,
le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. Ecco come si possono
delineare le caratteristiche più rilevanti del mondo contemporaneo. L'umanità
vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e
rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all'insieme del globo.
Provocati dall'intelligenza e dall'attività creativa dell'uomo, si ripercuotono
sull'uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul
suo modo di pensare e d'agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini.
Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui
riflessi si ripercuotono anche sulla vita religiosa.
Come
accade in ogni crisi di crescenza, questa trasformazione reca con sé non lievi
difficoltà.
Così,
mentre l'uomo tanto largamente estende la sua potenza, non sempre riesce però a
porla a suo servizio. Si sforza di penetrare nel più intimo del suo essere, ma
spesso appare più incerto di se stesso. Scopre man mano più chiaramente le
leggi della vita sociale, ma resta poi esitante sulla direzione da imprimervi.
Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza
economica; e tuttavia una grande parte degli abitanti del globo è ancora
tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini non sanno né
leggere né scrivere.
Mai
come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto
sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica.
E
mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua
interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, violentemente viene
spinto in direzioni opposte da forze che si combattono; infatti, permangono
ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali e ideologici, né
è venuto meno il pericolo di una guerra capace di annientare ogni cosa.
Aumenta
lo scambio delle idee; ma le stesse parole con cui si esprimono i più
importanti concetti, assumono nelle differenti ideologie significati assai
diversi.
Infine,
con ogni sforzo si vuol costruire un'organizzazione temporale più perfetta,
senza che cammini di pari passo il progresso spirituale.
Immersi
in così contrastanti condizioni, moltissimi nostri contemporanei non sono in
grado di identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli dovutamente
con le scoperte recenti.
Per
questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e
l'angoscia, mentre si interrogano sull'attuale andamento del mondo.
Questo
sfida l'uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta.
5.
Profonde mutazioni.
Il
presente turbamento degli spiriti e la trasformazione delle condizioni di vita
si collegano con un più radicale modificazione, che tende al predominio, nella
formazione dello spirito, delle scienze matematiche, naturali e umane, mentre
sul piano dell'azione Si affida alla tecnica, originata da quelle scienze.
Questa mentalità scientifica modella in modo diverso da prima la cultura e il
modo di pensare. La tecnica poi è tanto progredita, da trasformare la faccia della
terra e da perseguire ormai la conquista dello spazio ultraterrestre. Anche sul
tempo l'intelligenza umana accresce in certo senso il suo dominio: sul passato
mediante l'indagine storica, sul futuro con la prospettiva e la pianificazione.
Non solo il progresso delle scienze biologiche, psicologiche e sociali dà
all'uomo la possibilità di una migliore conoscenza di sé, ma lo mette anche in
condizioni di influire direttamente sulla vita delle società, mediante l'uso di
tecniche appropriate.
Parimenti
l'umanità sempre più si preoccupa di prevedere e controllare il proprio
incremento demografico. Il movimento stesso della storia diventa così rapido,
da poter difficilmente esser seguito dai singoli uomini. Unico diventa il
destino della umana società o senza diversificarsi più in tante storie
separate. Così il genere umano passa da una concezione piuttosto statica
dell'ordine delle cose, a una concezione più dinamica ed evolutiva. Ciò
favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola
ad analisi e a sintesi nuove.
6.
Mutamenti nell'ordine sociale.
In
seguito a tutto questo, mutamenti sempre più profondi si verificano nelle
comunità locali tradizionali famiglie patriarcali, clan, tribù, villaggi, nei
differenti gruppi e nei rapporti della vita sociale. Si diffonde gradatamente
il tipo di società industriale, che favorisce in alcune nazioni una economia
dell'opulenza, e trasforma radicalmente concezioni e condizioni secolari di
vita sociale. Parimenti la civilizzazione urbana e l'attrazione che essa
provoca s'intensificano, sia per il moltiplicarsi delle città e dei loro
abitanti, sia per la diffusione tra i rurali dei modelli di vita cittadina.
Nuovi e migliori mezzi di comunicazione sociale favoriscono nel modo più largo
e più rapido la conoscenza degli avvenimenti e la diffusione delle idee e dei
sentimenti, suscitando così numerose reazioni a catena. Né va sottovalutato che
moltissima gente, spinta per varie ragioni ad emigrare, cambia il suo modo di
vivere. In tal modo, senza arresto si moltiplicano i rapporti dell'uomo coi
suoi simili, mentre a sua volta questa « socializzazione » crea nuovi legami,
senza tuttavia favorire sempre una corrispondente maturazione delle persone e
rapporti veramente personali, cioè la « personalizzazione ». Un'evoluzione
siffatta appare più manifesta nelle nazioni che già godono del progresso
economico e tecnico; ma essa mette in movimento anche quei popoli ancora in via
di sviluppo, che aspirano ad ottenere per i loro paesi i benefici della
industrializzazione e dell'urbanizzazione.
Questi
popoli, specialmente se vincolati da più antiche tradizioni, sentono allo
stesso tempo il bisogno di esercitare la loro libertà in modo più adulto e più
personale.
7.
Mutamenti psicologici, morali e religiosi.
Il
cambiamento di mentalità e di strutture spesso mette in causa i valori
tradizionali, soprattutto tra i giovani: frequentemente impazienti, essi
diventano ribelli per l'inquietudine; consci della loro importanza nella vita
sociale, desiderano assumere al più presto le loro responsabilità.
Spesso
genitori ed educatori si trovano per questo ogni giorno in maggiori difficoltà
nell'adempimento del loro compito.
Le
istituzioni, le leggi, i modi di pensare e di sentire ereditati dal passata non
sempre si adattano bene alla situazione attuale; di qui un profondo disagio nel
comportamento e nelle stesse norme di condotta. Anche la vita religiosa,
infine, è sotto l'influsso delle nuove situazioni. Da un lato, un più acuto
senso critico la purifica da ogni concezione magica nel mondo e dalle
sopravvivenze superstiziose ed esige un adesione sempre più personale e attiva
alla fede; numerosi sono perciò coloro che giungono a un più vivo senso di Dio.
D'altro canto però, moltitudini crescenti praticamente si staccano dalla religione.
A differenza dei tempi passati, negare Dio o la religione o farne praticamente
a meno, non è più un fatto insolito e individuale.
Oggi
infatti non raramente un tale comportamento viene presentato come esigenza del
progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo.
Tutto
questo in molti paesi non si manifesta solo a livello filosofico, ma invade in
misura notevolissima il campo delle lettere, delle arti, dell' interpretazione
delle scienze umane e della storia, anzi la stessa legislazione: di qui il
disorientamento di molti.
8.
Squilibri nel mondo contemporaneo.
Una
così rapida evoluzione, spesso disordinatamente realizzata, e la stessa presa
di coscienza sempre più acuta delle discrepanze esistenti nel mondo, generano o
aumentano contraddizioni e squilibri. Anzitutto a livello della persona si nota
molto spesso lo squilibrio tra una moderna intelligenza pratica e il modo di
pensare speculativo, che non riesce a dominare né a ordinare in sintesi
soddisfacenti l'insieme delle sue conoscenze.
Uno squilibrio
si genera anche tra la preoccupazione dell'efficienza pratica e le esigenze
della coscienza morale, nonché molte volte tra le condizioni della vita
collettiva e le esigenze di un pensiero personale e della stessa
contemplazione.
Di
qui ne deriva infine lo squilibrio tra le specializzazioni dell'attività umana
e una visione universale della realtà. Nella famiglia poi le tensioni nascono
sia dalla pesantezza delle condizioni demografiche, economiche e sociali, sia
dal conflitto tra le generazioni che si susseguono, sia dal nuovo tipo di
rapporti sociali tra uomo e donna. Grandi contrasti sorgono anche tra le razze
e le diverse categorie sociali; tra nazioni ricche e meno dotate e povere;
infine tra le istituzioni internazionali nate dall'aspirazione dei popoli alla
pace e l'ambizione di imporre la propria ideologia, nonché gli egoismi
collettivi esistenti negli Stati o in altri gruppi.
Di
qui derivano diffidenze e inimicizie, conflitti ed amarezze di cui l'uomo è a
un tempo causa e vittima.
9.
Le aspirazioni sempre più universali dell'umanità.
Cresce
frattanto la convinzione che l'umanità non solo può e deve sempre più
rafforzare il suo dominio sul creato, ma che le compete inoltre instaurare un
ordine politico, sociale ed economico che sempre più e meglio serva l'uomo e
aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità. Donde
le aspre rivendicazioni di tanti che, prendendo nettamente coscienza, reputano
di essere stati privati di quei beni per ingiustizia o per una non equa distribuzione.
I
paesi in via di sviluppo o appena giunti all'indipendenza desiderano
partecipare ai benefici della civiltà moderna non solo sul piano politico ma
anche economico, e liberamente compiere la loro parte nel mondo; invece cresce
ogni giorno la loro distanza e spesso la dipendenza anche economica dalle altre
nazioni più ricche, che progrediscono più rapidamente.
I
popoli attanagliati dalla fame chiamano in causa i popoli più ricchi.
Le
donne rivendicano, là dove ancora non l'hanno raggiunta, la parità con gli
uomini, non solo di diritto, ma anche di fatto. Operai e contadini non vogliono
solo guadagnarsi il necessario per vivere, ma sviluppare la loro personalità
col lavoro, anzi partecipare all'organizzazione della vita economica, sociale,
politica e culturale. Per la prima volta nella storia umana, i popoli sono oggi
persuasi che i benefici della civiltà possono e debbono realmente estendersi a
tutti.
Sotto
tutte queste rivendicazioni si cela un'aspirazione più profonda e universale.
I
singoli e i gruppi organizzati anelano infatti a una vita piena e libera, degna
dell'uomo, che metta al proprio servizio tutto quanto il mondo oggi offre loro
così abbondantemente.
Anche
le nazioni si sforzano sempre più di raggiungere una certa comunità universale.
Stando
così le cose, il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di
operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della
libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o
dell'odio. Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene le
forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli.
Per
questo si pone degli interrogativi.
10.
Gli interrogativi più profondi del genere umano.
In
verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel
più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell'uomo. È proprio
all'interno dell'uomo che molti elementi si combattono a vicenda. Da una parte
infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; d'altra parte
sente di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita
superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne
qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa
quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe.
Per
cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e
così gravi discordie nella società. Molti, è vero, la cui vita è impregnata di
materialismo pratico, sono lungi dall'avere una chiara percezione di questo
dramma; oppure, oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Altri,
in gran numero, credono di trovare la loro tranquillità nelle diverse
spiegazioni del mondo che sono loro proposte. Alcuni poi dai soli sforzi umani
attendono una vera e piena liberazione dell'umanità, e sono persuasi che il
futuro regno dell'uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del suo cuore. Né
manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l'audacia di quanti,
stimando l'esistenza umana vuota in se stessa di significato, si sforzano di
darne una spiegazione completa mediante la loro sola ispirazione.
Con
tutto ciò, di fronte all'evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più
numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi
più fondamentali: cos'è l'uomo?
Qual
è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere
malgrado ogni progresso?
Cosa
valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo?
Che
apporta l'uomo alla società, e cosa può attendersi da essa?
Cosa
ci sarà dopo questa vita?
Ecco:
Inoltre
Così
nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte le
creature il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell'uomo
e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del
nostro tempo.
PARTE
I
11.
Rispondere agli impulsi dello Spirito.
Il
popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito
del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti,
nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri
uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno
di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le
intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo
spirito verso soluzioni pienamente umane.
In
questa luce, il Concilio si propone innanzitutto di esprimere un giudizio su
quei valori che oggi sono più stimati e di ricondurli alla loro divina
sorgente.
Questi
valori infatti, in quanto procedono dall'ingegno umano che all'uomo è stato
dato da Dio, sono in sé ottimi ma per effetto della corruzione del cuore umano
non raramente vengono distorti dall'ordine richiesto, per cui hanno bisogno di
essere purificati.
Che
pensa
Quali
orientamenti sembra debbano essere proposti per la edificazione della società
attuale?
Qual
è il significato ultimo della attività umana nell'universo?
Queste
domande reclamano una riposta. In seguito, risulterà ancora più chiaramente che
il popolo di Dio e l'umanità, entro la quale esso è inserito, si rendono
reciproco servizio, così che la missione della Chiesa si mostra di natura
religiosa e per ciò stesso profondamente umana.
CAPITOLO I
Credenti
e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste
sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice.
Ma
che cos'è l'uomo?
Molte
opinioni egli ha espresso ed esprime sul proprio conto, opinioni varie ed anche
contrarie, secondo le quali spesso o si esalta così da fare di sé una regola
assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e
nell'angoscia.
Queste
difficoltà
« Che
cosa è l'uomo, che tu ti ricordi di lui? o il figlio dell'uomo che tu ti prenda
cura di lui?
L'hai
fatto di poco inferiore agli angeli, l'hai coronato di gloria e di onore, e
l'hai costituito sopra le opere delle tue mani. Tutto hai sottoposto ai suoi
piedi » (Sal8,5).
Ma
Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio « uomo e donna li creò »
(Gen1,27) e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone.
L'uomo,
infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli
altri non può vivere né esplicare le sue doti.
Perciò
Iddio, ancora come si legge nella Bibbia, vide « tutte quante le cose che aveva
fatte, ed erano buone assai» (Gen1,31).
13.
Il peccato.
Costituito
da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli
inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio e bramando di
conseguire il suo fine al di fuori di lui.
Pur
avendo conosciuto Dio, gli uomini « non gli hanno reso l'onore dovuto... ma si
è ottenebrato il loro cuore insipiente »... e preferirono servire la creatura
piuttosto che il Creatore.
Quel
che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa
esperienza.
Infatti
l'uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e
immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è
buono.
Spesso,
rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito
ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l'armonia, sia
in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la
creazione.
Così
l'uomo si trova diviso in se stesso.
Per
questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i
caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le
tenebre.
Anzi
l'uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti
del male, così che ognuno si sente come incatenato.
Ma il
Signore stesso è venuto a liberare l'uomo e a dargli forza, rinnovandolo
nell'intimo e scacciando fuori « il principe di questo mondo » (Gv12,31), che
lo teneva schiavo del peccato.
Il
peccato è, del resto, una diminuzione per l'uomo stesso, in quanto gli
impedisce di conseguire la propria pienezza. Nella luce di questa Rivelazione
trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione, sia la
profonda miseria, di cui gli uomini fanno l'esperienza.
14.
Costituzione dell'uomo.
Unità
di anima e di corpo, l'uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione
corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui
toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore . Non
è lecito dunque disprezzare la vita corporale dell'uomo.
Al
contrario, questi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio
corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell'ultimo
giorno.
E
tuttavia, ferito dal peccato, l'uomo sperimenta le ribellioni del corpo.
Perciò
è la dignità stessa dell'uomo che postula che egli glorifichi Dio nel proprio
corpo e che non permetta che esso si renda schiavo delle perverse inclinazioni
del cuore.
L'uomo,
in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a
considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento anonimo
della città umana.
Infatti,
nella sua interiorità, egli trascende l'universo delle cose: in quelle
profondità egli torna, quando fa ritorno a se stesso, là dove lo aspetta quel
Dio che scruta i cuori là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo
destino. Perciò, riconoscendo di avere un'anima spirituale e immortale, non si
lascia illudere da una creazione immaginaria che si spiegherebbe solamente
mediante le condizioni fisiche e sociali, ma invece va a toccare in profondo la
verità stessa delle cose.
15.
Dignità dell'intelligenza, verità e saggezza.
L'uomo
ha ragione di ritenersi superiore a tutto l'universo delle cose, a motivo della
sua intelligenza, con cui partecipa della luce della mente di Dio.
Con
l'esercizio appassionato dell'ingegno lungo i secoli egli ha fatto certamente
dei progressi nelle scienze empiriche, nelle tecniche e nelle discipline
liberali Nell'epoca nostra, poi, ha conseguito successi notevoli
particolarmente nella investigazione e nel dominio del mondo materiale.
E
tuttavia egli ha sempre cercato e trovato una verità più profonda.
L'intelligenza,
infatti, non si restringe all'ambito dei soli fenomeni, ma può conquistare con
vera certezza la realtà intelligibile, anche se, per conseguenza del peccato,
si trova in parte oscurata e debilitata. Infine, la natura intelligente della
persona umana può e deve raggiungere la perfezione. Questa mediante la sapienza
attrae con dolcezza la mente a cercare e ad amare il vero e il bene; l'uomo che
se ne nutre è condotto attraverso il visibile all'invisibile.
L'epoca
nostra, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza per
umanizzare tutte le sue nuove scoperte. È in pericolo, di fatto, il futuro del
mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi. Inoltre va notato
come molte nazioni, economicamente più povere rispetto ad altre, ma più ricche
di saggezza, potranno aiutare potentemente le altre.
Col
dono, poi, dello Spirito Santo, l'uomo può arrivare nella fede a contemplare e
a gustare il mistero del piano divino.
16.
Dignità della coscienza morale.
Nell'intimo
della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale
invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il
bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore:
fa questo, evita quest'altro.
L'uomo
ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità
stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il
nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui
voce risuona nell'intimità.
Tramite
la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo
compimento nell'amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i
cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere
secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata
quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto
più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di
conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado
che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo
essa perda la sua dignità.
Ma
ciò non si può dire quando l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene,
e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine del peccato.
17.
Grandezza della libertà.
Ma
l'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.
I
nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale libertà,
e a ragione. Spesso però la coltivano in modo sbagliato quasi sia lecito tutto
quel che piace, compreso il male.
La
vera libertà, invece, è nell'uomo un segno privilegiato dell'immagine divina.
Dio
volle, infatti, lasciare l'uomo « in mano al suo consiglio » che cerchi
spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, aderendo a lui, alla piena
e beata perfezione.
Perciò
la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e
libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non per un cieco
impulso istintivo o per mera coazione esterna. L'uomo perviene a tale dignità
quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine mediante
la scelta libera del bene e se ne procura con la sua diligente iniziativa i
mezzi convenienti. Questa ordinazione verso Dio, la libertà dell'uomo,
realmente ferita dal peccato, non può renderla effettiva in pieno se non mediante
l'aiuto della grazia divina.
Ogni
singolo uomo, poi, dovrà rendere conto della propria vita davanti al tribunale
di Dio, per tutto quel che avrà fatto di bene e di male.
18.
Il mistero della morte.
In
faccia alla morte l'enigma della condizione umana raggiunge il culmine.
L'uomo
non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo,
ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva.
Ma
l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge
l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.
Il
germe dell'eternità che porta in sé, irriducibile com'è alla sola materia,
insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto
utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell'uomo: il prolungamento di
vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita
ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione
vien meno di fronte alla morte,
Pertanto
la fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una
risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la
possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già strappati dalla
morte, dandoci la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso
Dio.
19.
Forme e radici dell'ateismo.
L'aspetto
più sublime della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione
con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio.
Se
l'uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore, non
cessa di dargli l'esistenza; e l'uomo non vive pienamente secondo verità se non
riconosce liberamente quell'amore e se non si abbandona al suo Creatore. Molti
nostri contemporanei, tuttavia, non percepiscono affatto o esplicitamente
rigettano questo intimo e vitale legame con Dio: a tal punto che l'ateismo va
annoverato fra le realtà più gravi del nostro tempo e va esaminato con
diligenza ancor maggiore. Con il termine « ateismo » vengono designati fenomeni
assai diversi tra loro.
Alcuni
atei, infatti, negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l'uomo non possa
dir niente di lui; altri poi prendono in esame i problemi relativi a Dio con un
metodo tale che questi sembrano non aver senso. Molti, oltrepassando
indebitamente i confini delle scienze positive, o pretendono di spiegare tutto
solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono
ormai più alcuna verità assoluta. Alcuni tanto esaltano l'uomo, che la fede in
Dio ne risulta quasi snervata, inclini come sono, a quanto sembra, ad affermare
l'uomo più che a negare Dio.
Altri
si creano una tale rappresentazione di Dio che, respingendolo, rifiutano un Dio
che non è affatto quello del Vangelo. Altri nemmeno si pongono il problema di
Dio: non sembrano sentire alcuna inquietudine religiosa, né riescono a capire
perché dovrebbero interessarsi di religione. L'ateismo inoltre ha origine
sovente, o dalla protesta violenta contro il male nel mondo, o dall'aver
attribuito indebitamente i caratteri propri dell'assoluto a qualche valore
umano, così che questo prende il posto di Dio. Perfino la civiltà moderna, non
per sua essenza, ma in quanto troppo irretita nella realtà terrena, può rendere
spesso più difficile l'accesso a Dio.
Senza
dubbio coloro che volontariamente cercano di tenere lontano Dio dal proprio
cuore e di evitare i problemi religiosi, non seguendo l'imperativo della loro
coscienza, non sono esenti da colpa; tuttavia in questo campo anche i credenti
spesso hanno una certa responsabilità.
Infatti
l'ateismo, considerato nel suo insieme, non è qualcosa di originario, bensì
deriva da cause diverse, e tra queste va annoverata anche una reazione critica
contro le religioni, anzi in alcune regioni, specialmente contro la religione
cristiana.
Per
questo nella genesi dell'ateismo possono contribuire non poco i credenti, nella
misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una
presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria
vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non
che manifestano il genuino volto di Dio e della religione.
L'ateismo
moderno si presenta spesso anche in una forma sistematica, secondo cui, oltre
ad altre cause, l'aspirazione all'autonomia dell'uomo viene spinta a un tal
punto, da far ostacolo a qualunque dipendenza da Dio. Quelli che professano un
tale ateismo sostengono che la libertà consista nel fatto che l'uomo sia fine a
se stesso, unico artefice e demiurgo della propria storia; cosa che non può
comporsi, così essi pensano, con il riconoscimento di un Signore, autore e fine
di tutte le cose, o che almeno rende semplicemente superflua tale affermazione.
Una
tale dottrina può essere favorita da quel senso di potenza che l'odierno
progresso tecnico ispira all uomo. Tra le forme dell'ateismo moderno non va
trascurata quella che si aspetta la liberazione dell'uomo soprattutto dalla sua
liberazione economica e sociale La religione sarebbe di ostacolo, per natura
sua, a tale liberazione, in quanto, elevando la speranza dell'uomo verso il
miraggio di una vita futura, la distoglierebbe dall'edificazione della città
terrena.
Perciò
i fautori di tale dottrina, là dove accedono al potere, combattono con violenza
la religione e diffondono l'ateismo anche ricorrendo agli strumenti di
pressione di cui dispone il potere pubblico, specialmente nel campo
dell'educazione dei giovani.
21.
Atteggiamento della Chiesa di fronte all'ateismo.
Al
contrario, invece, se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna,
la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come si constata spesso al
giorno d'oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore
rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella
disperazione. E intanto ciascun uomo rimane ai suoi propri occhi un problema
insoluto, confusamente percepito. Nessuno, infatti, in certe ore e
particolarmente in occasione dei grandi avvenimenti della vita può evitare
totalmente quel tipo di interrogativi sopra ricordato.
A
questi problemi soltanto Dio dà una risposta piena e certa, lui che chiama
l'uomo a una riflessione più profonda e a una ricerca più umile. Quanto al
rimedio all'ateismo, lo si deve attendere sia dall'esposizione adeguata della
dottrina della Chiesa, sia dalla purezza della vita di essa e dei suoi membri.
Ciò
si otterrà anzi tutto con la testimonianza di una fede viva e adulta, vale a
dire opportunamente formata a riconoscere in maniera lucida le difficoltà e
capace di superarle.
Di
una fede simile han dato e danno testimonianza sublime moltissimi martiri.
Questa
fede deve manifestare la sua fecondità, col penetrare l'intera vita dei
credenti, compresa la loro vita profana, e col muoverli alla giustizia e
all'amore, specialmente verso i bisognosi.
Ciò
che contribuisce di più, infine, a rivelare la presenza di Dio, è la carità
fraterna dei fedeli che unanimi nello spirito lavorano insieme per la fede del
Vangelo e si presentano quale segno di unità.
Il
suo messaggio non toglie alcunché all'uomo, infonde invece luce, vita e libertà
per il suo progresso, e all'infuori di esso, niente può soddisfare il cuore
dell'uomo: « Ci hai fatto per te », o Signore, «e il nostro cuore è senza pace
finché non riposa in te».
22.
Cristo, l'uomo nuovo.
In realtà
solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.
Adamo,
infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rm5,14) e cioè di Cristo
Signore.
Cristo,
che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore
svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima
vocazione.
Nessuna
meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro
sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è « l'immagine dell'invisibile Iddio
» (Col1,15) è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la
somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.
Poiché
in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per
ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.
Con
l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.
Ha
lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con
volontà d'uomo ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è
fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Agnello
innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio
ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del
diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il
Figlio di Dio « mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal2,20).
Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue
orme ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte
vengono santificate e acquistano nuovo significato.
Il
cristiano poi, reso conforme all'immagine del Figlio che è il primogenito tra
molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm8,23) per cui diventa
capace di adempiere la legge nuova dell'amore.
In
virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef1,14), tutto l'uomo
viene interiormente rinnovato, nell'attesa della « redenzione del corpo »
(Rm8,23): « Se in voi dimora lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morte,
egli che ha risuscitato Gesù Cristo da morte darà vita anche ai vostri corpi
mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi» (Rm8,11).
Il
cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere
contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma,
associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte, così
anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza.
E ciò
vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona
volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è
morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola,
quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità
di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale.
Tale
e così grande è il mistero dell'uomo, questo mistero che
CAPITOLO II
23.
Che cosa intende il Concilio.
Il
moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più
importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto contribuisce il progresso
tecnico contemporaneo.
Tuttavia
il fraterno dialogo tra gli uomini non trova il suo compimento in tale
progresso, ma più profondamente nella comunità delle persone, e questa esige un
reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale.
Siccome
documenti recenti del magistero della Chiesa hanno esposto diffusamente la
dottrina cristiana circa l'umana società, il Concilio ricorda solo alcune
verità più importanti e ne espone i fondamenti alla luce della Rivelazione.
Insiste
poi su certe conseguenze che sono particolarmente importanti per il nostro
tempo.
Iddio,
che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una
sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti, infatti, creati
ad immagine di Dio « che da un solo uomo ha prodotto l'intero genere umano
affinché popolasse tutta la terra » (At17,26), sono chiamati al medesimo fine,
che è Dio stesso. Perciò l'amor di Dio e del prossimo è il primo e più grande
comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l'amor di Dio non
può essere disgiunto dall'amor del prossimo, «e tutti gli altri precetti sono
compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te stesso. La pienezza
perciò della legge è l'amore » (Rm13,9); (1Gv4,20).
È
evidente che ciò è di grande importanza per degli uomini sempre più dipendenti
gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso l'unificazione.
Anzi,
il Signore Gesù, quando prega il Padre perché « tutti siano una cosa sola, come
io e tu siamo una cosa sola » (Gv17,21), aprendoci prospettive inaccessibili
alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle
Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nell'amore.
Questa
similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che
Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non
attraverso un dono sincero di sé.
25.
Interdipendenza della persona e della umana società.
Dal
carattere sociale dell'uomo appare evidente come il perfezionamento della
persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro
interdipendenti.
Infatti,
la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d'una vita
sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni
sociali.
Poiché
la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l'uomo cresce in tutte le
sue capacità e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli
altri, la reciprocità dei servizi e il dialogo con i fratelli. Tra i vincoli
sociali che sono necessari al perfezionamento dell'uomo, alcuni, come la
famiglia e la comunità politica, sono più immediatamente rispondenti alla sua
natura intima; altri procedono piuttosto dalla sua libera volontà.
In
questo nostro tempo, per varie cause, si moltiplicano rapporti e
interdipendenze, dalle quali nascono associazioni e istituzioni diverse di
diritto pubblico o privato.
Questo
fatto, che viene chiamato socializzazione, sebbene non manchi di pericoli,
tuttavia reca in sé molti vantaggi nel rafforzamento e accrescimento delle
qualità della persona umana e nella tutela dei suoi diritti. Ma se le persone
umane ricevono molto da tale vita sociale per assolvere alla propria vocazione,
anche religiosa, non si può tuttavia negare che gli uomini dal contesto sociale
nel quale vivono e sono immersi fin dalla infanzia, spesso sono sviati dal bene
e spinti al male.
È
certo che i perturbamenti, così frequenti nell'ordine sociale, provengono in
parte dalla tensione che esiste in seno alle strutture economiche, politiche e
sociali.
Ma,
più radicalmente, nascono dalla superbia e dall'egoismo umano, che pervertono
anche l'ambiente sociale. Là dove l'ordine delle cose è turbato dalle
conseguenze del peccato, l'uomo già dalla nascita incline al male, trova nuovi
incitamenti al peccato, che non possono esser vinti senza grandi sforzi e senza
l'aiuto della grazia.
26.
Promuovere il bene comune.
Dall'interdipendenza
sempre più stretta e piano piano estesa al mondo intero deriva che il bene
comune--cioè l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono
tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione
più pienamente e più speditamente--oggi vieppiù diventa universale, investendo
diritti e doveri che riguardano l'intero genere umano.
Pertanto
ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli
altri gruppi, anzi del bene comune dell'intera famiglia umana.
Contemporaneamente cresce la coscienza dell'eminente dignità della persona
umana, superiore a tutte le cose e i cui diritti e doveri sono universali e
inviolabili. Occorre perciò che sia reso accessibile all'uomo tutto ciò di cui
ha bisogno per condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito,
l'abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare
una famiglia, il diritto all'educazione, al lavoro, alla reputazione, al
rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il
retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla
giusta libertà anche in campo religioso.
L'ordine
sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene
delle persone, poiché l'ordine delle cose deve essere subordinato all'ordine
delle persone e non l'inverso, secondo quanto suggerisce il Signore stesso
quando dice che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato.
Quell'ordine è da sviluppare sempre più, deve avere per base la verità,
realizzarsi nella giustizia, essere vivificato dall'amore, deve trovare un equilibrio
sempre più umano nella libertà.
Per
raggiungere tale scopo bisogna lavorare al rinnovamento della mentalità e
intraprendere profondi mutamenti della società. Lo Spirito di Dio, che con
mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra,
è presente a questa evoluzione.
Il
fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell'uomo questa irrefrenabile
esigenza di dignità.
27.
Rispetto della persona umana.
Scendendo
a conseguenze pratiche di maggiore urgenza, il Concilio inculca il rispetto
verso l'uomo: ciascuno consideri il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro
« se stesso », tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari per
viverla degnamente, per non imitare quel ricco che non ebbe nessuna cura del
povero Lazzaro. Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo prossimi di ogni
uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio
abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o
esiliato, o fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce
immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la
nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: « Quanto avete fatto ad uno
di questi minimi miei fratelli, l'avete fatto a me» (Mt25,40). Inoltre tutto
ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio,
l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola
l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al
corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la
dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni
arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle
donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali
i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come
persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono
certamente vergognose. Mentre guastano la civiltà umana, disonorano coloro che
così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente
l'onore del Creatore.
28.
Il rispetto e l'amore per gli avversari.
Il
rispetto e l'amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano
diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché
con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto
più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo.
Certamente
tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la
verità e il bene. Anzi è l'amore stesso che spinge i discepoli di Cristo ad
annunziare a tutti gli uomini la verità che salva. Ma occorre distinguere tra
errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di
persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose.
Solo
Dio è giudice e scrutatore dei cuori; perciò ci vieta di giudicare la
colpevolezza interiore di chiunque. La dottrina del Cristo esige che noi
perdoniamo anche le ingiurie e il precetto dell'amore si estende a tutti i
nemici; questo è il comandamento della nuova legge: «Udiste che fu detto:
amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri
nemici e fate del bene a coloro che vi odiano e pregate per i vostri persecutori
e calunniatori » (Mt5,43).
29.
La fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini e la giustizia sociale.
Tutti
gli uomini, dotati di un'anima razionale e creati ad immagine di Dio, hanno la
stessa natura e la medesima origine; tutti, redenti da Cristo godono della
stessa vocazione e del medesimo destino divino: è necessario perciò riconoscere
ognor più la fondamentale uguaglianza fra tutti.
Sicuramente,
non tutti gli uomini sono uguali per la varia capacità fisica e per la
diversità delle forze intellettuali e morali. Ma ogni genere di discriminazione
circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale,
in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della
lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al
disegno di Dio.
Invero
è doloroso constatare che quei diritti fondamentali della persona non sono
ancora e dappertutto garantiti pienamente. Avviene così quando si nega alla
donna la facoltà di scegliere liberamente il marito e di abbracciare un
determinato stato di vita, oppure di accedere a un'educazione e a una cultura
pari a quelle che si ammettono per l'uomo.
In
più, benché tra gli uomini vi siano giuste diversità, la uguale dignità delle
persone richiede che si giunga a condizioni di vita più umane e giuste.
Infatti
le disuguaglianze economiche e sociali eccessive tra membri e tra popoli
dell'unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia
sociale, all'equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale
e internazionale.
Le
umane istituzioni, sia private che pubbliche, si sforzino di mettersi al
servizio della dignità e del fine dell'uomo. Nello stesso tempo combattano
strenuamente contro ogni forma di servitù sociale e politica, e garantiscano i
fondamentali diritti degli uomini sotto qualsiasi regime politico.
Anzi,
queste istituzioni si debbono a poco a poco accordare con le realtà spirituali,
le più alte di tutte, anche se talora occorra un tempo piuttosto lungo per
giungere al fine desiderato.
30.
Occorre superare l'etica individualistica.
La
profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi
sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e intorpidito
dall'inerzia, si contenti di un'etica puramente individualistica. Il dovere
della giustizia e dell'amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno,
interessandosi al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli
altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a
migliorare le condizioni di vita degli uomini. Vi sono di quelli che, pur
professando opinioni larghe e generose, tuttavia continuano a vivere in pratica
come se non avessero alcuna cura delle necessità della società.
Anzi
molti, in certi paesi, tengono in poco conto le leggi e le prescrizioni
sociali.
Non
pochi non si vergognano di evadere, con vari sotterfugi e frodi, le giuste
imposte o altri obblighi sociali. Altri trascurano certe norme della vita
sociale, ad esempio ciò che concerne la salvaguardia della salute, o le norme
stabilite per la guida dei veicoli, non rendendosi conto di metter in pericolo,
con la loro incuria, la propria vita e quella degli altri. Che tutti prendano
sommamente a cuore di annoverare le solidarietà sociali tra i principali doveri
dell'uomo d'oggi, e di rispettarle.
Infatti
quanto più il mondo si unifica, tanto più apertamente gli obblighi degli uomini
superano i gruppi particolari e si estendono a poco a poco al mondo intero.
E ciò
non può avvenire se i singoli uomini e i gruppi non coltivano le virtù morali e
sociali e le diffondono nella società, cosicché sorgano uomini nuovi, artefici
di una umanità nuova, con il necessario aiuto della grazia divina.
31.
Responsabilità e partecipazione.
Affinché
i singoli uomini assolvano con maggiore cura il proprio dovere di coscienza
verso se stessi e verso i vari gruppi di cui sono membri, occorre educarli con
diligenza ad acquisire una più ampia cultura spirituale, utilizzando gli enormi
mezzi che oggi sono a disposizione del genere umano. Innanzitutto l'educazione
dei giovani, di qualsiasi origine sociale, deve essere impostata in modo da
suscitare uomini e donne, non tanto raffinati intellettualmente, ma di forte
personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo. Ma a tale senso di
responsabilità l'uomo giunge con difficoltà se le condizioni della vita non gli
permettono di prender coscienza della propria dignità e di rispondere alla sua
vocazione, prodigandosi per Dio e per gli altri.
Invero
la libertà umana spesso si indebolisce qualora l'uomo cada in estrema
indigenza, come si degrada quando egli stesso, lasciandosi andare a una vita
troppo facile, si chiude in una specie di aurea solitudine. Al contrario, essa
si fortifica quando l'uomo accetta le inevitabili difficoltà della vita
sociale, assume le molteplici esigenze dell'umana convivenza e si impegna al
servizio della comunità umana. Perciò bisogna stimolare la volontà di tutti ad
assumersi la propria parte nelle comuni imprese. È poi da lodarsi il modo di
agire di quelle nazioni nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta
partecipe degli affari pubblici, in una autentica libertà.
Si
deve tuttavia tener conto delle condizioni concrete di ciascun popolo e della
necessaria solidità dei pubblici poteri. Affinché poi tutti i cittadini siano
spinti a partecipare alla vita dei vari gruppi di cui si compone il corpo
sociale, è necessario che trovino in essi dei valori capaci di attirarli e di
disporli al servizio degli altri. Si può pensare legittimamente che il futuro
dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere
alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza.
32.
Il Verbo incarnato e la solidarietà umana.
Come
Dio creò gli uomini non perché vivessero individualisticamente, ma perché si
unissero in società, così a lui anche «... piacque santificare e salvare gli
uomini non a uno a uno, fuori di ogni mutuo legame, ma volle costituirli in
popolo, che lo conoscesse nella verità e santamente lo servisse ». Sin
dall'inizio della storia della salvezza, egli stesso ha scelto degli uomini,
non soltanto come individui ma come membri di una certa comunità Infatti questi
eletti Dio, manifestando il suo disegno, chiamò a suo popolo» (Es3,7). Con
questo popolo poi strinse il patto sul Sinai.
Tale
carattere comunitario è perfezionato e compiuto dall'opera di Cristo Gesù.
Lo
stesso Verbo incarnato volle essere partecipe della solidarietà umana.
Prese
parte alle nozze di Cana, entrò nella casa di Zaccheo, mangiò con i pubblicani
e i peccatori.
Ha rivelato
l'amore del Padre e la magnifica vocazione degli uomini ricordando gli aspetti
più ordinari della vita sociale e adoperando linguaggio e immagini della vita
d'ogni giorno.
Santificò
le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari, dalle quali trae origine la
vita sociale.
Si
sottomise volontariamente alle leggi della sua patria. Volle condurre la vita
di un artigiano del suo tempo e della sua regione. Nella sua predicazione ha
chiaramente affermato che i figli di Dio hanno l'obbligo di trattarsi vicendevolmente
come fratelli.
Nella
sua preghiera chiese che tutti i suoi discepoli fossero una « cosa sola ».
Anzi
egli stesso si offrì per tutti fino alla morte, lui il redentore di tutti. «
Nessuno ha maggior amore di chi sacrifica la propria vita per i suoi amici »
(Gv15,13).
Comandò
inoltre agli apostoli di annunciare il messaggio evangelico a tutte le genti,
perché il genere umano diventasse la famiglia di Dio, nella quale la pienezza
della legge fosse l'amore. Primogenito tra molti fratelli, dopo la sua morte e
risurrezione ha istituito attraverso il dono del suo Spirito una nuova
comunione fraterna fra tutti coloro che l'accolgono con la fede e la carità:
essa si realizza nel suo corpo, che è
In
questo corpo tutti, membri tra di loro, si debbono prestare servizi reciproci,
secondo i doni diversi loro concessi. Questa solidarietà dovrà sempre essere
accresciuta, fino a quel giorno in cui sarà consumata; in quel giorno gli
uomini, salvati dalla grazia, renderanno gloria perfetta a Dio, come famiglia
amata da Dio e da Cristo, loro fratello.
CAPITOLO III
L'ATTIVITÀ UMANA NELL'UNIVERSO
33.
Il problema.
Col
suo lavoro e col suo ingegno l'uomo ha cercato sempre di sviluppare la propria
vita; ma oggi, specialmente con l'aiuto della scienza e della tecnica, ha
dilatato e continuamente dilata il suo dominio su quasi tutta la natura e,
grazie soprattutto alla moltiplicazione di mezzi di scambio tra le nazioni, la
famiglia umana a poco a poco è venuta a riconoscersi e a costituirsi come una
comunità unitaria nel mondo intero. Ne deriva che molti beni, che un tempo
l'uomo si aspettava dalle forze superiori, oggi se li procura con la sua
iniziativa e con le sue forze.
Di
fronte a questo immenso sforzo, che orrnai pervade tutto il genere umano, molti
interrogativi sorgono tra gli uomini: qual è il senso e il valore della
attività umana?
Come
vanno usate queste realtà? A quale scopo tendono gli sforzi sia individuali che
collettivi?
34.
Il valore dell'attività umana.
Per i
credenti una cosa è certa: considerata in se stessa, l'attività umana
individuale e collettiva, ossia quell'ingente sforzo col quale gli uomini nel
corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita,
corrisponde alle intenzioni di Dio.
L'uomo
infatti, creato ad immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé
la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella
giustizia e nella santità, e cosi pure di riferire a Dio il proprio essere e
l'universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose; in modo
che, nella subordinazione di tutta la realtà all'uomo, sia glorificato il nome
di Dio su tutta la terra. Ciò vale anche per gli ordinari lavori quotidiani.
Gli
uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la
famiglia esercitano il proprio lavoro in modo tale da prestare anche
conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che con il
loro lavoro essi prolungano l'opera del Creatore, si rendono utili ai propri
fratelli e donano un contributo personale alla realizzazione del piano
provvidenziale di Dio nella storia. I cristiani, dunque, non si sognano nemmeno
di contrapporre i prodotti dell'ingegno e del coraggio dell'uomo alla potenza
di Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore; al contrario,
sono persuasi piuttosto che le vittorie dell'umanità sono segno della grandezza
di Dio e frutto del suo ineffabile disegno. Ma quanto più cresce la potenza
degli uomini, tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità, sia
individuale che collettiva.
Da
ciò si vede come il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal
compito di edificare il mondo o dall'incitarli a disinteressarsi del bene dei
propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più
pressante.
35.
Norme dell'attività umana.
L'attività
umana come deriva dall'uomo così è ordinata all'uomo.
L'uomo,
infatti, quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la società, ma
perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da sé
e si supera.
Tale
sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono
accumulare. L'uomo vale più per quello che « è » che per quello che «ha».
Parimenti
tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una maggiore
giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano dei rapporti
sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono
fornire, per così dire, la base materiale della promozione umana, ma da soli
non valgono in nessun modo a realizzarla.
Pertanto
questa è la norma dell'attività umana: che secondo il disegno di Dio e la sua
volontà essa corrisponda al vero bene dell'umanità, e che permetta all'uomo,
considerato come individuo o come membro della società, di coltivare e di
attuare la sua integrale vocazione.
36.
La legittima autonomia delle realtà terrene.
Molti
nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i
legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia degli uomini,
delle società, delle scienze.
Se
per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse
società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire,
usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia legittima: non
solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme
al volere del Creatore.
Infatti
è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro
propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e
tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo
proprie di ogni singola scienza o tecnica.
Perciò
la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente
scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la
fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal
medesimo Dio.
Anzi,
chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della
realtà, anche senza prenderne coscienza, viene come condotto dalla mano di Dio,
il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono.
A
questo proposito ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che
talvolta non sono mancati nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere
sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, suscitando
contese e controversie, essi trascinarono molti spiriti fino al punto da
ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro.
Se
invece con l'espressione « autonomia delle realtà temporali » si intende dire
che le cose create non dipendono da Dio e che l'uomo può adoperarle senza
riferirle al Creatore, allora a nessuno che creda in Dio sfugge quanto false
siano tali opinioni.
La
creatura, infatti, senza il Creatore svanisce.
Del
resto tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno
sempre inteso la voce e la manifestazione di Dio nel linguaggio delle creature.
Anzi,
l'oblio di Dio rende opaca la creatura stessa.
La
sacra Scrittura, però, con cui si accorda l'esperienza dei secoli, insegna agli
uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell'uomo, porta con
sé una seria tentazione.
Infatti,
sconvolto l'ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i
gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli degli altri;
cosi il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece
l'aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere
umano.
Tutta
intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le
potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall'origine del mondo, destinata a
durare, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno.
Inserito
in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito
al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi
fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio. Per questo
Se
dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani
per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo
quotidianamente dalla superbia e dall'amore disordinato di se stessi, devono
venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di
Cristo.
Redento
da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l'uomo, infatti, può
e deve amare anche le cose che Dio ha creato.
Da
Dio le riceve: le vede come uscire dalle sue mani e le rispetta.
Di
esse ringrazia il divino benefattore e, usando e godendo delle creature in
spirito di povertà e di libertà, viene introdotto nel vero possesso del mondo,
come qualcuno che non ha niente e che possiede tutto: «Tutto, infatti, è
vostro: ma voi siete di Cristo e il Cristo è di Dio » (1Cor3,22).
Il
Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, fattosi carne lui
stesso e venuto ad abitare sulla terra degli uomini, entrò nella storia del
mondo come uomo perfetto, assumendo questa e ricapitolandola in sé. Egli ci
rivela « che Dio è carità » (1Gv4,8) e insieme ci insegna che la legge
fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del
mondo, è il nuovo comandamento dell'amore.
Coloro
pertanto che credono alla carità divina, sono da lui resi certi che la strada
della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare
la fraternità universale non sono vani.
Così
pure egli ammonisce a non camminare sulla strada della carità solamente nelle
grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita.
Accettando
di morire per noi tutti peccatori, egli ci insegna con il suo esempio che è
necessario anche portare quella croce che dalla carne e dal mondo viene messa
sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia. Con la sua risurrezione
costituito Signore, egli, il Cristo cui è stato dato ogni potere in cielo e in
terra, agisce ora nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito; non solo
suscita il desiderio del mondo futuro, ma con ciò stesso ispira anche, purifica
e fortifica quei generosi propositi con i quali la famiglia degli uomini cerca
di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la
terra.
Ma i
doni dello Spirito sono vari: alcuni li chiama a dare testimonianza manifesta
al desiderio della dimora celeste, contribuendo così a mantenerlo vivo
nell'umanità; altri li chiama a consacrarsi al servizio terreno degli uomini,
così da preparare-attraverso tale loro ministero quasi la materia per il regno
dei cieli. Di tutti, però, fa degli uomini liberi, in quanto nel rinnegamento
dell'egoismo e convogliando tutte le forze terrene verso la vita umana, essi si
proiettano nel futuro, quando l'umanità stessa diventerà offerta accetta a Dio.
Un
pegno di questa speranza e un alimento per il cammino il Signore lo ha lasciato
ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli elementi naturali
coltivati dall'uomo vengono trasmutati nel Corpo e nel Sangue glorioso di lui,
in un banchetto di comunione fraterna che è pregustazione del convito del
cielo.
39.
Terra nuova e cielo nuovo.
Ignoriamo
il tempo in cui avranno fine la terra e l'umanità e non sappiamo in che modo
sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo,
deformato dal peccato. Sappiamo però dalla Rivelazione che Dio prepara una
nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia , e la cui
felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel
cuore degli uomini .
Allora,
vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu
seminato in infermità e corruzione rivestirà l'incorruttibilità; resterà la
carità coi suoi frutti, e sarà liberata dalla schiavitù della vanità tutta
quella realtà che Dio ha creato appunto per l'uomo.
Certo,
siamo avvertiti che niente giova all'uomo se guadagna il mondo intero ma perde
se stesso. Tuttavia l'attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì
piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente,
dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa
prefigurazione, che adombra il mondo nuovo.
Pertanto,
benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo
del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire
a meglio ordinare l'umana società, è di grande importanza per il regno di Dio.
Ed infatti quei valori, quali la dignità dell'uomo, la comunione fraterna e la
libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità,
dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il
suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia,
illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre « il regno
eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di
grazia, regno di giustizia, di amore e di pace ».
Qui
sulla terra il regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore,
giungerà a perfezione.
CAPITOLO IV
40.
Mutua relazione tra Chiesa e mondo.
Tutto
quello che abbiamo detto a proposito della dignità della persona umana, della
comunità degli uomini, del significato profondo della attività umana,
costituisce il fondamento del rapporto tra Chiesa e mondo, come pure la base
del dialogo fra loro.
In
questo capitolo, pertanto, presupponendo tutto ciò che il Concilio ha già
insegnato circa il mistero della Chiesa, si viene a prendere in considerazione
la medesima Chiesa in quanto si trova nel mondo e insieme con esso vive ed
agisce.
Ma
Inoltre
Al
tempo stesso essa è persuasa che, per preparare le vie al Vangelo, il mondo può
fornirle in vario modo un aiuto prezioso mediante le qualità e l'attività dei
singoli o delle società che lo compongono. Allo scopo di promuovere debitamente
tale mutuo scambio ed aiuto, nei campi che in qualche modo sono comuni alla
Chiesa e al mondo, vengono qui esposti alcuni principi generali.
L'uomo
d'oggi procede sulla strada di un più pieno sviluppo della sua personalità e di
una progressiva scoperta e affermazione dei propri diritti. Poiché
Essa
sa bene che soltanto Dio, al cui servizio è dedita, dà risposta ai più profondi
desideri del cuore umano, che mai può essere pienamente saziato dagli elementi
terreni.
Sa
ancora che l'uomo, sollecitato incessantemente dallo Spirito di Dio, non potrà
mai essere del tutto indifferente davanti al problema religioso, come
dimostrano non solo l'esperienza dei secoli passati, ma anche molteplici
testimonianze dei tempi nostri.
L'uomo,
infatti, avrà sempre desiderio di sapere, almeno confusamente, quale sia il
significato della sua vita, della sua attività e della sua morte. E
Chiunque
segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo.
Partendo
da questa fede,
Nessuna
legge umana è in grado di assicurare la dignità personale e la libertà
dell'uomo, quanto il Vangelo di Cristo, affidato alla Chiesa.
Questo
Vangelo, infatti, annunzia e proclama la libertà dei figli di Dio, respinge
ogni schiavitù che deriva in ultima analisi dal peccato onora come sacra la
dignità della coscienza e la sua libera decisione, ammonisce senza posa a
raddoppiare tutti i talenti umani a servizio di Dio e per il bene degli uomini,
infine raccomanda tutti alla carità di tutti.
Ciò
corrisponde alla legge fondamentale della economia cristiana.
Benché,
infatti, i1 Dio Salvatore e il Dio Creatore siano sempre lo stesso Dio, e così
pure si identifichino il Signore della storia umana e il Signore della storia
della salvezza, tuttavia in questo stesso ordine divino la giusta autonomia
della creatura, specialmente dell'uomo, lungi dall'essere soppressa, viene
piuttosto restituita alla sua dignità e in essa consolidata.
Perciò
Questo
movimento tuttavia deve essere impregnato dallo spirito del Vangelo e
dev'essere protetto contro ogni specie di falsa autonomia.
Siamo,
infatti, esposti alla tentazione di pensare che i nostri diritti personali sono
pienamente salvi solo quando veniamo sciolti da ogni norma di legge divina.
Ma
per questa strada la dignità della persona umana non si salva e va piuttosto
perduta.
L'unione
della famiglia umana viene molto rafforzata e completata dall'unità della
famiglia dei figli di Dio, fondata sul Cristo. Certo, la missione propria che
Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è d'ordine politico, economico o
sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è d'ordine religioso.
Eppure
proprio da questa missione religiosa scaturiscono compiti, luce e forze, che
possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini
secondo la legge divina.
Così
pure, dove fosse necessario, a seconda delle circostanze di tempo e di luogo,
anch'essa può, anzi deve suscitare opere destinate al servizio di tutti, ma
specialmente dei bisognosi, come, per esempio, opere di misericordia e altre
simili.
Infatti,
la forza che
Niente
le sta più a cuore che di servire al bene di tutti e di potersi liberamente
sviluppare sotto qualsiasi regime che rispetti i diritti fondamentali della
persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene comune.
Il
Concilio esorta i cristiani, cittadini dell'una e dell'altra città, di
sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare
dallo spirito del Vangelo.
Sbagliano
coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che
cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri
doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora
di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno.
A
loro volta non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere
talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla
vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di
culto e in alcuni doveri morali.
La
dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro
vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo.
Contro
questo scandalo già nell'Antico Testamento elevavano con veemenza i loro
rimproveri i profeti e ancora di più Gesù Cristo stesso, nel Nuovo Testamento,
minacciava gravi castighi.
Non
si crei perciò un'opposizione artificiale tra le attività professionali e
sociali da una parte, e la vita religiosa dall'altra. Il cristiano che trascura
i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso
Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna.
Gioiscano
piuttosto i cristiani, seguendo l'esempio di Cristo che fu un artigiano, di
poter esplicare tutte le loro attività terrene unificando gli sforzi umani,
domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale
insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene
coordinato a gloria di Dio. Ai laici spettano propriamente, anche se non
esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque,
agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo
rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di
acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro
cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze
della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative,
ove occorra, e ne assicurino la realizzazione.
Spetta
alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge
divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce
e forza spirituale.
Non
pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni
nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una
soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano
invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza
cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero.
Per
lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe
circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto
sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione,
come succede abbastanza spesso e legittimamente.
Ché
se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni
delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico,
in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare
esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.
Invece
cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero,
mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune.
I
laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non
solo son tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma
sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche
in mezzo alla comunità umana.
I
vescovi, poi, cui è affidato l'incarico di reggere
Inoltre
i pastori tutti ricordino che essi con la loro quotidiana condotta e con la
loro sollecitudine mostrano al mondo un volto della Chiesa, in base al quale
gli uomini si fanno un giudizio sulla efficacia e sulla verità del messaggio
cristiano. Con la vita e con la parola, uniti ai religiosi e ai loro fedeli,
dimostrino che
Con
lo studio assiduo si rendano capaci di assumere la propria responsabilità nel
dialogo col mondo e con gli uomini di qualsiasi opinione.
Soprattutto
però abbiano in mente le parole di questo Concilio: « Siccome oggi l'umanità va
sempre più organizzandosi in unità civile, economica e sociale, è tanto più
necessario che i sacerdoti, unendo sforzi e mezzi sotto la guida dei vescovi e
del sommo Pontefice, eliminino ogni motivo di dispersione, affinché tutto il
genere umano sia ricondotto all'unità della famiglia di Dio ».
Benché
E
anche ai nostri giorni sa bene
Guidata
dallo Spirito Santo, la madre Chiesa non si stancherà di «esortare i suoi figli
a purificarsi e a rinnovarsi, perché il segno di Cristo risplenda ancor più
chiaramente sul volto della Chiesa».
Come
è importante per il mondo che esso riconosca
Essa,
infatti, fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di
Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si
sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di
adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti,
sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della
parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti,
viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo
proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio
vitale tra
È
dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con
l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare
i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola
di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio
compresa e possa venir presentata in forma più adatta.
Essa
sente con gratitudine di ricevere, nella sua comunità non meno che nei suoi
figli singoli, vari aiuti dagli uomini di qualsiasi grado e condizione.
Chiunque
promuove la comunità umana nell'ordine della famiglia, della cultura, della
vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale che
internazionale, porta anche non poco aiuto, secondo il disegno di Dio, alla
comunità della Chiesa, nella misura in cui questa dipende da fattori esterni.
Anzi,
45.
Cristo, l'alfa e l'omega.
PARTE
II
ALCUNI
PROBLEMI PIÙ URGENTI
46.
Proemio
Dopo
aver esposto di quale dignità è insignita la persona dell'uomo e quale compito,
individuale e sociale, egli è chiamato ad adempiere sulla terra, il Concilio,
alla luce del Vangelo e dell'esperienza umana, attira ora l'attenzione di tutti
su alcuni problemi contemporanei particolarmente urgenti, che toccano in modo
specialissimo il genere umano. Tra le numerose questioni che oggi destano
l'interesse generale, queste meritano particolare menzione: il matrimonio e la
famiglia, la cultura umana, la vita economico-sociale, la vita politica, la
solidarietà tra le nazioni e la pace. Sopra ciascuna di esse risplendano i
principi e la luce che provengono da Cristo; così i cristiani avranno una guida
e tutti gli uomini potranno essere illuminati nella ricerca delle soluzioni di
problemi tanto numerosi e complessi.
CAPITOLO I
DIGNITÀ DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA
E SUA VALORIZZAZIONE
47.
Matrimonio e famiglia nel mondo d'oggi
Il
bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso
con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. Perciò i
cristiani, assieme con quanti hanno alta stima di questa comunità, si
rallegrano sinceramente dei vari sussidi, con i quali gli uomini favoriscono
oggi la formazione di questa comunità di amore e la stima ed il rispetto della
vita: sussidi che sono di aiuto a coniugi e genitori della loro eminente
missione; da essi i cristiani attendono sempre migliori vantaggi e si sforzano
di promuoverli.
Però
la dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica chiarezza
poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto
libero amore e da altre deformazioni. Per di più l'amore coniugale è molto
spesso profanato dall'egoismo, dall'edonismo e da pratiche illecite contro la
fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e
civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare. E per ultimo in
determinate parti del mondo si avvertono non senza preoccupazioni i problemi
posti dall'incremento demografico. Da tutto ciò sorgono difficoltà che
angustiano la coscienza. Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto
matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni
dell'odierna società, nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto
spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura di questa
istituzione.
Perciò
il Concilio, mettendo in chiara luce alcuni punti capitali della dottrina della
Chiesa, si propone di illuminare e incoraggiare i cristiani e tutti gli uomini
che si sforzano di salvaguardare e promuovere la dignità naturale e l'altissimo
valore sacro dello stato matrimoniale.
48.
Santità del matrimonio e della famiglia
L'intima
comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con
leggi proprie, è stabilita dall'alleanza dei coniugi, vale a dire
dall'irrevocabile consenso personale. E così, è dall'atto umano col quale i
coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società,
l'istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino. In vista
del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro
non dipende dall'arbitrio dell'uomo. Perché è Dio stesso l'autore del
matrimonio, dotato di molteplici valori e fini: tutto ciò è di somma importanza
per la continuità del genere umano, il progresso personale e la sorte eterna di
ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la
prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana.
Per
la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono
ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il
loro coronamento. E così l'uomo e la donna, che per l'alleanza coniugale « non sono
più due, ma una sola carne » (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio
con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso
della propria unità e sempre più pienamente la conseguono.
Questa
intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei
figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile
unità.
Cristo
Signore ha effuso l'abbondanza delle sue benedizioni su questo amore dai
molteplici aspetti, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul
modello della sua unione con
Prevenuti
dall'esempio e dalla preghiera comune dei genitori, i figli, anzi tutti quelli
che vivono insieme nell'ambito familiare, troveranno più facilmente la strada
di una formazione veramente umana, della salvezza e della santità.
Quanto
agli sposi, insigniti della dignità e responsabilità di padre e madre,
adempiranno diligentemente il dovere dell'educazione, soprattutto religiosa,
che spetta loro prima che a chiunque altro.
I
figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure in qualche modo
alla santificazione dei genitori. Risponderanno, infatti, ai benefici ricevuti
dai genitori con affetto riconoscente, con pietà filiale e fiducia; e li
assisteranno, come si conviene a figli, nelle avversità della vita e nella
solitudine della vecchiaia. La vedovanza, accettata con coraggio come
continuazione della vocazione coniugale sia onorata da tutti. La famiglia
metterà con generosità in comune con le altre famiglie le proprie ricchezze
spirituali. Allora la famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come
immagine e partecipazione dell'alleanza d'amore del Cristo e della Chiesa
renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina
natura della Chiesa, sia con l'amore, la fecondità generosa, l'unità e la
fedeltà degli sposi, che con l'amorevole cooperazione di tutti i suoi membri.
I
fidanzati sono ripetutamente invitati dalla parola di Dio a nutrire e
potenziare il loro fidanzamento con un amore casto, e gli sposi la loro unione
matrimoniale con un affetto senza incrinature. Anche molti nostri contemporanei
annettono un grande valore al vero amore tra marito e moglie, che si manifesta
in espressioni diverse a seconda dei sani costumi dei popoli e dei tempi.
Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona
con un sentimento che nasce dalla volontà, quell'amore abbraccia il bene di
tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità
le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e
segni speciali dell'amicizia coniugale.
Il
Signore si è degnato di sanare, perfezionare ed elevare questo amore con uno
speciale dono di grazia e carità. Un tale amore, unendo assieme valori umani e
divini, conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, che si esprime
mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei
coniugi anzi, diventa più perfetto e cresce proprio mediante il generoso suo
esercizio. È ben superiore, perciò, alla pura attrattiva erotica che,
egoisticamente coltivata, presto e miseramente svanisce.
Questo
amore è espresso e sviluppato in maniera tutta particolare dall'esercizio degli
atti che sono propri del matrimonio. Ne consegue che gli atti coi quali i
coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni; compiuti in modo
veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano ed
arricchiscono vicendevolmente nella gioia e nella gratitudine gli sposi stessi.
Quest'amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto consacrato da un
sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva
sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni
adulterio e ogni divorzio. L'unità del matrimonio, confermata dal Signore,
appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna
riconoscere sia all'uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore.
Per
tener fede costantemente agli impegni di questa vocazione cristiana si richiede
una virtù fuori del comune; è per questo che i coniugi, resi forti dalla grazia
per una vita santa, coltiveranno assiduamente la fermezza dell'amore, la
grandezza d'animo, lo spirito di sacrificio e li domanderanno nella loro
preghiera. Ma l'autentico amore coniugale godrà più alta stima e si formerà al
riguardo una sana opinione pubblica, se i coniugi cristiani danno testimonianza
di fedeltà e di armonia nell'amore come anche di sollecitudine nell'educazione
dei figli, e se assumono la loro responsabilità nel necessario rinnovamento
culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della famiglia.
I
giovani siano adeguatamente istruiti, molto meglio se in seno alla propria
famiglia, sulla dignità dell'amore coniugale, sulla sua funzione e le sue
espressioni; così che, formati nella stima della castità, possano ad età conveniente
passare da un onesto fidanzamento alle nozze.
50.
La fecondità del matrimonio
Il
matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione
ed educazione della prole. I figli infatti sono il dono più eccellente del
matrimonio e contribuiscono grandemente al bene dei genitori stessi. Dio che
disse: « non è bene che l'uomo sia solo» (Gn 2,18) e «che creò all'inizio
l'uomo maschio e femmina » (Mt 19,4), volendo comunicare all'uomo una speciale
partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo
loro: «crescete e moltiplicatevi» (Gn 1,28). Di conseguenza un amore coniugale
vero e ben compreso e tutta la struttura familiare che ne nasce tendono, senza
trascurare gli altri fini del matrimonio, a rendere i coniugi disponibili a
cooperare coraggiosamente con l'amore del Creatore e del Salvatore che
attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia.
I
coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi suoi
interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve
essere considerato come missione loro propria.
E
perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con
docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si
formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che
di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede
nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro
epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della
comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo
giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi
stessi. Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli
che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una
coscienza che sia con forme alla legge divina stessa; e siano docili al
magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella legge alla luce
del Vangelo.
Tale
legge divina manifesta il significato pieno dell'amore coniugale, lo protegge e
lo conduce verso la sua perfezione veramente umana.
Così
quando gli sposi cristiani, fidando nella divina Provvidenza e coltivando lo
spirito di sacrificio, svolgono il loro ruolo procreatore e si assumono
generosamente le loro responsabilità umane e cristiane, glorificano il Creatore
e tendono alla perfezione cristiana.
Tra i
coniugi che in tal modo adempiono la missione loro affidata da Dio, sono da
ricordare in modo particolare quelli che, con decisione prudente e di comune
accordo, accettano con grande animo anche un più grande numero di figli da
educare convenientemente.
Il
matrimonio tuttavia non è stato istituito soltanto per la procreazione; il
carattere stesso di alleanza indissolubile tra persone e il bene dei figli
esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste
manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità. E perciò anche se la prole,
molto spesso tanto vivamente desiderata, non c'è, il matrimonio perdura come
comunità e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua
indissolubilità.
51.
Accordo dell'amore coniugale col rispetto della vita
Il
Concilio sa che spesso i coniugi, che vogliono condurre armoniosamente la loro
vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni della vita di oggi, e
possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un
certo tempo, il numero dei figli; non senza difficoltà allora si può conservare
la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita. Là dove, infatti, è
interrotta l'intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa
in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono
pericolo anche l'educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri.
C'è
chi presume portare a questi problemi soluzioni non oneste, anzi non rifugge
neppure dall'uccisione delle nuove vite.
Infatti
Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di
proteggere la vita: missione che deve essere adempiuta in modo degno dell'uomo.
Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura;
l'aborto e l'infanticidio sono delitti abominevoli. La sessualità propria
dell'uomo e la facoltà umana di generare sono meravigliosamente superiori a
quanto avviene negli stadi inferiori della vita; perciò anche gli atti
specifici della vita coniugale, ordinati secondo la vera dignità umana, devono
essere rispettati con grande stima. Perciò, quando si tratta di mettere
d'accordo l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il
carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e
dalla valutazione dei motivi, ma va determinato secondo criteri oggettivi, che
hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi
atti, criteri che rispettano, in un contesto di vero amore, il significato
totale della mutua donazione e della procreazione umana; cosa che risulterà
impossibile se non viene coltivata con sincero animo la virtù della castità
coniugale. I figli della Chiesa, fondati su questi principi, nel regolare la
procreazione, non potranno seguire strade che sono condannate dal magistero
nella spiegazione della legge divina. Del resto, tutti sappiamo che la vita
dell'uomo e il compito di trasmetterla non sono limitati agli orizzonti di
questo mondo e non vi trovano né la loro piena dimensione, né il loro pieno
senso, ma riguardano il destino eterno degli uomini.
La
famiglia è una scuola di arricchimento umano. Perché però possa attingere la
pienezza della sua vita e del suo compimento, è necessaria una amorevole
apertura vicendevole di animo tra i coniugi, e la consultazione reciproca e una
continua collaborazione tra i genitori nella educazione dei figli. La presenza
attiva del padre giova moltissimo alla loro formazione; ma bisogna anche
permettere alla madre, di cui abbisognano specialmente i figli più piccoli, di
prendersi cura del proprio focolare pur senza trascurare la legittima
promozione sociale della donna. I figli poi, mediante l'educazione devono
venire formati in modo che, giunti alla maturità, possano seguire con pieno
senso di responsabilità la loro vocazione, compresa quella sacra; e se
sceglieranno lo stato di vita coniugale, possano formare una propria famiglia
in condizioni morali, sociali ed economiche favorevoli. È compito poi dei
genitori o dei tutori guidare i più giovani nella formazione di una nuova
famiglia con il consiglio prudente, presentato in modo che questi lo ascoltino
volentieri; dovranno tuttavia evitare di esercitare forme di coercizione
diretta o indiretta su di essi per spingerli al matrimonio o alla scelta di una
determinata persona come coniuge.
In
questo modo la famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano e si
aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e ad
armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è
veramente il fondamento della società. Tutti coloro che hanno influenza sulla
società e sulle sue diverse categorie, quindi, devono collaborare efficacemente
alla promozione del matrimonio e della famiglia; e le autorità civili dovranno
considerare come un sacro dovere conoscere la loro vera natura, proteggerli e
farli progredire, difendere la moralità pubblica e favorire la prosperità
domestica. In particolare dovrà essere difeso il diritto dei genitori di
generare la prole e di educarla in seno alla famiglia. Una provvida
legislazione ed iniziative varie dovranno pure proteggere ed aiutare
opportunamente coloro che sono purtroppo privi di una propria famiglia.
I
cristiani, bene utilizzando il tempo presente e distinguendo le realtà
permanenti dalle forme mutevoli, si adoperino per sviluppare diligentemente i
valori del matrimonio e della famiglia; lo faranno tanto con la testimonianza
della propria vita, quanto con un'azione concorde con gli uomini di buona
volontà. Così, superando le difficoltà presenti, essi provvederanno ai bisogni
e agli interessi della famiglia, in accordo con i tempi nuovi. A questo fine
sono di grande aiuto il senso cristiano dei fedeli, la retta coscienza morale
degli uomini, come pure la saggezza e la competenza di chi è versato nelle
discipline sacre.
Gli
esperti nelle scienze, soprattutto biologiche, mediche, sociali e psicologiche,
possono portare un grande contributo al bene del matrimonio e della famiglia e
alla pace delle coscienze se, con l'apporto convergente dei loro studi,
cercheranno di chiarire sempre più a fondo le diverse condizioni che
favoriscono un'ordinata e onesta procreazione umana.
È
compito dei sacerdoti, provvedendosi una necessaria competenza sui problemi
della vita familiare, aiutare amorosamente la vocazione dei coniugi nella loro
vita coniugale e familiare con i vari mezzi della pastorale, con la
predicazione della parola di Dio, con il culto liturgico o altri aiuti
spirituali, fortificarli con bontà e pazienza nelle loro difficoltà e
confortarli con carità, perché si formino famiglie veramente serene.
Le
varie opere di apostolato, specialmente i movimenti familiari, si adopereranno
a sostenere con la dottrina e con l'azione i giovani e gli stessi sposi,
particolarmente le nuove famiglie, ed a formarli alla vita familiare, sociale
ed apostolica.
Infine
i coniugi stessi, creati ad immagine del Dio vivente e muniti di un'autentica
dignità personale, siano uniti da un uguale mutuo affetto, dallo stesso modo di
sentire, da comune santità, cosi che, seguendo Cristo principio di vita nelle
gioie e nei sacrifici della loro vocazione, attraverso il loro amore fedele
possano diventare testimoni di quel mistero di amore che il Signore ha rivelato
al mondo con la sua morte e la sua risurrezione.
CAPITOLO II
53.
Introduzione
È
proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita
veramente e pienamente umano se non mediante la cultura, coltivando cioè i beni
e i valori della natura. Perciò, ogniqualvolta si tratta della vita umana,
natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse.
Con
il termine generico di « cultura » si vogliono indicare tutti quei mezzi con i
quali l'uomo affina e sviluppa le molteplici capacità della sua anima e del suo
corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il
lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella famiglia che in tutta la
società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine,
con l'andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi
esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di
molti, anzi di tutto il genere umano.
Di
conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto storico e sociale e
la voce « cultura » assume spesso un significato sociologico ed etnologico. In
questo senso si parla di pluralità delle culture. Infatti dal diverso modo di
far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di
formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti giuridici, di
sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine i
diversi stili di vita e le diverse scale di valori. Cosi dalle usanze
tradizionali si forma il patrimonio proprio di ciascun gruppo umano. Così pure
si costituisce l'ambiente storicamente definito in cui ogni uomo, di qualsiasi
stirpe ed epoca, si inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di
promuovere la civiltà.
Sezione
1: La situazione della cultura nel mondo odierno
54.
Nuovi stili di vita
Le
condizioni di vita dell'uomo moderno, sotto l'aspetto sociale e culturale, sono
profondamente cambiate, così che è lecito parlare di una nuova epoca della
storia umana '. Di qui si aprono nuove vie per perfezionare e diffondere più
largamente la cultura. Esse sono state preparate da un grandioso sviluppo delle
scienze naturali e umane, anche sociali, dal progresso delle tecniche, dallo
sviluppo e dall'organizzazione degli strumenti di comunicazione sociale. Perciò
la cultura odierna è caratterizzata da alcune note distintive: le scienze dette
«esatte» affinano al massimo il senso critico; i più recenti studi di
psicologia spiegano in profondità l'attività umana; le scienze storiche
spingono fortemente a considerare le cose sotto l'aspetto della loro mutabilità
ed evoluzione; i modi di vivere ed i costumi diventano sempre più uniformi;
l'industrializzazione, l'urbanesimo e le altre cause che favoriscono la vita
collettiva creano nuove forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono
nuovi modi di pensare, di agire, di impiegare il tempo libero; lo sviluppo dei
rapporti fra le varie nazioni e le classi sociali rivela più ampiamente a tutti
e a ciascuno i tesori delle diverse forme di cultura, e così poco a poco si
prepara una forma di cultura umana più universale, la quale tanto più promuove
ed esprime l'unità del genere umano, quanto meglio rispetta le particolarità
delle diverse culture.
Cresce
sempre più il numero degli uomini e delle donne di ogni gruppo o nazione che
prendono coscienza di essere artefici e promotori della cultura della propria
comunità. In tutto il mondo si sviluppa sempre più il senso dell'autonomia e
della responsabilità, cosa che è di somma importanza per la maturità spirituale
e morale dell'umanità. Ciò appare ancor più chiaramente se teniamo presente
l'unificazione del mondo e il compito che ci si impone di costruire un mondo
migliore nella verità e nella giustizia. In tal modo siamo testimoni della
nascita d'un nuovo umanesimo, in cui l'uomo si definisce anzitutto per la sua
responsabilità verso i suoi fratelli e verso la storia.
56.
Difficoltà e compiti
In
queste condizioni non stupisce che l'uomo sentendosi responsabile del progresso
della cultura, nutra grandi speranze, ma consideri pure con ansietà le
molteplici antinomie esistenti ch'egli deve risolvere. Che cosa si deve fare
affinché gli intensificati rapporti culturali, che dovrebbero condurre ad un
vero e fruttuoso dialogo tra classi e nazioni diverse, non turbino la vita
delle comunità, né sovvertano la sapienza dei padri, né mettano in pericolo il
carattere proprio di ciascun popolo?
In
qual modo promuovere il dinamismo e l'espansione della nuova cultura senza che
si perda la viva fedeltà al patrimonio della tradizione? Questo problema si
pone con particolare urgenza là dove la cultura, che nasce dal grande sviluppo
scientifico e tecnico, si deve armonizzare con la cultura che, secondo le varie
tradizioni, viene alimentata dagli studi classici.
In
qual maniera conciliare una così rapida e crescente diversificazione delle
scienze specializzate, con la necessità di farne la sintesi e di mantenere
nell'uomo le facoltà della contemplazione e dell'ammirazione che conducono alla
sapienza?
Che
cosa fare affinché le moltitudini siano rese partecipi dei beni della cultura,
proprio quando la cultura degli specialisti diviene sempre più alta e
complessa?
Come,
infine, riconoscere come legittima l'autonomia che la cultura rivendica a se
stessa, senza giungere a un umanesimo puramente terrestre, anzi avverso alla
religione?
In
mezzo a queste antinomie, la cultura umana va oggi sviluppata in modo da
perfezionare con giusto ordine la persona umana nella sua integrità e da
aiutare gli uomini nell'esplicazione di quei compiti, al cui adempimento tutti,
ma specialmente i cristiani fraternamente uniti in seno all'unica famiglia
umana, sono chiamati.
Sezione
2: Alcuni principi riguardanti la retta promozione della cultura
57.
Fede e cultura
I
cristiani, in cammino verso la città celeste, devono ricercare e gustare le
cose di lassù questo tuttavia non diminuisce, anzi aumenta l'importanza del
loro dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costruzione di un mondo
più umano. E in verità il mistero della fede cristiana offre loro eccellenti
stimoli e aiuti per assolvere con maggiore impegno questo compito e
specialmente per scoprire il pieno significato di quest'attività, mediante la
quale la cultura umana acquista un posto importante nella vocazione integrale
dell'uomo.
L'uomo
infatti, quando coltiva la terra col lavoro delle sue braccia o con l'aiuto
della tecnica, affinché essa produca frutto e diventi una dimora degna di tutta
la famiglia umana, e quando partecipa consapevolmente alla vita dei gruppi
sociali, attua il disegno di Dio, manifestato all'inizio dei tempi, di
assoggettare la terra e di perfezionare la creazione, e coltiva se stesso; nel
medesimo tempo mette in pratica il grande comandamento di Cristo di prodigarsi
al servizio dei fratelli.
L'uomo
inoltre, applicandosi allo studio delle varie discipline, quali la filosofia,
la storia, la matematica, le scienze naturali, e coltivando l'arte, può
contribuire moltissimo ad elevare l'umana famiglia a più alti concetti del
vero, del bene e del bello e a una visione delle cose di universale valore; in
tal modo essa sarà più vivamente illuminata da quella mirabile Sapienza, che
dall'eternità era con Dio, disponendo con lui ogni cosa, giocando sull'orbe
terrestre e trovando le sue delizie nello stare con i figli degli uomini.
Per
ciò stesso lo spirito umano, più libero dalla schiavitù delle cose, può
innalzarsi con maggiore speditezza al culto ed alla contemplazione del Creatore.
Anzi, sotto l'impulso della grazia si dispone a riconoscere il Verbo di Dio
che, prima di farsi carne per tutto salvare e ricapitolare in se stesso, già
era « nel mondo » come « luce vera che illumina ogni uomo » (Gv 1,9).
Certo,
l'odierno progresso delle scienze e della tecnica, che in forza del loro metodo
non possono penetrare nelle intime ragioni delle cose, può favorire un certo
fenomenismo e agnosticismo, quando il metodo di investigazione di cui fanno uso
queste scienze viene a torto innalzato a norma suprema di ricerca della verità
totale. Anzi, vi è il pericolo che l'uomo, fidandosi troppo delle odierne
scoperte, pensi di bastare a se stesso e non cerchi più valori superiori.
Questi
fatti deplorevoli però non scaturiscono necessariamente dalla odierna cultura,
né debbono indurci nella tentazione di non riconoscere i suoi valori positivi.
Fra questi si annoverano: il gusto per le scienze e la rigorosa fedeltà al vero
nella indagine scientifica, la necessità di collaborare con gli altri nei
gruppi tecnici specializzati, il senso della solidarietà internazionale, la
coscienza sempre più viva della responsabilità degli esperti nell'aiutare e
proteggere gli uomini, la volontà di rendere più felici le condizioni di vita
per tutti, specialmente per coloro che soffrono per la privazione della
responsabilità personale o per la povertà culturale. Tutti questi valori
possono essere in qualche modo una preparazione a ricevere l'annunzio del
Vangelo; preparazione che potrà essere portata a compimento dalla divina carità
di colui che è venuto a salvare il mondo.
58.
I molteplici rapporti fra il Vangelo di Cristo e la cultura
Fra
il messaggio della salvezza e la cultura esistono molteplici rapporti. Dio
infatti, rivelandosi al suo popolo fino alla piena manifestazione di sé nel
Figlio incarnato, ha parlato secondo il tipo di cultura proprio delle diverse
epoche storiche.
Parimenti
Ma
nello stesso tempo, inviata a tutti i popoli di qualsiasi tempo e di qualsiasi
luogo, non è legata in modo esclusivo e indissolubile a nessuna razza o
nazione, a nessun particolare modo di vivere, a nessuna consuetudine antica o
recente. Fedele alla propria tradizione e nello stesso tempo cosciente
dell'universalità della sua missione, può entrare in comunione con le diverse
forme di cultura; tale comunione arricchisce tanto
Il
Vangelo di Cristo rinnova continuamente la vita e la cultura dell'uomo decaduto,
combatte e rimuove gli errori e i mali derivanti dalla sempre minacciosa
seduzione del peccato. Continuamente purifica ed eleva la moralità dei popoli.
Con la ricchezza soprannaturale feconda dall'interno, fortifica, completa e
restaura in Cristo le qualità spirituali e le doti di ciascun popolo. In tal
modo
59.
Armonizzazione dei diversi aspetti della cultura
Per i
motivi suddetti
Infatti
la cultura, scaturendo direttamente dalla natura ragionevole e sociale
dell'uomo, ha un incessante bisogno della giusta libertà per svilupparsi e le
si deve riconoscere la legittima possibilità di esercizio autonomo secondo i
propri principi. A ragione dunque essa esige rispetto e gode di una certa
inviolabilità, salvi evidentemente i diritti della persona e della comunità,
sia particolare sia universale, entro i limiti del bene comune.
Il
sacro Concilio, richiamando ciò che insegnò il Concilio Vaticano I, dichiara
che « esistono due ordini di conoscenza » distinti, cioè quello della fede e
quello della ragione, e che
Tutto
questo esige pure che l'uomo, nel rispetto dell'ordine morale e della comune
utilità, possa liberamente cercare la verità, manifestare e diffondere le sue
opinioni, e coltivare qualsiasi arte; esige, infine, che sia informato secondo
verità degli eventi della vita pubblica.
È
compito dei pubblici poteri, non determinare il carattere proprio delle forme
di cultura, ma assicurare le condizioni e i sussidi atti a promuovere la vita
culturale fra tutti, anche fra le minoranze di una nazione. Perciò bisogna
innanzi tutto esigere che la cultura, stornata dal proprio fine, non sia
costretta a servire il potere politico o il potere economico.
Sezione
3: Alcuni doveri più urgenti per i cristiani circa la cultura
60.
Il riconoscimento del diritto di ciascuno alla cultura e sua attuazione
Poiché
si offre ora la possibilità di liberare moltissimi uomini dal flagello
dell'ignoranza, è compito sommamente confacente al nostro tempo, in specie per
i cristiani, lavorare indefessamente perché tanto in campo economico quanto in
campo politico, tanto sul piano nazionale quanto sul piano internazionale,
siano prese le decisioni fondamentali, mediante le quali sia riconosciuto e
attuato dovunque il diritto di tutti a una cultura umana conforme alla dignità
della persona, senza distinzione di razza, di sesso, di nazione, di religione o
di condizione sociale. Perciò è necessario procurare a tutti una quantità sufficiente
di beni culturali, specialmente di quelli che costituiscono la cosiddetta
cultura di base, affinché moltissimi non siano impediti, a causa
dell'analfabetismo e della privazione di un'attività responsabile, di dare una
collaborazione veramente umana al bene comune.
Occorre
perciò fare ogni sforzo affinché quelli che ne sono capaci possano accedere
agli studi superiori; ma in tale maniera che, per quanto è possibile, essi
possano occuparsi nell'umana società di quelle funzioni, compiti e servizi che
corrispondono alle loro attitudini naturali e alle competenze acquisite 11.
Così ognuno e i gruppi sociali di ciascun popolo potranno raggiungere il pieno
sviluppo della loro vita culturale, in conformità con le doti e tradizioni loro
proprie.
Bisogna
inoltre fare di tutto perché ciascuno prenda coscienza tanto del diritto alla
cultura, quanto del dovere di coltivarsi e di aiutare gli altri. Vi sono talora
condizioni di vita e di lavoro che impediscono lo sforzo culturale e perciò
distruggono l'interesse per la cultura. Questo vale in modo speciale per gli
agricoltori e gli operai, ai quali bisogna assicurare condizioni di lavoro tali
che non impediscano, ma promuovano la loro vita culturale. Le donne lavorano
già in quasi tutti i settori della vita; conviene però che esse possano
svolgere pienamente i loro compiti secondo le attitudini loro proprie. Sarà
dovere di tutti far si che la partecipazione propria e necessaria delle donne
nella vita culturale sia riconosciuta e promossa.
Oggi
vi è più difficoltà di un tempo di ridurre a sintesi le varie discipline e arti
del sapere. Mentre infatti aumenta il volume e la diversità degli elementi che
costituiscono la cultura, diminuisce nello stesso tempo la capacità per i
singoli uomini di percepirli e di armonizzarli organicamente, cosicché
l'immagine dell'«uomo universale» diviene sempre più evanescente. Tuttavia ogni
uomo ha il dovere di tener fermo il concetto della persona umana integrale, in
cui eccellono i valori della intelligenza, della volontà, della coscienza e
della fraternità, che sono fondati tutti in Dio Creatore e sono stati
mirabilmente sanati ed elevati in Cristo.
La
famiglia anzitutto è come la madre e la nutrice di questa educazione; in essa i
figli, vivendo in una atmosfera d'amore, apprendono più facilmente la gerarchia
dei valori, mentre collaudate forme culturali vengono quasi naturalmente
trasfuse nell'animo dell'adolescente, man mano che si sviluppa.
Per
la medesima educazione nella società odierna vi sono opportunità derivanti
specialmente dall'accresciuta diffusione del libro e dai nuovi strumenti di
comunicazione culturale e sociale, che possono favorire la cultura universale.
La diminuzione più o meno generalizzata del tempo dedicato al lavoro fa
aumentare di giorno in giorno per molti uomini le possibilità di coltivarsi. Il
tempo libero sia impiegato per distendere lo spirito, per fortificare la salute
dell'anima e del corpo; mediante attività e studi di libera scelta; mediante
viaggi in altri paesi (turismo), con i quali si affina lo spirito dell'uomo, e
gli uomini si arricchiscono con la reciproca conoscenza; anche mediante
esercizi e manifestazioni sportive, che giovano a mantenere l'equilibrio dello
spirito, ed offrono un aiuto per stabilire fraterne relazioni fra gli uomini di
tutte le condizioni, di nazioni o di razze diverse. I cristiani collaborino
dunque affinché le manifestazioni e le attività culturali collettive, proprie
della nostra epoca, siano impregnate di spirito umano e cristiano.
Tuttavia
tutte queste facilitazioni non possono assicurare la piena ed integrale
formazione culturale dell'uomo, se nello stesso tempo trascuriamo di
interrogarci profondamente sul significato della cultura e della scienza per la
persona umana.
62.
Accordo fra cultura umana e insegnamento cristiano
Sebbene
Queste
difficoltà non necessariamente sono di danno alla fede; possono, anzi,
stimolare lo spirito ad acquisirne una più accurata e profonda intelligenza.
Infatti gli studi recenti e le nuove scoperte delle scienze, come pure quelle
della storia e della filosofia, suscitano nuovi problemi che comportano
conseguenze anche per la vita pratica ed esigono nuove indagini anche da parte
dei teologi. Questi sono inoltre invitati, nel rispetto dei metodi e delle
esigenze proprie della scienza teologica, a ricercare modi sempre più adatti di
comunicare la dottrina cristiana agli uomini della loro epoca: altro è,
infatti, il deposito o le verità della fede, altro è il modo con cui vengono
espresse, a condizione tuttavia di salvaguardarne il significato e il senso
profondo. Nella cura pastorale si conoscano sufficientemente e si faccia uso
non soltanto dei principi della teologia, ma anche delle scoperte delle scienze
profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia, cosicché anche i fedeli
siano condotti a una più pura e più matura vita di fede.
A
modo loro, anche la letteratura e le arti sono di grande importanza per la vita
della Chiesa. Esse cercano infatti di esprimere la natura propria dell'uomo, i
suoi problemi e la sua esperienza nello sforzo di conoscere e perfezionare se
stesso e il mondo; cercano di scoprire la sua situazione nella storia e
nell'universo, di illustrare le sue miserie e le sue gioie, i suoi bisogni e le
sue capacità, e di prospettare una sua migliore condizione. Così possono
elevare la vita umana, che esprimono in molteplici forme, secondo i tempi e i
luoghi.
Bisogna
perciò impegnarsi affinché gli artisti si sentano compresi dalla Chiesa nella
loro attività e, godendo di un'ordinata libertà, stabiliscano più facili
rapporti con la comunità cristiana. Siano riconosciute dalla Chiesa le nuove
tendenze artistiche adatte ai nostri tempi secondo l'indole delle diverse
nazioni e regioni. Siano ammesse negli edifici del culto, quando, con modi
d'espressione adatti e conformi alle esigenze liturgiche, innalzano lo spirito
a Dio.
Così
la conoscenza di Dio viene meglio manifestata e la predicazione evangelica si
rende più trasparente all'intelligenza degli uomini e appare come connaturata
con le loro condizioni d'esistenza.
I
fedeli dunque vivano in strettissima unione con gli uomini del loro tempo, e si
sforzino di penetrare perfettamente il loro modo di pensare e di sentire, quali
si esprimono mediante la cultura. Sappiano armonizzare la conoscenza delle
nuove scienze, delle nuove dottrine e delle più recenti scoperte con la morale
e il pensiero cristiano, affinché il senso religioso e la rettitudine morale
procedano in essi di pari passo con la conoscenza scientifica e con il continuo
progresso della tecnica; potranno così giudicare e interpretare tutte le cose
con senso autenticamente cristiano.
Coloro
che si applicano alle scienze teologiche nei seminari e nelle università si
studino di collaborare con gli uomini che eccellono nelle altre scienze,
mettendo in comune le loro forze e opinioni. La ricerca teologica, mentre
persegue la conoscenza profonda della verità rivelata, non trascuri il contatto
con il proprio tempo, per poter aiutare gli uomini competenti nelle varie
branche del sapere ad acquistare una più piena conoscenza della fede. Questa
collaborazione gioverà grandemente alla formazione dei sacri ministri, che
potranno presentare ai nostri contemporanei la dottrina della Chiesa intorno a
Dio, all'uomo e al mondo in maniera più adatta, così da farla anche da essi più
volentieri accettare. È anzi desiderabile che molti laici acquistino una
conveniente formazione nelle scienze sacre e che non pochi tra loro si diano di
proposito a questi studi e li approfondiscano con mezzi scientifici adeguati.
Ma affinché possano esercitare il loro compito, sia riconosciuta ai fedeli,
tanto ecclesiastici che laici, una giusta libertà di ricercare, di pensare e di
manifestare con umiltà e coraggio la propria opinione nel campo in cui sono
competenti.
CAPITOLO III
VITA ECONOMICO-SOCIALE
63.
La vita economica e alcuni aspetti caratteristici contemporanei
Anche
nella vita economico-sociale sono da tenere in massimo rilievo e da promuovere
la dignità della persona umana, la sua vocazione integrale e il bene
dell'intera società. L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la
vita economico-sociale.
L'economia
contemporanea, come ogni altro campo della vita sociale, è caratterizzata da un
dominio crescente dell'uomo sulla natura, dalla moltiplicazione e dalla
intensificazione dei rapporti e dalla interdipendenza tra cittadini, gruppi e
popoli, come pure da un più intenso intervento dei pubblici poteri. Nello
stesso tempo, il progresso nella efficienza produttiva e nella migliore
organizzazione degli scambi e servizi hanno reso l'economia strumento adatto a
meglio soddisfare i bisogni accresciuti della famiglia umana.
Tuttavia
non mancano motivi di preoccupazione. Molti uomini, soprattutto nelle regioni
economicamente sviluppate, appaiono quasi unicamente retti dalle esigenze
dell'economia, cosicché quasi tutta la loro vita personale e sociale viene
permeata da una mentalità economicistica, e ciò si diffonde sia nei paesi ad
economia collettivistica che negli altri. In un tempo in cui lo sviluppo della
vita economica, orientata e coordinata in una maniera razionale e umana,
potrebbe permettere una attenuazione delle disparità sociali, troppo spesso
essa si tramuta in una causa del loro aggravamento o, in alcuni luoghi, perfino
nel regresso delle condizioni sociali dei deboli e nel disprezzo dei poveri.
Mentre folle immense mancano dello stretto necessario, alcuni, anche nei paesi
meno sviluppati, vivono nell'opulenza o dissipano i beni. Il lusso si
accompagna alla miseria. E, mentre pochi uomini dispongono di un assai ampio potere
di decisione, molti mancano quasi totalmente della possibilità di agire di
propria iniziativa o sotto la propria responsabilità, spesso permanendo in
condizioni di vita e di lavoro indegne di una persona umana.
Simili
squilibri economici e sociali si avvertono tra l'agricoltura, l'industria e il
settore dei servizi, come pure tra le diverse regioni di uno stesso paese. Una
contrapposizione, che può mettere in pericolo la pace del mondo intero, si fa
ogni giorno più grave tra le nazioni economicamente più progredite e le altre.
Gli
uomini del nostro tempo reagiscono con coscienza sempre più sensibile di fronte
a tali disparità: essi sono profondamente convinti che le più ampie possibilità
tecniche ed economiche, proprie del mondo contemporaneo, potrebbero e
dovrebbero correggere questo funesto stato di cose. Ma per questo si richiedono
molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale; è necessario anche
da parte di tutti un mutamento di mentalità e di abitudini di vita. In vista di
ciò
Sezione
1: Sviluppo economico
64.
Lo sviluppo economico a servizio dell'uomo
Oggi
più che mai, per far fronte all'aumento della popolazione e per rispondere alle
crescenti aspirazioni del genere umano, giustamente si tende ad incrementare la
produzione di beni nell'agricoltura e nell'industria e la prestazione dei
servizi. Perciò sono da favorire il progresso tecnico, lo spirito di
innovazione, la creazione di nuove imprese e il loro ampliamento, l'adattamento
nei metodi dell'attività produttiva e dello sforzo sostenuto da tutti quelli
che partecipano alla produzione, in una parola tutto ciò che possa contribuire
a questo sviluppo. Ma il fine ultimo e fondamentale di tale sviluppo non
consiste nel solo aumento dei beni prodotti, né nella sola ricerca del profitto
o del predominio economico, bensì nel servizio dell'uomo: dell'uomo
integralmente considerato, tenendo cioè conto della gerarchia dei suoi bisogni
materiali e delle esigenze della sua vita intellettuale, morale, spirituale e
religiosa; di ogni uomo, diciamo, e di ogni gruppo umano, di qualsiasi razza o
continente. Pertanto l'attività economica deve essere condotta secondo le leggi
e i metodi propri dell'economia, ma nell'ambito dell'ordine morale, in modo che
così risponda al disegno di Dio sull'uomo.
65.
Lo sviluppo economico sotto il controllo dell'uomo
Lo
sviluppo economico deve rimanere sotto il controllo dell'uomo. Non deve essere
abbandonato all'arbitrio di pochi uomini o gruppi che abbiano in mano un
eccessivo potere economico, né della sola comunità politica, né di alcune
nazioni più potenti. Conviene, al contrario, che il maggior numero possibile di
uomini, a tutti i livelli e, quando si tratta dei rapporti internazionali,
tutte le nazioni possano partecipare attivamente al suo orientamento. È
necessario egualmente che le iniziative spontanee dei singoli e delle loro
libere associazioni siano coordinate e armonizzate in modo conveniente ed
organico con la molteplice azione delle pubbliche autorità.
Lo
sviluppo economico non può essere abbandonato né al solo gioco quasi meccanico
della attività economica dei singoli, né alla sola decisione della pubblica
autorità. Per questo, bisogna denunciare gli errori tanto delle dottrine che,
in nome di un falso concetto di libertà, si oppongono alle riforme necessarie,
quanto delle dottrine che sacrificano i diritti fondamentali delle singole
persone e dei gruppi all'organizzazione collettiva della produzione.
Si
ricordino, d'altra parte, tutti i cittadini che essi hanno il diritto e il
dovere - e il potere civile lo deve riconoscere loro - di contribuire secondo
le loro capacità al progresso della loro propria comunità. Specialmente nelle
regioni economicamente meno progredite, dove si impone d'urgenza l'impiego di
tutte le risorse ivi esistenti, danneggiano gravemente il bene comune coloro
che tengono inutilizzate le proprie ricchezze o coloro che - salvo il diritto
personale di migrazione - privano la propria comunità dei mezzi materiali e
spirituali di cui essa ha bisogno.
66.
Ingenti disparità economico-sociali da far scomparire
Per
rispondere alle esigenze della giustizia e dell'equità, occorre impegnarsi con
ogni sforzo affinché, nel rispetto dei diritti personali e dell'indole propria
di ciascun popolo, siano rimosse il più rapidamente possibile le ingenti disparità
economiche che portano con sé discriminazioni nei diritti individuali e nelle
condizioni sociali quali oggi si verificano e spesso si aggravano. Similmente,
in molte zone, tenendo presenti le particolari difficoltà del settore agricolo
quanto alla produzione e alla commercializzazione dei beni, gli addetti
all'agricoltura vanno sostenuti per aumentare la produzione e garantirne la
vendita, nonché per la realizzazione delle trasformazioni e innovazioni
necessarie, come pure per raggiungere un livello equo di reddito; altrimenti
rimarranno, come spesso avviene, in condizioni sociali di inferiorità. Da parte
loro gli agricoltori, soprattutto i giovani, si impegnino con amore a
migliorare la loro competenza professionale, senza la quale non si dà sviluppo
dell'agricoltura.
La
giustizia e l'equità richiedono similmente che la mobilità, assolutamente
necessaria in una economia di sviluppo, sia regolata in modo da evitare che la
vita dei singoli e delle loro famiglie si faccia incerta e precaria. Per quanto
riguarda i lavoratori che, provenendo da altre nazioni o regioni, concorrono
con il loro lavoro allo sviluppo economico di un popolo o di una zona, è da
eliminare accuratamente ogni discriminazione nelle condizioni di rimunerazione
o di lavoro. Inoltre tutti e in primo luogo i poteri pubblici, devono trattarli
come persone, e non semplicemente come puri strumenti di produzione; devono
aiutarli perché possano accogliere presso di sé le loro famiglie e procurarsi
un alloggio decoroso, nonché favorire la loro integrazione nella vita sociale
del popolo o della regione che li accoglie. Si creino tuttavia nella misura del
possibile, posti di lavoro nelle regioni stesse d'origine.
Nelle
economie attualmente in fase di ulteriore trasformazione, come nelle nuove
forme della società industriale nelle quali, per esempio, si va largamente
applicando l'automazione, si richiedono misure per assicurare a ciascuno un
impiego sufficiente e adatto, insieme alla possibilità di una formazione
tecnica e professionale adeguata; inoltre bisogna garantire la sussistenza e la
dignità umana di coloro che, soprattutto per motivi di salute e di età, si
trovano in particolari difficoltà.
Sezione
2: Alcuni principi relativi all'insieme della vita economico-sociale
67.
Lavoro, condizione di lavoro e tempo libero
Il
lavoro umano, con cui si producono e si scambiano beni o si prestano servizi
economici, è di valore superiore agli altri elementi della vita economica,
poiché questi hanno solo valore di strumento.
Tale
lavoro, infatti, sia svolto in forma indipendente sia per contratto con un
imprenditore, procede direttamente dalla persona, la quale imprime nella natura
quasi il suo sigillo e la sottomette alla sua volontà. Con il lavoro, l'uomo
provvede abitualmente al sostentamento proprio e dei suoi familiari, comunica
con gli altri, rende un servizio agli uomini suoi fratelli e può praticare una
vera carità e collaborare attivamente al completamento della divina creazione.
Ancor più: sappiamo per fede che l'uomo, offrendo a Dio il proprio lavoro, si
associa all'opera stessa redentiva di Cristo, il quale ha conferito al lavoro
una elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazareth. Di qui
discendono, per ciascun uomo, il dovere di lavorare fedelmente, come pure il
diritto al lavoro. Corrispondentemente è compito della società, in rapporto
alle condizioni in essa esistenti, aiutare da parte sua i cittadini a trovare
sufficiente occupazione. Infine il lavoro va rimunerato in modo tale da
garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una
vita dignitosa su un piano materiale, sociale, culturale e spirituale, tenuto
conto del tipo di attività e grado di rendimento economico di ciascuno, nonché
delle condizioni dell'impresa e del bene comune.
Poiché
l'attività economica è per lo più realizzata in gruppi produttivi in cui si
uniscono molti uomini, è ingiusto ed inumano organizzarla con strutture ed
ordinamenti che siano a danno di chi vi operi. Troppo spesso avviene invece,
anche ai nostri giorni, che i lavoratori siano in un certo senso asserviti alle
proprie opere. Ciò non trova assolutamente giustificazione nelle cosiddette
leggi economiche. Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle
esigenze della persona e alle sue forme di vita, innanzitutto della sua vita
domestica, particolarmente in relazione alle madri di famiglia, sempre tenendo
conto del sesso e dell'età di ciascuno. Ai lavoratori va assicurata inoltre la
possibilità di sviluppare le loro qualità e di esprimere la loro personalità
nell'esercizio stesso del lavoro. Pur applicando a tale attività lavorativa,
con doverosa responsabilità, tempo ed energie, tutti i lavoratori debbono però
godere di sufficiente riposo e tempo libero, che permetta loro di curare la
vita familiare, culturale, sociale e religiosa. Anzi, debbono avere la
possibilità di dedicarsi ad attività libere che sviluppino quelle energie e
capacità, che non hanno forse modo di coltivare nel loro lavoro professionale.
68.
Partecipazione nell'impresa e nell'indirizzo economico generale; conflitti di
lavoro
Nelle
imprese economiche si uniscono delle persone, cioè uomini liberi ed autonomi,
creati ad immagine di Dio. Perciò, prendendo in considerazione le funzioni di
ciascuno - sia proprietari, sia imprenditori, sia dirigenti, sia operai - e
salva la necessaria unità di direzione dell'impresa, va promossa, in forme da
determinarsi in modo adeguato, la attiva partecipazione di tutti alla gestione
dell'impresa. Poiché, tuttavia, in molti casi non è più a livello dell'impresa,
ma a livello superiore in istituzioni di ordine più elevato, che si prendono le
decisioni economiche e sociali da cui dipende l'avvenire dei lavoratori e dei
loro figli, bisogna che essi siano parte attiva anche in tali decisioni,
direttamente o per mezzo di rappresentanti liberamente eletti.
Tra i
diritti fondamentali della persona umana bisogna annoverare il diritto dei
lavoratori di fondare liberamente proprie associazioni, che possano veramente
rappresentarli e contribuire ad organizzare rettamente la vita economica,
nonché il diritto di partecipare liberamente alle attività di tali associazioni
senza incorrere nel rischio di rappresaglie. Grazie a tale partecipazione
organizzata, congiunta con una formazione economica e sociale crescente, andrà
sempre più aumentando in tutti la coscienza della propria funzione e
responsabilità: essi saranno così portati a sentirsi parte attiva, secondo le
capacità e le attitudini di ciascuno, in tutta l'opera dello sviluppo economico
e sociale e della realizzazione del bene comune universale.
In
caso di conflitti economico-sociali, si deve fare ogni sforzo per giungere a
una soluzione pacifica. Benché sempre si debba ricorrere innanzitutto a un
dialogo sincero tra le parti, lo sciopero può tuttavia rimanere anche nelle
circostanze odierne un mezzo necessario, benché estremo, per la difesa dei
propri diritti e la soddisfazione delle giuste aspirazioni dei lavoratori.
Bisogna però cercare quanto prima le vie atte a riprendere il dialogo per le
trattative e la conciliazione.
69.
I beni della terra e loro destinazione a tutti gli uomini
Dio
ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti gli
uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati
equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla
carità, Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle
legittime istituzioni dei popoli secondo circostanze diverse e mutevoli, si
deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. L'uomo,
usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente
possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano
giovare non unicamente a lui ma anche agli altri. Del resto, a tutti gli uomini
spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria
famiglia. Questo ritenevano giusto i Padri e dottori della Chiesa, i quali
insegnavano che gli uomini hanno l'obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto
con il loro superfluo. Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di
procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. Considerando il fatto del
numero assai elevato di coloro che nel mondo intero sono oppressi dalla fame,
il sacro Concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che autorità
pubbliche, affinché - memori della sentenza dei Padri: « Dà da mangiare a colui
che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai
ucciso » realmente mettano a disposizione ed impieghino utilmente i propri
beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e
ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi.
Nelle
società economicamente meno sviluppate, frequentemente la destinazione comune
dei beni è in parte attuata mediante un insieme di consuetudini e di tradizioni
comunitarie, che assicurano a ciascun membro i beni più necessari. Bisogna
certo evitare che alcune consuetudini vengano considerate come assolutamente
immutabili, se esse non rispondono più alle nuove esigenze del tempo presente;
d'altra parte però, non si deve agire imprudentemente contro quelle oneste
consuetudini che non cessano di essere assai utili, purché vengano
opportunamente adattate alle odierne circostanze. Similmente, nelle nazioni
economicamente molto sviluppate, una rete di istituzioni sociali per la
previdenza e la sicurezza sociale può in parte contribuire a tradurre in atto
la destinazione comune dei beni. Inoltre, è importante sviluppare ulteriormente
i servizi familiari e sociali, specialmente quelli che provvedono agli aspetti
culturali ed educativi. Ma nell'organizzare tutte queste istituzioni bisogna
vegliare affinché i cittadini non siano indotti ad assumere di fronte alla
società un atteggiamento di passività o di irresponsabilità nei compiti assunti
o di rifiuto di servizio.
70.
Investimenti e moneta
Gli
investimenti, da parte loro, devono contribuire ad assicurare possibilità di
lavoro e reddito sufficiente tanto alla popolazione attiva di oggi, quanto a
quella futura. Tutti i responsabili di tali investimenti e della organizzazione
della vita economica globale--sia singoli che gruppi o pubbliche autorità
--devono aver presenti questi fini e mostrarsi consapevoli del loro grave
obbligo: da una parte di vigilare affinché si provveda ai beni necessari
richiesti per una vita decorosa sia dei singoli che di tutta la comunità;
d'altra parte di prevedere le situazioni future e di assicurare il giusto
equilibrio tra i bisogni attuali di consumo, sia individuale che collettivo, e
le esigenze di investimenti per la generazione successiva. Si abbiano
ugualmente sempre presenti le urgenti necessità delle nazioni o regioni
economicamente meno sviluppate.
In
campo monetario ci si guardi dal danneggiare il bene della propria nazione e
delle altre. Si provveda inoltre affinché coloro che sono economicamente deboli
non siano ingiustamente danneggiati dai mutamenti di valore della moneta.
71.
Accesso alla proprietà e dominio privato dei beni; problemi dei latifondi
Poiché la proprietà e le altre forme di potere privato sui beni esteriori
contribuiscono alla espressione della persona e danno occasione all'uomo di
esercitare il suo responsabile apporto nella società e nella economia, è di
grande interesse favorire l'accesso degli individui o dei gruppi ad un certo
potere sui beni esterni.
La
proprietà privata o un qualche potere sui beni esterni assicurano a ciascuno
una zona indispensabile di autonomia personale e familiare e bisogna
considerarli come un prolungamento della libertà umana. Infine, stimolando
l'esercizio della responsabilità, essi costituiscono una delle condizioni delle
libertà civili.
Le
forme di tale potere o di tale proprietà sono oggi varie e vanno modificandosi
sempre di più di giorno in giorno. Nonostante i fondi sociali, i diritti e i
servizi garantiti dalla società, le forme di tale potere o di tale proprietà
restano tuttavia una fonte non trascurabile di sicurezza. Tutto ciò non va
riferito soltanto alla proprietà dei beni materiali, ma altresì dei beni
immateriali, come sono ad esempio le capacità professionali.
La
legittimità della proprietà privata non è in contrasto con quella delle varie
forme di proprietà pubblica. Però i1 trasferimento dei beni in pubblica
proprietà non può essere fatto che dalla autorità competente, secondo le
esigenze ed entro i limiti del bene comune e con un equo indennizzo. Spetta
inoltre alla pubblica autorità impedire che si abusi della proprietà privata
agendo contro il bene comune.
Ogni
proprietà privata ha per sua natura anche un carattere sociale, che si fonda
sulla comune destinazione dei beni. Se si trascura questo carattere sociale, la
proprietà può diventare in molti modi occasione di cupidigia e di gravi
disordini, così da offrire facile pretesto a quelli che contestano il diritto
stesso di proprietà.
In
molti paesi economicamente meno sviluppati esistono proprietà agricole estese
od anche immense, scarsamente o anche per nulla coltivate per motivi di
speculazione; mentre la maggioranza della popolazione è sprovvista di terreni
da lavorare o fruisce soltanto di poderi troppo limitati, e d'altra parte,
l'accrescimento della produzione agricola presenta un carattere di evidente
urgenza. Non è raro che coloro che sono assunti come lavoratori dipendenti dai
proprietari di tali vasti possedimenti, ovvero coloro che ne coltivano una
parte a titolo di locazione, ricevono un salario o altre forme di remunerazione
indegne di un uomo, non dispongono di una abitazione decorosa o sono sfruttati
da intermediari. Mancando così ogni sicurezza, vivono in tale stato di
dipendenza personale, che viene loro interdetta quasi ogni possibilità di
iniziativa e di responsabilità e viene loro impedita ogni promozione culturale
ed ogni partecipazione attiva nella vita sociale e politica. Si impongono
pertanto, secondo le varie situazioni, delle riforme intese ad accrescere i
redditi, a migliorare le condizioni di lavoro, ad aumentare la sicurezza
dell'impiego e a favorire l'iniziativa personale; ed anche riforme che diano
modo di distribuire le proprietà non sufficientemente coltivate a beneficio di
coloro che siano capaci di farle fruttificare. In questo caso, devono essere
loro assicurate le risorse e gli strumenti indispensabili, in particolare i
mezzi di educazione e le possibilità di una giusta organizzazione cooperativa.
Ogni volta che il bene comune esige l'espropriazione della proprietà,
l'indennizzo va calcolato secondo equità, tenendo conto di tutte le
circostanze.
I
cristiani che partecipano attivamente allo sviluppo economico-sociale
contemporaneo e alla lotta per la giustizia e la carità siano convinti di poter
contribuire molto alla prosperità del genere umano e alla pace del mondo. In
tali attività, sia che agiscano come singoli, sia come associati, brillino per
il loro esempio. A tal fine è di grande importanza che, acquisite la competenza
e l'esperienza assolutamente indispensabili, mentre svolgono le attività
terrestri conservino una giusta gerarchia di valori, rimanendo fedeli a Cristo
e al suo Vangelo, cosicché tutta la loro vita, individuale e sociale, sia
compenetrata dello spirito delle beatitudini, specialmente dello spirito di
povertà. Chi segue fedelmente Cristo cerca anzitutto il regno di Dio e vi trova
un più valido e puro amore per aiutare i suoi fratelli e per realizzare, con
l'ispirazione della carità, le opere della giustizia.
CAPITOLO IV
73.
La vita pubblica contemporanea
Ai
nostri giorni si notano profonde trasformazioni anche nelle strutture e nelle
istituzioni dei popoli; tali trasformazioni sono conseguenza della evoluzione
culturale, economica e sociale dei popoli. Esse esercitano una grande
influenza, soprattutto nel campo che riguarda i diritti e i doveri di tutti
nell'esercizio della libertà civile e nel conseguimento del bene comune, come
pure in ciò che si riferisce alla regolazione dei rapporti dei cittadini tra di
loro e con i pubblici poteri.
Da
una coscienza più viva della dignità umana sorge, in diverse regioni del mondo,
lo sforzo di instaurare un ordine politico-giuridico nel quale siano meglio
tutelati nella vita pubblica i diritti della persona: ad esempio, il diritto di
liberamente riunirsi, associarsi, esprimere le proprie opinioni e professare la
religione in privato e in pubblico. La tutela, infatti dei diritti della
persona è condizione necessaria perché i cittadini, individualmente o in
gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa
pubblica.
Assieme
al progresso culturale, economico e sociale, si rafforza in molti il desiderio
di assumere maggiori responsabilità nell'organizzare la vita della comunità
politica.
Nella
coscienza di molti aumenta la preoccupazione di salvaguardare i diritti delle
minoranze di una nazione, senza che queste dimentichino il loro dovere verso la
comunità politica. Cresce inoltre il rispetto verso le persone che hanno altre
opinioni o professano religioni diverse. Contemporaneamente si instaura una più
larga collaborazione, tesa a garantire a tutti i cittadini, e non solo a pochi
privilegiati, l'effettivo godimento dei diritti personali.
Vengono
condannate tutte quelle forme di regime politico, vigenti in alcune regioni,
che impediscono la libertà civile o religiosa, moltiplicano le vittime delle
passioni e dei crimini politici e distorcono l'esercizio dell'autorità dal bene
comune per farlo servire all'interesse di una fazione o degli stessi
governanti.
Per
instaurare una vita politica veramente umana non c'è niente di meglio che
coltivare il senso interiore della giustizia, dell'amore e del servizio al bene
comune e rafforzare le convinzioni fondamentali sulla vera natura della
comunità politica e sul fine, sul buon esercizio e sui limiti di competenza
dell'autorità pubblica.
74.
Natura e fine della comunità politica
Gli
uomini, le famiglie e i diversi gruppi che formano la comunità civile sono
consapevoli di non essere in grado, da soli, di costruire una vita capace di
rispondere pienamente alle esigenze della natura umana e avvertono la necessità
di una comunità più ampia, nella quale tutti rechino quotidianamente il
contributo delle proprie capacità, allo scopo di raggiungere sempre meglio il
bene comune.
Per
questo essi costituiscono, secondo vari tipi istituzionali, una comunità
politica.
La
comunità politica esiste dunque in funzione di quel bene comune, nel quale essa
trova significato e piena giustificazione e che costituisce la base originaria
del suo diritto all'esistenza.
Il
bene comune si concreta nell'insieme di quelle condizioni di vita sociale che
consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il
conseguimento più pieno della loro perfezione.
Ma
nella comunità politica si riuniscono insieme uomini numerosi e differenti, che
legittimamente possono indirizzarsi verso decisioni diverse. Affinché la
comunità politica non venga rovinata dal divergere di ciascuno verso la propria
opinione, è necessaria un'autorità capace di dirigere le energie di tutti i
cittadini verso il bene comune, non in forma meccanica o dispotica, ma prima di
tutto come forza morale che si appoggia sulla libertà e sul senso di
responsabilità.
È
dunque evidente che la comunità politica e l'autorità pubblica hanno il loro
fondamento nella natura umana e perciò appartengono all'ordine fissato da Dio,
anche se la determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti
sono lasciate alla libera decisione dei cittadini.
Ne
segue parimenti che l'esercizio dell'autorità politica, sia da parte della
comunità come tale, sia da parte degli organismi che rappresentano lo Stato,
deve sempre svolgersi nell'ambito dell'ordine morale, per il conseguimento del
bene comune (ma concepito in forma dinamica), secondo le norme di un ordine
giuridico già definito o da definire. Allora i cittadini sono obbligati in
coscienza ad obbedire. Da ciò risulta chiaramente la responsabilità, la dignità
e 1 importanza del ruolo di coloro che governano.
Dove
i cittadini sono oppressi da un'autorità pubblica che va al di là delle sue
competenze, essi non rifiutino ciò che è oggettivamente richiesto dal bene
comune; sia però lecito difendere i diritti propri e dei concittadini contro
gli abusi dell'autorità, nel rispetto dei limiti dettati dalla legge naturale e
dal Vangelo.
Le
modalità concrete con le quali la comunità politica organizza le proprie
strutture e l'equilibrio dei pubblici poteri possono variare, secondo l'indole
dei diversi popoli e il cammino della storia; ma sempre devono mirare alla
formazione di un uomo educato, pacifico e benevolo verso tutti, per il
vantaggio di tutta la famiglia umana.
75.
Collaborazione di tutti alla vita pubblica
È
pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture
giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti i cittadini, senza alcuna
discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e
attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità
politica, sia al governo degli affari pubblici, sia alla determinazione del
campo d'azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei
governanti.
Si
ricordino perciò tutti i cittadini del diritto, che è anche dovere, di usare
del proprio libero voto per la promozione del bene comune.
Affinché
la collaborazione di cittadini responsabili possa ottenere felici risultati
nella vita politica quotidiana, si richiede un ordinamento giuridico positivo,
che organizzi una opportuna ripartizione delle funzioni e degli organi del
potere, insieme ad una protezione efficace dei diritti, indipendente da
chiunque.
I
diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi e il loro esercizio devono
essere riconosciuti, rispettati e promossi non meno dei doveri ai quali ogni
cittadino è tenuto. Tra questi ultimi non sarà inutile ricordare il dovere di
apportare allo Stato i servizi, materiali e personali, richiesti dal bene
comune.
Si
guardino i governanti dall'ostacolare i gruppi familiari, sociali o culturali,
i corpi o istituti intermedi, né li privino delle loro legittime ed efficaci
attività, che al contrario devono volentieri e ordinatamente favorire.
Quanto
ai cittadini, individualmente o in gruppo, evitino di attribuire un potere
eccessivo all'autorità pubblica, né chiedano inopportunamente ad essa troppi
servizi e troppi vantaggi, col rischio di diminuire così la responsabilità
delle persone, delle famiglie e dei gruppi sociali.
Ai
tempi nostri, la complessità dei problemi obbliga i pubblici poteri ad
intervenire più frequentemente in materia sociale, economica e culturale, per
determinare le condizioni più favorevoli che permettano ai cittadini e ai
gruppi di perseguire più efficacemente, nella libertà, il bene completo dell'uomo.
Il rapporto tra la socializzazione l'autonomia e lo sviluppo della persona può
essere concepito in modo differente nelle diverse regioni del mondo e in base
alla evoluzione dei popoli. Ma dove l'esercizio dei diritti viene
temporaneamente limitato in vista del bene comune, si ripristini al più presto
possibile la libertà quando le circostanze sono cambiate. È in ogni caso
inumano che l'autorità politica assuma forme totalitarie, oppure forme
dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali.
I
cittadini coltivino con magnanimità e lealtà l'amore verso la patria, ma senza
grettezza di spirito, cioè in modo tale da prendere anche contemporaneamente in
considerazione il bene di tutta la famiglia umana, di tutte le razze, popoli e
nazioni, che sono unite da innumerevoli legami.
Tutti
i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella
comunità politica; essi devono essere d'esempio, sviluppando in se stessi il
senso della responsabilità e la dedizione al bene comune, così da mostrare con
i fatti come possano armonizzarsi l'autorità e la libertà, l'iniziativa
personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la
proficua diversità. In ciò che concerne l'organizzazione delle cose terrene, devono
ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali e
rispettare i cittadini che, anche in gruppo, difendono in maniera onesta il
loro punto di vista.
I
partiti devono promuovere ciò che, a loro parere, è richiesto dal bene comune; mai
però è lecito anteporre il proprio interesse a tale bene.
Bisogna
curare assiduamente la educazione civica e politica, oggi particolarmente
necessaria, sia per l'insieme del popolo, sia soprattutto per i giovani,
affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita della
comunità politica. Coloro che sono o possono diventare idonei per l'esercizio
dell'arte politica, così difficile, ma insieme così nobile. Vi si preparino e
si preoccupino di esercitarla senza badare al proprio interesse e a vantaggi
materiali. Agiscono con integrità e saggezza contro l'ingiustizia e
l'oppressione, l'assolutismo e l'intolleranza d'un solo uomo e d'un solo
partito politico; si prodighino con sincerità ed equità al servizio di tutti,
anzi con l'amore e la fortezza richiesti dalla vita politica.
76.
La comunità politica e
È di
grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una
giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e
La
comunità politica e
Quanto
alla Chiesa, fondata nell'amore del Pcedentore, essa contribuisce ad estendere
il raggio d'azione della giustizia e dell'amore all'interno di ciascuna nazione
e tra le nazioni. Predicando la verità evangelica e illuminando tutti i settori
dell'attività umana con la sua dottrina e con la testimonianza resa dai
cristiani, rispetta e promuove anche la libertà politica e la responsabilità
dei cittadini.
Gli
apostoli e i loro successori con i propri collaboratori, essendo inviati ad
annunziare agli uomini il Cristo Salvatore del mondo, nell'esercizio del loro
apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la
forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che
si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi
propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della
città terrestre.
Certo,
le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo,
sono strettamente unite, e
Ma
sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo diritto predicare la fede e
insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria
missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che
riguardano l'ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali
della persona e dalla salvezza delle anime. E farà questo utilizzando tutti e
soli quei mezzi che sono conformi al Vangelo e in armonia col bene di tutti,
secondo la diversità dei tempi e delle situazioni.
Nella
fedeltà del Vangelo e nello svolgimento della sua missione nel mondo,
CAPITOLO V
77.
Introduzione
In
questi nostri anni, nei quali permangono ancora gravissime tra gli uomini le
afflizioni e le angustie derivanti da guerre ora imperversanti, ora incombenti,
l'intera società umana è giunta ad un momento sommamente decisivo nel processo
della sua maturazione. Mentre a poco a poco l'umanità va unificandosi e in ogni
luogo diventa ormai più consapevole della propria unità, non potrà tuttavia
portare a compimento l'opera che l'attende, di costruire cioè un mondo più
umano per tutti gli uomini e su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno
tutti con animo rinnovato alla vera pace. Per questo motivo il messaggio
evangelico, in armonia con le aspirazioni e gli ideali più elevati del genere
umano, risplende in questi nostri tempi di rinnovato fulgore quando proclama
beati i promotori della pace, «perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
Illustrando
pertanto la vera e nobilissima concezione della pace, il Concilio, condannata
l'inumanità della guerra, intende rivolgere un ardente appello ai cristiani,
affinché con l'aiuto di Cristo, autore della pace, collaborino con tutti per
stabilire tra gli uomini una pace fondata sulla giustizia e sull'amore e per
apprestare i mezzi necessari per il suo raggiungimento.
78.
La natura della pace
La
pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a
rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una
dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita a opera della
giustizia » (Is 32,7). È il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal
suo divino Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano
ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta. Infatti il bene comune del
genere umano è regolato, sì, nella sua sostanza, dalla legge eterna, ma nelle
sue esigenze concrete è soggetto a continue variazioni lungo il corso del
tempo; per questo la pace non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte,
ma è un edificio da costruirsi continuamente. Poiché inoltre la volontà umana è
labile e ferita per di più dal peccato, l'acquisto della pace esige da ognuno
il costante dominio delle passioni e la vigilanza della legittima autorità.
Tuttavia
questo non basta. Tale pace non si può ottenere sulla terra se non è tutelato
il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi con fiducia e
liberamente le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. La ferma volontà di
rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l'assidua
pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione
della pace. In tal modo la pace è frutto anche dell'amore, il quale va oltre
quanto può apportare la semplice giustizia.
La
pace terrena, che nasce dall'amore del prossimo, è essa stessa immagine ed
effetto della pace di Cristo che promana dal Padre. Il Figlio incarnato
infatti, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti
gli uomini con Dio; ristabilendo l'unità di tutti in un solo popolo e in un
solo corpo, ha ucciso nella sua carne l'odio e, nella gloria della sua risurrezione,
ha diffuso lo Spirito di amore nel cuore degli uomini.
Pertanto
tutti i cristiani sono chiamati con insistenza a praticare la verità nell'amore
(Ef 4,15) e ad unirsi a tutti gli uomini sinceramente amanti della pace per
implorarla dal cielo e per attuarla.
Mossi
dal medesimo spirito, noi non possiamo non lodare coloro che, rinunciando alla
violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di
difesa che sono, del resto, alla portata anche dei più deboli, purché ciò si
possa fare senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri o della
comunità.
Gli
uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della
guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti nell'amore, a
vincere i1 peccato essi vincono anche la violenza, fino alla realizzazione di
quella parola divina « Con le loro spade costruiranno aratri e falci con le
loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si
eserciteranno più per la guerra» (Is 2,4).
Sezione
1: Necessità di evitare la guerra
79.
Il dovere di mitigare l'inumanità della guerra
Sebbene
le recenti guerre abbiano portato al nostro mondo gravissimi danni sia
materiali che morali, ancora ogni giorno in qualche punto della terra la guerra
continua a produrre le sue devastazioni. Anzi dal momento che in essa si fa uso
di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i
combattenti ad una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati.
La complessità inoltre delle odierne situazioni e la intricata rete delle
relazioni internazionali fanno sì che vengano portate in lungo, con nuovi
metodi insidiosi e sovversivi, guerre più o meno larvate. In molti casi il
ricorso ai sistemi del terrorismo è considerato anch'esso una nuova forma di
guerra.
Davanti
a questo stato di degradazione dell'umanità, il Concilio intende innanzi tutto
richiamare alla mente il valore immutabile del diritto naturale delle genti e
dei suoi principi universali. La stessa coscienza del genere umano proclama
quei principi con sempre maggiore fermezza e vigore. Le azioni pertanto che
deliberatamente si oppongono a quei principi e gli ordini che comandano tali
azioni sono crimini, né l'ubbidienza cieca può scusare coloro che li eseguono.
Tra queste azioni vanno innanzi tutto annoverati i metodi sistematici di
sterminio di un intero popolo, di una nazione o di una minoranza etnica;
orrendo delitto che va condannato con estremo rigore. Deve invece essere
sostenuto il coraggio di coloro che non temono di opporsi apertamente a quelli
che ordinano tali misfatti.
Esistono,
in materia di guerra, varie convenzioni internazionali, che un gran numero di
nazioni ha sottoscritto per rendere meno inumane le azioni militari e le loro
conseguenze. Tali sono le convenzioni relative alla sorte dei militari feriti o
prigionieri e molti impegni del genere. Tutte queste convenzioni dovranno
essere osservate; anzi le pubbliche autorità e gli esperti in materia dovranno
fare ogni sforzo, per quanto è loro possibile, affinché siano perfezionate, in
modo da renderle capaci di porre un freno più adatto ed efficace alle atrocità
della guerra. Sembra inoltre conforme ad equità che le leggi provvedano
umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l'uso delle
armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità
umana.
La
guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà
il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente,
munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un
pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una
legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità
della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli
che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose
di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i
giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su
altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare
o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata,
diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto.
Coloro
poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file
dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della
libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono
anch'essi veramente alla stabilità della pace.
80.
La guerra totale
Il
progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l'orrore e
l'atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi
mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano
pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa. Anzi, se mezzi di tal
genere, quali ormai si trovano negli arsenali delle grandi potenze, venissero
pienamente utilizzati, si avrebbe la reciproca e pressoché totale distruzione
delle parti contendenti, senza considerare le molte devastazioni che ne
deriverebbero nel resto del mondo e gli effetti letali che sono la conseguenza
dell'uso di queste armi.
Tutte
queste cose ci obbligano a considerare l'argomento della guerra con mentalità
completamente nuova. Sappiano gli uomini di questa età che dovranno rendere
severo conto dei loro atti di guerra, perché il corso dei tempi futuri
dipenderà in gran parte dalle loro decisioni di oggi.
Avendo
ben considerato tutte queste cose, questo sacro Concilio, facendo proprie le
condanne della guerra totale già pronunciate dai recenti sommi Pontefici
dichiara:
Ogni
atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o
di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa
umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione.
Il
rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre
quasi l'occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di
compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può
sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque
non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora
riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi
comandanti militari a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti
alla umanità intera, l'enorme peso della loro responsabilità.
81.
La corsa agli armamenti
Le
armi scientifiche, è vero, non vengono accumulate con l'unica intenzione di
poterle usare in tempo di guerra. Poiché infatti si ritiene che la solidità
della difesa di ciascuna parte dipenda dalla possibilità fulminea di
rappresaglie, questo ammassamento di armi, che va aumentando di anno in anno,
serve, in maniera certo paradossale, a dissuadere eventuali avversari dal
compiere atti di guerra. E questo è ritenuto da molti il mezzo più efficace per
assicurare oggi una certa pace tra le nazioni.
Qualunque
cosa si debba pensare di questo metodo dissuasivo, si convincano gli uomini che
la corsa agli armamenti, alla quale si rivolgono molte nazioni, non è una via
sicura per conservare saldamente la pace, né il cosiddetto equilibrio che ne
risulta può essere considerato pace vera e stabile. Le cause di guerra, anziché
venire eliminate da tale corsa, minacciano piuttosto di aggravarsi
gradatamente. E mentre si spendono enormi ricchezze per la preparazione di armi
sempre nuove, diventa poi impossibile arrecare sufficiente rimedio alle miserie
così grandi del mondo presente. Anziché guarire veramente, nel profondo, i
dissensi tra i popoli, si finisce per contagiare anche altre parti del mondo.
Nuove strade converrà cercare partendo dalla riforma degli spiriti, perché
possa essere rimosso questo scandalo e al mondo, liberato dall'ansietà che
l'opprime, possa essere restituita una pace vera.
È
necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una
delle piaghe più gravi dell'umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri;
e c'è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte
le stragi, delle quali va già preparando i mezzi.
Ammoniti
dalle calamità che il genere umano ha rese possibili, cerchiamo di approfittare
della tregua di cui ora godiamo e che è stata a noi concessa dall'alto, per prendere
maggiormente coscienza della nostra responsabilità e trovare delle vie per
comporre in maniera più degna dell'uomo le nostre controversie.
Se
poi rifiuteremo di compiere tale sforzo non sappiamo dove ci condurrà la strada
perversa per la quale ci siamo incamminati.
82.
La condanna assoluta della guerra e l'azione internazionale per evitarla
È
chiaro pertanto che dobbiamo con ogni impegno sforzarci per preparare quel
tempo nel quale, mediante l'accordo delle nazioni, si potrà interdire del tutto
qualsiasi ricorso alla guerra. Questo naturalmente esige che venga istituita
un'autorità pubblica universale, da tutti riconosciuta, la quale sia dotata di
efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della
giustizia e rispetto dei diritti. Ma prima che questa auspicabile autorità
possa essere costituita, è necessario che le attuali supreme istanze
internazionali si dedichino con tutto l'impegno alla ricerca dei mezzi più
idonei a procurare la sicurezza comune. La pace deve sgorgare spontanea dalla
mutua fiducia delle nazioni, piuttosto che essere imposta ai popoli dal terrore
delle armi. Pertanto tutti debbono impegnarsi con alacrità per far cessare
finalmente la corsa agli armamenti. Perché la riduzione degli armamenti
incominci realmente, non deve certo essere fatta in modo unilaterale, ma con
uguale ritmo da una parte e dall'altra, in base ad accordi comuni e con
l'adozione di efficaci garanzie.
Non
sono frattanto da sottovalutare gli sforzi già fatti e che si vanno tuttora
facendo per allontanare il pericolo della guerra. Va piuttosto incoraggiata la
buona volontà di tanti che pur gravati dalle ingenti preoccupazioni del loro
altissimo ufficio, mossi dalla gravissima responsabilità da cui si sentono
vincolati, si danno da fare in ogni modo per eliminare la guerra, di cui hanno
orrore pur non potendo prescindere dalla complessa realtà delle situazioni.
Bisogna rivolgere incessanti preghiere a Dio affinché dia loro la forza di
intraprendere con perseveranza e condurre a termine con coraggio quest'opera
del più grande amore per gli uomini, per mezzo della quale si costruisce
virilmente l'edificio della pace. Tale opera esige oggi certamente che essi
dilatino la loro mente e il loro cuore al di là dei confini della propria
nazione, deponendo ogni egoismo nazionale ed ogni ambizione di supremazia su
altre nazioni, e nutrendo invece un profondo rispetto verso tutta l'umanità,
avviata ormai così faticosamente verso una maggiore unità.
Per
ciò che riguarda i problemi della pace e del disarmo, bisogna tener conto degli
studi approfonditi, già coraggiosamente e instancabilmente condotti e dei
consessi internazionali che trattarono questi argomenti e considerarli come i
primi passi verso la soluzione di problemi così gravi; con maggiore insistenza
ed energia dovranno quindi essere promossi in avvenire, al fine di ottenere
risultati concreti. Stiano tuttavia bene attenti gli uomini a non affidarsi
esclusivamente agli sforzi di alcuni, senza preoccuparsi minimamente dei loro
propri sentimenti. I capi di Stato, infatti, i quali sono mallevadori del bene
comune delle proprie nazioni e fautori insieme del bene della umanità intera,
dipendono in massima parte dalle opinioni e dai sentimenti delle moltitudini. È
inutile infatti che essi si adoperino con tenacia a costruire la pace, finché
sentimenti di ostilità, di disprezzo e di diffidenza, odi razziali e ostinate
ideologie dividono gli uomini, ponendoli gli uni contro gli altri. Di qui la
estrema, urgente necessità di una rinnovata educazione degli animi e di un
nuovo orientamento nell'opinione pubblica. Coloro che si dedicano a un'opera di
educazione, specie della gioventù, e coloro che contribuiscono alla formazione
della pubblica opinione, considerino loro dovere gravissimo inculcare negli
animi di tutti sentimenti nuovi, ispiratori di pace. E ciascuno di noi deve
adoperarsi per mutare il suo cuore, aprendo gli occhi sul mondo intero e su
tutte quelle cose che gli uomini possono compiere insieme per condurre
l'umanità verso un migliore destino.
Né ci
inganni una falsa speranza. Se non verranno in futuro conclusi stabili e onesti
trattati di pace universale, rinunciando ad ogni odio e inimicizia, L'umanità
che, pur avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, si trova già
in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quell'ora, in cui non
potrà sperimentare altra pace che la pace terribile della morte.
Sezione
2: La costruzione della comunità internazionale
83.
Le cause di discordia e i loro rimedi
L'edificazione
della pace esige prima di tutto che, a cominciare dalle ingiustizie, si
eliminino le cause di discordia che fomentano le guerre. Molte occasioni
provengono dalle eccessive disparità economiche e dal ritardo con cui vi si
porta il necessario rimedio. Altre nascono dallo spirito di dominio, dal
disprezzo delle persone e, per accennare ai motivi più reconditi, dall'invidia,
dalla diffidenza, dall'orgoglio e da altre passioni egoistiche. Poiché gli
uomini non possono tollerare tanti disordini avviene che il mondo, anche quando
non conosce le atrocità della guerra, resta tuttavia continuamente in balia di
lotte e di violenze. I medesimi mali si riscontrano inoltre nei rapporti tra le
nazioni. Quindi per vincere e per prevenire questi mali, per reprimere lo scatenamento
della violenza, è assolutamente necessario che le istituzioni internazionali
sviluppino e consolidino la loro cooperazione e la loro coordinazione e che,
senza stancarsi, si stimoli la creazione di organismi idonei a promuovere la
pace.
84.
La comunità delle nazioni e le istituzioni internazionali
Dati
i crescenti e stretti legami di mutua dipendenza esistenti oggi tra tutti gli
abitanti e i popoli della terra, la ricerca adeguata e il raggiungimento
efficace del bene comune richiedono che la comunità delle nazioni si dia un
ordine che risponda ai suoi compiti attuali, tenendo particolarmente conto di
quelle numerose regioni che ancor oggi si trovano in uno stato di intollerabile
miseria.
Per
conseguire questi fini, le istituzioni internazionali devono, ciascuna per la
loro parte, provvedere ai diversi bisogni degli uomini, tanto nel campo della
vita sociale (cui appartengono l'alimentazione, la salute, la educazione, il
lavoro), quanto in alcune circostanze particolari che sorgono qua e là: per
esempio, la necessità di aiutare la crescita generale delle nazioni in via di
sviluppo, o ancora il sollievo alle necessità dei profughi in ogni parte del
mondo, o degli emigrati e delle loro famiglie.
Le
istituzioni internazionali, tanto universali che regionali già esistenti, si
sono rese certamente benemerite del genere umano. Esse rappresentano i primi
sforzi per gettare le fondamenta internazionali di tutta la comunità umana al
fine di risolvere le più gravi questioni del nostro tempo: promuovere il progresso
in ogni luogo della terra e prevenire la guerra sotto qualsiasi forma. In tutti
questi campi,
85.
La cooperazione internazionale sul piano economico
La
solidarietà attuale del genere umano impone anche che si stabilisca una
maggiore cooperazione internazionale in campo economico. Se infatti quasi tutti
i popoli hanno acquisito l'indipendenza politica, si è tuttavia ancora lontani
dal potere affermare che essi siano liberati da eccessive ineguaglianze e da
ogni forma di dipendenza abusiva, e che sfuggano al pericolo di gravi
difficoltà interne.
Lo
sviluppo d'un paese dipende dalle sue risorse in uomini e in denaro. Bisogna
preparare i cittadini di ogni nazione, attraverso l'educazione e la formazione
professionale, ad assumere i diversi incarichi della vita economica e sociale.
A tal fine si richiede l'opera di esperti stranieri, i quali nel prestare la
loro azione, si comportino non come padroni, ma come assistenti e cooperatori.
Senza profonde modifiche nei metodi attuali del commercio mondiale, le nazioni
in via di sviluppo non potranno ricevere i sussidi materiali di cui hanno
bisogno. Inoltre, altre risorse devono essere loro date dalle nazioni
progredite, sotto forma di dono, di prestiti e d'investimenti finanziari: ciò
si faccia con generosità e senza cupidigia, da una parte, e si ricevano,
dall'altra, con tutta onestà.
Per
instaurare un vero ordine economico mondiale, bisognerà rinunciare ai benefici
esagerati, alle ambizioni nazionali, alla bramosia di dominazione politica, ai
calcoli di natura militaristica e alle manovre tendenti a propagare e imporre
ideologie. Vari sono i sistemi economici e sociali proposti; è desiderabile che
gli esperti possano trovare in essi un fondamento comune per un sano commercio
mondiale. Ciò sarà più facile se ciascuno, rinunciando ai propri pregiudizi, si
dispone di buon grado a condurre un sincero dialogo.
86.
Alcune norme opportune
In
vista di questa cooperazione, sembra utile proporre le norme seguenti:
a) Le
nazioni in via di sviluppo tendano soprattutto ad assegnare, espressamente e
senza equivoci, come fine del progresso la piena espansione umana dei
cittadini. Si ricordino che questo progresso trova innanzi tutto la sua origine
e il suo dinamismo nel lavoro e nella ingegnosità delle popolazioni stesse,
visto che esso deve sl far leva sugli aiuti esterni, ma, prima di tutto, sulla
valorizzazione delle proprie risorse nonché sulla propria cultura e tradizione.
In questa materia, quelli che esercitano sugli altri maggiore influenza devono
dare l'esempio.
b) È
dovere gravissimo delle nazioni evolute di aiutare i popoli in via di sviluppo
ad adempiere i compiti sopraddetti. Perciò esse procedano a quelle revisioni
interne, spirituali e materiali, richieste da questa cooperazione universale.
Così bisogna che negli scambi con le nazioni più deboli e meno fortunate
abbiano riguardo al bene di quelle che hanno bisogno per la loro stessa
sussistenza dei proventi ricavati dalla vendita dei propri prodotti.
c)
Spetta alla comunità internazionale coordinare e stimolare lo sviluppo, curando
tuttavia di distribuire con la massima efficacia ed equità le risorse a ciò
destinate. Salvo il principio di sussidiarietà, ad essa spetta anche di
ordinare i rapporti economici mondiali secondo le norme della giustizia.
Si
fondino istituti capaci di promuovere e di regolare il commercio
internazionale, specialmente con le nazioni meno sviluppate, e destinati pure a
compensare gli inconvenienti che derivano dall'eccessiva disuguaglianza di
potere fra le nazioni. Accanto all'aiuto tecnico, culturale e finanziario, un
simile ordinamento dovrebbe mettere a disposizione delle nazioni in via di
sviluppo le risorse necessarie ad ottenere una crescita soddisfacente della
loro economia.
d) In
molti casi è urgente procedere a una revisione delle strutture economiche e
sociali. Ma bisogna guardarsi dalle soluzioni tecniche premature, specialmente
da quelle che, mentre offrono all'uomo certi vantaggi materiali, si oppongono
al suo carattere spirituale e alla sua crescita. Poiché « non di solo pane vive
l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio » (Mt 4,4). Ogni parte
della famiglia umana reca in sé e nelle sue migliori tradizioni qualcosa di
quel tesoro spirituale che Dio ha affidato all'umanità, anche se molti ignorano
da quale fonte provenga.
87.
La cooperazione internazionale e l'accrescimento demografico
La
cooperazione internazionale è indispensabile soprattutto quando si tratta dei
popoli che, fra le molte altre difficoltà, subiscono oggi in modo tutto
speciale quelle derivanti da un rapido incremento demografico. È urgente e
necessario ricercare come, con la cooperazione intera ed assidua di tutti,
specie delle nazioni più favorite, si possa procurare e mettere a disposizione
dell'intera comunità umana quei beni che sono necessari alla sussistenza e alla
conveniente istruzione di ciascuno. Alcuni popoli potrebbero migliorare
seriamente le loro condizioni di vita se, debitamente istruiti, passassero dai
vecchi metodi di agricoltura ai nuovi procedimenti tecnici di produzione,
applicandoli con la prudenza necessaria alla situazione propria e se instaurassero
inoltre un migliore ordine sociale e attuassero una più giusta distribuzione
della proprietà terriera.
Nei
limiti della loro competenza, i governi hanno diritti e doveri per ciò che
concerne il problema demografico della nazione; come, ad esempio, per quanto
riguarda la legislazione sociale e familiare, le migrazioni dalla campagna alle
città, o quando si tratta dell'informazione relativa alla situazione e ai
bisogni del paese. Oggi gli animi sono molto agitati da questi problemi. Si
deve quindi sperare che cattolici competenti in tutte queste materie, in
particolare nelle università, proseguano assiduamente gli studi già iniziati e
li sviluppino maggiormente.
Poiché
molti affermano che l'accrescimento demografico nel mondo, o almeno in alcune
nazioni, debba essere frenato in maniera radicale con ogni mezzo e con non
importa quale intervento dell'autorità pubblica, il Concilio esorta tutti ad
astenersi da soluzioni contrarie alla legge morale, siano esse promosse o
imposte pubblicamente o in privato. Infatti, in virtù del diritto inalienabile
dell'uomo al matrimonio e alla generazione della prole, la decisione circa il
numero dei figli da mettere al mondo dipende dal retto giudizio dei genitori e
non può in nessun modo essere lasciata alla discrezione dell'autorità pubblica.
Ma siccome questo giudizio dei genitori suppone una coscienza ben formata, è di
grande importanza dare a tutti il modo di accedere a un livello di
responsabilità conforme alla morale e veramente umano, nel rispetto della legge
divina e tenendo conto delle circostanze. Tutto ciò esige un po' dappertutto un
miglioramento dei mezzi pedagogici e delle condizioni sociali, soprattutto una
formazione religiosa o almeno una solida formazione morale. Le popolazioni poi
siano opportunamente informate sui progressi della scienza nella ricerca di
quei metodi che potranno aiutare i coniugi in materia di regolamentazione delle
nascite, una volta che sia ben accertato il valore di questi metodi e stabilito
il loro accordo con la morale.
88.
Il compito dei cristiani nell'aiuto agli altri paesi
I
cristiani cooperino volentieri e con tutto il cuore all'edificazione
dell'ordine internazionale, nel rispetto delle legittime libertà e in
amichevole fraternità con tutti. Tanto più che la miseria della maggior parte
del mondo è così grande che il Cristo stesso, nella persona dei poveri reclama
come a voce alta la carità dei suoi discepoli. Si eviti questo scandalo: mentre
alcune nazioni, i cui abitanti per la maggior parte si dicono cristiani, godono
d'una grande abbondanza di beni, altre nazioni sono prive del necessario e sono
afflitte dalla fame, dalla malattia e da ogni sorta di miserie. Lo spirito di
povertà e d'amore è infatti la gloria e il segno della Chiesa di Cristo.
Sono,
pertanto, da lodare e da incoraggiare quei cristiani, specialmente i giovani,
che spontaneamente si offrono a soccorrere gli altri uomini e le altre nazioni.
Anzi spetta a tutto il popolo di Dio, dietro la parola e l'esempio dei suoi
vescovi, sollevare, nella misura delle proprie forze, la miseria di questi
tempi; e ciò, secondo l'antico uso della Chiesa, attingendo non solo dal
superfluo, ma anche dal necessario.
Le
collette e la distribuzione dei soccorsi materiali, senza essere organizzate in
una maniera troppo rigida e uniforme, devono farsi secondo un piano diocesano,
nazionale e mondiale; ovunque la cosa sembri opportuna, si farà in azione
congiunta tra cattolici e altri fratelli cristiani. Infatti lo spirito di
carità non si oppone per nulla all'esercizio provvido e ordinato dell'azione
sociale e caritativa; anzi l'esige. È perciò necessario che quelli che vogliono
impegnarsi al servizio delle nazioni in via di sviluppo ricevano una formazione
adeguata in istituti specializzati.
89.
Efficace presenza della Chiesa nella comunità internazionale
Per
raggiungere questo fine in modo più efficace, i fedeli stessi, coscienti della
loro responsabilità umana e cristiana, dovranno sforzarsi di risvegliare la
volontà di pronta collaborazione con la comunità internazionale, a cominciare
dal proprio ambiente di vita. Si abbia una cura particolare di formare in ciò i
giovani, sia nell'educazione religiosa che in quella civile.
90.
La partecipazione dei cristiani alle istituzioni internazionali
Indubbiamente
una forma eccellente d'impegno per i cristiani in campo internazionale è
l'opera che si presta, individualmente o associati, all'interno degli istituti
già esistenti o da costituirsi, con il fine di promuovere la collaborazione tra
le nazioni. Inoltre, le varie associazioni cattoliche internazionali possono
servire in tanti modi all'edificazione della comunità dei popoli nella pace e
nella fratellanza. Perciò bisognerà rafforzarle, aumentando il numero di
cooperatori ben formati, con i necessari sussidi e mediante un adeguato
coordinamento delle forze. Ai nostri giorni, infatti, efficacia d'azione e
necessità di dialogo esigono iniziative collettive. Per di più simili
associazioni giovano non poco a istillare quel senso universale, che tanto
conviene ai cattolici, e a formare la coscienza di una responsabilità e di una
solidarietà veramente universali.
Infine
è auspicabile che i cattolici si studino di cooperare, in maniera fattiva ed
efficace, sia con i fratelli separati, i quali pure fanno professione di carità
evangelica, sia con tutti gli uomini desiderosi della pace vera. Adempiranno
così debitamente al loro dovere in seno alla comunità internazionale. Il Concilio,
poi, dinanzi alle immense sventure che ancora affliggono la maggior parte del
genere umano, ritiene assai opportuna la creazione d'un organismo della Chiesa
universale, al fine di fomentare dovunque la giustizia e l'amore di Cristo
verso i poveri. Tale organismo avrà per scopo di stimolare la comunità
cattolica a promuovere lo sviluppo delle regioni bisognose e la giustizia
sociale tra le nazioni.
CONCLUSIONE
91.
Compiti dei singoli fedeli e delle Chiese particolari
Quanto
viene proposto da questo santo Sinodo fa parte del tesoro dottrinale della
Chiesa e intende aiutare tutti gli uomini del nostro tempo--sia quelli che
credono in Dio, sia quelli che esplicitamente non lo riconoscono -- affinché,
percependo più chiaramente la pienezza della loro vocazione, rendano il mondo
più conforme all'eminente dignità dell'uomo, aspirino a una fratellanza
universale poggiata su fondamenti più profondi, e possano rispondere, sotto
l'impulso dell'amore, con uno sforzo generoso e congiunto agli appelli più
pressanti della nostra epoca.
Certo
dinanzi alla immensa varietà delle situazioni e delle forme di civiltà, questa
presentazione non ha volutamente, in numerosi punti, che un carattere del tutto
generale; anzi, quantunque venga presentata una dottrina già comune nella
Chiesa, siccome non raramente si tratta di realtà soggette a continua
evoluzione, l'insegnamento presentato qui dovrà essere continuato ed ampliato.
Tuttavia
confidiamo che le molte cose che abbiamo esposto, basandoci sulla parola di Dio
e sullo spirito del Vangelo, possano portare un valido aiuto a tutti,
soprattutto dopo che i cristiani, sotto la guida dei pastori, ne avranno
portato a compimento l'adattamento ai singoli popoli e alle varie mentalità.
92.
Il dialogo fra tutti gli uomini
Ciò
esige che innanzitutto nella stessa Chiesa promuoviamo la mutua stima, il
rispetto e la concordia, riconoscendo ogni legittima diversità, per stabilire
un dialogo sempre più fecondo fra tutti coloro che formano l'unico popolo di
Dio, che si tratti dei pastori o degli altri fedeli cristiani. Sono più forti
infatti le cose che uniscono i fedeli che quelle che li dividono; ci sia unità
nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie e in tutto carità.
Il
nostro pensiero si rivolge contemporaneamente ai fratelli e alle loro comunità,
che non vivono ancora in piena comunione con noi, ma ai quali siamo uniti nella
confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e dal vincolo della
carità, memori che l'unità dei cristiani è oggi attesa e desiderata anche da
molti che non credono in Cristo.
Quanto
più, in effetti, questa unità crescerà nella verità e nell'amore, sotto la
potente azione dello Spirito Santo, tanto più essa diverrà per il mondo intero
un presagio di unità e di pace. Perciò, unendo le nostre energie ed utilizzando
forme e metodi sempre più adeguati al conseguimento efficace di così alto fine,
nel momento presente, cerchiamo di cooperare fraternamente, in una conformità
al Vangelo ogni giorno maggiore, al servizio della famiglia umana che è chiamata
a diventare in Cristo Gesù la famiglia dei figli di Dio.
Rivolgiamo
anche il nostro pensiero a tutti coloro che credono in Dio e che conservano
nelle loro tradizioni preziosi elementi religiosi ed umani, augurandoci che un
dialogo fiducioso possa condurre tutti noi ad accettare con fedeltà gli impulsi
dello Spirito e a portarli a compimento con alacrità.
Per
quanto ci riguarda, il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal
solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza, non esclude
nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne
riconoscano ancora l'autore, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la
perseguitano in diverse maniere.
Essendo
Dio Padre principio e fine di tutti, siamo tutti chiamati ad essere fratelli. E
perciò, chiamati a una sola e identica vocazione umana e divina, senza violenza
e senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla costruzione del
mondo nella vera pace.
93.
Un mondo da costruire e da condurre al suo fine
I
cristiani, ricordando le parole del Signore: «in questo conosceranno tutti che
siete i miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri» (Gv 13,35), niente
possono desiderare più ardentemente che servire con maggiore generosità ed
efficacia gli uomini del mondo contemporaneo. Perciò, aderendo fedelmente al
Vangelo e beneficiando della sua forza, uniti con tutti coloro che amano e
praticano la giustizia, hanno assunto un compito immenso da adempiere su questa
terra: di esso dovranno rendere conto a colui che tutti giudicherà nell'ultimo
giorno.
Non
tutti infatti quelli che dicono: « Signore, Signore », entreranno nel regno dei
cieli, ma quelli che fanno la volontà del Padre e coraggiosamente agiscono.
Perché la volontà del Padre è che in tutti gli uomini noi riconosciamo ed
efficacemente amiamo Cristo fratello, con la parola e con l'azione, rendendo
così testimonianza alla verità, e comunichiamo agli altri il mistero dell'amore
del Padre celeste.
Così
facendo, risveglieremo in tutti gli uomini della terra una viva speranza, dono
dello Spirito Santo, affinché alla fine essi vengano ammessi nella pace e
felicità somma, nella patria che risplende della gloria del Signore. « A colui
che, mediante la potenza che opera in noi, può compiere infinitamente di più di
tutto ciò che noi possiamo domandare o pensare, a lui sia la gloria nella
Chiesa e in Cristo Gesù, per tutte le generazioni nei secoli dei secoli. Amen»
(Ef 3,20-21).