DECRETO
AD GENTES
SULL'ATTIVITA' MISSIONARIA DELLA CHIESA
PROEMIO
1.
Inviata per mandato divino alle genti per essere « sacramento universale di
salvezza »
D'altra
parte, nella situazione attuale delle cose, in cui va profilandosi una nuova
condizione per l'umanità,
Pertanto
questo santo Sinodo, nel rendere grazie a Dio per il lavoro meraviglioso svolto
da tutta
CAPITOLO I
PRINCIPI DOTTRINALI
Il
piano divino di salvezza
2.
Questo
piano scaturisce dall'amore nella sua fonte, cioè dalla carità di Dio Padre.
Questi essendo il principio senza principio da cui il Figlio è generato e lo
Spirito Santo attraverso il Figlio procede, per la sua immensa e misericordiosa
benevolenza liberatrice ci crea ed inoltre per grazia ci chiama a partecipa re
alla sua vita e alla sua gloria; egli per pura generosità ha effuso e continua
ad effondere la sua divina bontà, in modo che, come di tutti è il creatore,
così possa essere anche «tutto in tutti» (1 Cor 15,28), procurando insieme la
sua gloria e la nostra felicità. Ma piacque a Dio chiamare gli uomini a questa
partecipazione della sua stessa vita non tanto in modo individuale e quasi
senza alcun legame gli uni con gli altri, ma di riunirli in un popolo, nel
quale i suoi figli dispersi si raccogliessero nell'unità (cfr. Gv 11,52)
La
missione del Figlio
3.
Questo piano universale di Dio per la salvezza del genere umano non si attua
soltanto in una maniera per così dire segreta nell'animo degli uomini, o
mediante quelle iniziative anche religiose, con cui essi variamente cercano
Dio, nello sforzo di raggiungerlo magari a tastoni e di trovarlo, quantunque
egli non sia lontano da ciascuno di noi (cfr. At 17,27): tali iniziative
infatti devono essere illuminate e raddrizzate, anche se per benigna
disposizione della divina Provvidenza possono costituire in qualche caso un
avviamento pedagogicamente valido verso il vero Dio o una preparazione al
Vangelo. Ma Dio, al fine di stabilire la pace, cioè la comunione con sé, e di
realizzare tra gli uomini stessi--che sono peccatori--una unione fraterna,
decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana, inviando il
suo Figlio a noi con un corpo simile al nostro, per sottrarre a suo mezzo gli
uomini dal potere delle tenebre e del demonio (cfr. Col 1,13; At 10,38) ed in
lui riconciliare a sé il mondo (cfr. 2 Cor 5,19) . Colui dunque, per opera del
quale aveva creato anche l'universo Dio lo costituì erede di tutte quante le
cose, per restaurare tutto in lui (cfr. Ef 1,10).
Ed in
effetti Cristo Gesù fu inviato nel mondo quale autentico mediatore tra Dio e
gli uomini. Poiché è Dio, in lui abita corporalmente tutta la pienezza della
divinità (Col 2,9); nella natura umana, invece, egli è il nuovo Adamo, è
riempito di grazia e di verità (cfr. Gv 1,14) ed è costituito capo dell'umanità
nuova. Pertanto il Figlio di Dio ha percorso la via di una reale incarnazione
per rendere gli uomini partecipi della natura divina; per noi egli si è fatto
povero, pur essendo ricco, per arricchire noi con la sua povertà (cfr. 2 Cor
8,9). Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per
dare la sua vita in riscatto dei molti, cioè di tutti (cfr. Mc 10,45). I santi
Padri affermano costantemente che non fu redento quel che da Cristo non fu
assunto. Ora egli assunse la natura umana completa, quale essa esiste in noi,
infelici e poveri, ma una natura che in lui è senza peccato (cfr. Eb 4,15;
9,28) . Di se stesso infatti il Cristo, dal Padre consacrato ed inviato nel
mondo (cfr. Gv 10,36), affermò: « Lo Spirito del Signore è su di me, per questo
egli mi ha consacrato con la sua unzione, mi ha inviato a portare la buona
novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito, ad annunziare
ai prigionieri la libertà ed a restituire ai ciechi la vista » (Lc 4,18); ed
ancora: « Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare quello che era
perduto» (Lc 19,10).
Ora
tutto quanto il Signore ha una volta predicato o in lui si è compiuto per la
salvezza del genere umano, deve essere annunziato e diffuso fino all'estremità
della terra (cfr. At 1,8), a cominciare da Gerusalemme (cfr. Lc 24,47). In tal
modo quanto una volta è stato operato per la salvezza di tutti, si realizza
compiutamente in tutti nel corso dei secoli.
La
missione dello Spirito Santo
4.
Per il raggiungimento di questo scopo, Cristo inviò da parte del Padre lo
Spirito Santo, perché compisse dal di dentro la sua opera di salvezza e
stimolasse
La
missione della Chiesa
5. Il
Signore Gesù, fin dall'inizio « chiamò presso di sé quelli che voleva e ne
costituì dodici che stessero con lui e li mandò a predicare» (Mc 3,13; cfr. Mt
10,1-42). Gli apostoli furono dunque ad un tempo il seme del nuovo Israele e
l'origine della sacra gerarchia. In seguito, una volta completati in se stesso
con la sua morte e risurrezione i misteri della nostra salvezza e dell'universale
restaurazione, il Signore, a cui competeva ogni potere in cielo ed in terra
(cfr. Mt 28,18), prima di salire al cielo (cfr. At 1,4-8), fondò la sua Chiesa
come sacramento di salvezza ed inviò i suoi apostoli nel mondo intero, come
egli a sua volta era stato inviato dal Padre (cfr. Gv 20,21) e comandò loro:
«Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le
cose che io vi ho comandato» (Mt 28,19-20); «Andate per tutto il mondo,
predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà
salvo; chi invece non crederà, sarà condannato » (Mc 16,15). Da qui deriva alla
Chiesa l'impegno di diffondere la fede e la salvezza del Cristo, sia in forza
dell'esplicito mandato che l'ordine episcopale, coadiuvato dai sacerdoti ed
unito al successore di Pietro, supremo pastore della Chiesa, ha ereditato dagli
apostoli, sia in forza di quell'influsso vitale che Cristo comunica alle sue
membra: « Da lui infatti tutto quanto il corpo, connesso e compaginato per ogni
congiuntura e legame, secondo l'attività propria di ciascuno dei suoi organi
cresce e si autocostruisce nella carità» (Ef 4,16).
Pertanto
la missione della Chiesa si esplica attraverso un'azione tale, per cui essa, in
adesione all'ordine di Cristo e sotto l'influsso della grazia e della carità
dello Spirito Santo, si fa pienamente ed attualmente presente a tutti gli
uomini e popoli, per condurli con l'esempio della vita, con la predicazione,
con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà ed alla
pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare
pienamente al mistero di Cristo.
Questa
missione continua, sviluppando nel corso della storia la missione del Cristo,
inviato appunto a portare la buona novella ai poveri; per questo è necessario
che
L'attività
missionaria della Chiesa
6.
Questo compito, che l'ordine episcopale, a capo del quale si trova il
successore di Pietro, deve realizzare con la collaborazione e la preghiera di
tutta
Tali
condizioni dipendono sia dalla Chiesa, sia dai popoli, dai gruppi umani o dagli
uomini, a cui la missione è indirizzata. Difatti
Le
iniziative principali con cui i divulgatori del Vangelo, andando nel mondo
intero, svolgono il compito di predicarlo e di fondare
In
questa attività missionaria della Chiesa si verificano a volte condizioni
diverse e mescolate le une alle altre: prima c'è l'inizio o la fondazione, poi
il nuovo sviluppo o periodo giovanile. Ma, anche terminate queste fasi, non
cessa l'azione missionaria della Chiesa: tocca anzi alle Chiese particolari già
organizzate continuarla, predicando il Vangelo a tutti quelli che sono ancora
al di fuori.
Inoltre
i gruppi umani in mezzo ai quali si trova
È
evidente quindi che l'attività missionaria scaturisce direttamente dalla natura
stessa della Chiesa essa ne diffonde la fede salvatrice, ne realizza l'unità
cattolica diffondendola, si regge sulla sua apostolicità, mette in opera il
senso collegiale della sua gerarchia, testimonia infine, diffonde e promuove la
sua santità. Così l'attività missionaria tra i pagani differisce sia dalla
attività pastorale che viene svolta in mezzo ai fedeli, sia dalle iniziative da
prendere per ristabilire l'unità dei cristiani. Tuttavia queste due forme di
attività si ricongiungono saldamente con l'attività missionaria della Chiesa la
divisione dei cristiani è infatti di grave pregiudizio alla santa causa della
predicazione del Vangelo a tutti gli uomini ed impedisce a molti di abbracciare
la fede. Così la necessità della missione chiama tutti i battezzati a radunarsi
in un solo gregge ed a rendere testimonianza in modo unanime a Cristo, loro
Signore, di fronte alle nazioni. Essi, se ancora non possono testimoniare
pienamente l'unità di fede, debbono almeno essere animati da reciproca stima e
amore.
Ragioni
dell'attività missionaria
7. La
ragione dell'attività missionaria discende dalla volontà di Dio, il quale «
vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità.
Vi è infatti un solo Dio, ed un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù
Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1 Tm
2,4-6), «e non esiste in nessun altro salvezza» (At 4,12). È dunque necessario
che tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della
Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il
battesimo. Cristo stesso infatti, « ribadendo espressamente la necessità della
fede e del battesimo (cfr. Mc 16,16; Gv 3,5), ha confermato simultaneamente la
necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano, per così dire,
attraverso la porta del battesimo. Per questo non possono salvarsi quegli
uomini i quali, pur sapendo che
Grazie
ad essa il corpo mistico di Cristo raccoglie e dirige ininterrottamente le sue
forze per promuovere il proprio sviluppo (cfr. Ef 4,11-16). A svolgere questa
attività le membra della Chiesa sono sollecitate da quella carità con cui amano
Dio e con cui desiderano condividere con tutti gli uomini i beni spirituali
della vita presente e della vita futura.
Grazie
a questa attività missionaria, infine, Dio è pienamente glorificato, nel senso
che gli uomini accolgono in forma consapevole e completa la sua opera
salvatrice, che egli ha compiuto nel Cristo. Sempre grazie ad essa si realizza
il piano di Dio, a cui Cristo in spirito di obbedienza e di amore si consacrò
per la gloria del Padre che l'aveva mandato che tutto il genere umano
costituisca un solo popolo di Dio, si riunisca nell'unico corpo di Cristo, sia
edificato in un solo tempio dello Spirito Santo; tutto ciò, mentre favorisce la
concordia fraterna, risponde all'intimo desiderio di tutti gli uomini. Così
finalmente si compie davvero il disegno del Creatore, che creò l'uomo a sua
immagine e somiglianza, quando tutti quelli che sono partecipi della natura
umana, rigenerati in Cristo per mezzo dello Spirito Santo, riflettendo insieme
la gloria di Dio, potranno dire: « Padre nostro ».
L'attività
missionaria nella vita e nella storia
Carattere
escatologico dell'attività missionaria
9.
Pertanto, il periodo dell'attività missionaria si colloca tra la prima e la
seconda venuta di Cristo, in cui
L'attività
missionaria non è altro che la manifestazione, cioè l'epifania e la
realizzazione, del piano divino nel mondo e nella storia: con essa Dio conduce
chiaramente a termine la storia della salvezza. Con la parola della
predicazione e con la celebrazione dei sacramenti, di cui è centro e vertice la
santa eucaristia, essa rende presente il Cristo, autore della salvezza.
Purifica dalle scorie del male ogni elemento di verità e di grazia presente e
riscontrabile in mezzo ai pagani per una segreta presenza di Dio e lo
restituisce al suo autore, cioè a Cristo, che distrugge il regno del demonio e
arresta la multiforme malizia del peccato. Perciò ogni elemento di bene
presente e riscontrabile nel cuore e nell'anima umana o negli usi e civiltà
particolari dei popoli, non solo non va perduto, ma viene sanato, elevato e
perfezionato per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità
dell'uomo. Così l'attività missionaria tende alla sua pienezza escatologica
grazie ad essa, infatti, secondo il modo e il tempo che il Padre ha riservato
al suo potere (cfr. At 1,7), si estende il popolo di Dio, in vista del quale è
stato detto in maniera profetica: «Allarga lo spazio della tua tenda, distendi
i teli dei tuoi padiglioni! Non accorciare! » (Is 54,2), grazie ad essa cresce
il corpo mistico fino alla misura dell'età della pienezza di Cristo (cfr. Ef
4,13); grazie ad essa il tempio spirituale, in cui si adora Dio in spirito e
verità (cfr. Gv 4,23), si amplia e si edifica sopra il fondamento degli
apostoli e dei profeti, mentre ne è pietra angolare lo stesso Cristo Gesù (cfr.
Ef 2,20).
CAPITOLO II
L'OPERA MISSIONARIA IN SE STESSA
Introduzione
10.
Art.
1--La testimonianza cristiana
Testimonianza
di vita e dialogo
11. È
necessario che
Ma
perché essi possano dare utilmente questa testimonianza, debbono stringere
rapporti di stima e di amore con questi uomini, riconoscersi come membra di
quel gruppo umano in mezzo a cui vivono, e prender parte, attraverso il
complesso delle relazioni e degli affari dell'umana esistenza, alla vita
culturale e sociale. Così debbono conoscere bene le tradizioni nazionali e
religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del
Verbo che vi si trovano nascosti; debbono seguire attentamente la
trasformazione profonda che si verifica in mezzo ai popoli, e sforzarsi perché
gli uomini di oggi, troppo presi da interessi scientifici e tecnologici, non
perdano il contatto con le realtà divine, ma anzi si aprano ed intensamente
anelino a quella verità e carità rivelata da Dio. Come Cristo stesso penetrò
nel cuore degli uomini per portarli attraverso un contatto veramente umano alla
luce divina, così i suoi discepoli, animati intimamente dallo Spirito di
Cristo, debbono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono ed improntare le
relazioni con essi ad un dialogo sincero e comprensivo, affinché questi
apprendano quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli; ed
insieme devono tentare di illuminare queste ricchezze alla luce del Vangelo, di
liberarle e di ricondurle sotto l'autorità di Dio salvatore.
Presenza
della carità
12.
La presenza dei cristiani nei gruppi umani deve essere animata da quella carità
con la quale Dio ci ha amato: egli vuole appunto che anche noi reciprocamente
ci amiamo con la stessa carità (cfr. 1 Gv 4,11). Ed effettivamente la carità
cristiana si estende a tutti, senza discriminazioni razziali, sociali o
religiose, senza prospettive di guadagno o di gratitudine. Come Dio ci ha amato
con amore disinteressato, così anche i fedeli con la loro carità debbono
preoccuparsi dell'uomo, amandolo con lo stesso moto con cui Dio ha cercato
l'uomo. Come quindi Cristo percorreva tutte le città e i villaggi, sanando ogni
malattia ed infermità come segno dell'avvento del regno di Dio (cfr. Mt 9,35
ss.; At 10,38), così anche
I
fedeli debbono impegnarsi, collaborando con tutti gli altri, alla giusta
composizione delle questioni economiche e sociali. Si applichino con
particolare cura all'educazione dei fanciulli e dei giovani nei vari ordini di
scuole, che vanno considerate non semplicemente come un mezzo privilegiato per
la formazione e lo sviluppo della gioventù cristiana, ma insieme come un
servizio di primaria importanza per gli uomini e specialmente per le nazioni in
via di sviluppo, in ordine all'elevazione della dignità umana ed alla
preparazione di condizioni più umane. Portino ancora i cristiani il loro
contributo ai tentativi di quei popoli che, lottando contro la fame,
l'ignoranza e le malattie, si sforzano per creare migliori condizioni di vita e
per stabilire la pace nel mondo. In questa attività ambiscano i fedeli di
collaborare intelligentemente alle iniziative promosse dagli istituti privati e
pubblici, dai governi, dagli organismi internazionali, dalle varie comunità
cristiane e dalle religioni non cristiane.
I
discepoli di Cristo, mantenendosi in stretto contatto con gli uomini nella vita
e nell'attività, si ripromettono così di offrir loro un'autentica testimonianza
cristiana e di lavorare alla loro salvezza, anche là dove non possono
annunciare pienamente il Cristo. Essi infatti non cercano il progresso e la
prosperità puramente materiale degli uomini, ma intendono promuovere la loro
dignità e la loro unione fraterna, insegnando le verità religiose e morali che
Cristo ha illuminato con la sua luce, e così gradualmente aprire una via sempre
più perfetta verso il Signore. In tal modo gli uomini vengono aiutati a
raggiungere la salvezza attraverso la carità verso Dio e verso il prossimo;
comincia allora a risplendere il mistero del Cristo, in cui appare l'uomo
nuovo, creato ad immagine di Dio (cfr. Ef 4,24), ed in cui si rivela la carità
di Dio.
Art.
2--La predicazione del Vangelo e la riunione del popolo di Dio
Evangelizzazione
e conversione
13.
Ovunque Dio apre una porta della parola per parlare del mistero del Cristo
(cfr. Col 4,3), ivi a tutti gli uomini (cfr. Mc 16,15), con franchezza e con
perseveranza deve essere annunziato (cfr. 1 Cor 9,15; Rm 10,14) il Dio vivente
e colui che egli ha inviato per la salvezza di tutti, Gesù Cristo. Solo così i
non cristiani, a cui aprirà il cuore lo Spirito Santo (cfr. At 16,14),
crederanno e liberamente si convertiranno al Signore, e sinceramente aderiranno
a colui che, essendo « la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), risponde a tutte
le attese del loro spirito, anzi le supera infinitamente.
Una
tale conversione va certo intesa come un inizio: eppure è sufficiente perché
l'uomo avverta che, staccato dal peccato, viene introdotto nel mistero
dell'amore di Dio, che lo chiama a stringere nel Cristo una relazione personale
con lui. Difatti, sotto l'azione della grazia di Dio, il neo-convertito inizia
un itinerario spirituale in cui, trovandosi già per la fede in contatto con il
mistero della morte e della risurrezione, passa dall'uomo vecchio all'uomo
nuovo che in Cristo trova la sua perfezione (cfr. Col 3,5-10; Ef 4,20-24).
Questo passaggio, che implica un progressivo cambiamento di mentalità e di
costumi, deve manifestarsi nelle sue conseguenze di ordine sociale e
svilupparsi progressivamente nel tempo del catecumenato. E poiché il Signore in
cui si crede è segno di contraddizione (cfr. Lc 2,34; Mt 10,34-39), non di rado
chi si è convertito va incontro a rotture e a distacchi, ma anche a gioie, che
Dio generosamente concede (cfr. 1 Ts 1,6).
Secondo
una prassi antichissima nella Chiesa, i motivi della conversione vanno bene
esaminati, e, se è necessario, purificati.
Catecumenato
e iniziazione cristiana
14.
Coloro che da Dio, tramite
In
seguito, liberati grazie ai sacramenti dell'iniziazione cristiana dal potere
delle tenebre (cfr. Col 1,13), morti e sepolti e risorti insieme con il Cristo
(cfr. Rm 6,4-11; Col 2,12-13;Mc 16,16), ricevono lo Spirito di adozione a figli
(cfr. 1 Ts 3,5-7; At 8,14-17) e celebrano il memoriale della morte e della
resurrezione del Signore con tutto il popolo di Dio.
È
auspicabile una riforma della liturgia del tempo quaresimale e pasquale, perché
sia in grado di preparare l'anima dei catecumeni alla celebrazione del mistero
pasquale, durante le cui feste essi per mezzo del battesimo rinascono in
Cristo.
Questa
iniziazione cristiana nel corso del catecumenato non deve essere soltanto opera
dei catechisti o dei sacerdoti, ma di tutta la comunità dei fedeli, soprattutto
dei padrini, in modo che i catecumeni avvertano immediatamente di appartenere
al popolo di Dio. Essendo la vita della Chiesa apostolica, è necessario che
essi imparino a cooperare attivamente all'evangelizzazione ed alla edificazione
della Chiesa con la testimonianza della vita e con la professione della fede.
Infine,
nel nuovo Codice dovrà essere più esattamente definito lo stato giuridico dei
catecumeni. Essi infatti sono già uniti alla Chiesa, appartengono già alla
famiglia del Cristo, e non è raro che conducano già una vita ispirata alla fede,
alla speranza ed alla carità.
Art.
3--La formazione della comunità cristiana
La
comunità cristiana
15.
Lo Spirito Santo, che mediante il seme della parola e la predicazione del
Vangelo chiama tutti gli uomini a Cristo e suscita nei loro cuori l'adesione
alla fede, allorché rigenera a nuova vita in seno al fonte battesimale i
credenti in Cristo, li raccoglie nell'unico popolo di Dio, che è « stirpe
eletta, sacerdozio regale, nazione sacra, popolo di redenti » (
Perciò
i missionari, come cooperatori di Dio (cfr. 1 Cor 3,9), devono dar vita a
comunità di fedeli che, seguendo una condotta degna della vocazione alla quale
sono state chiamate (cfr. Ef 4,1), siano tali da esercitare quella triplice
funzione sacerdotale, profetica e regale che Dio ha loro affidata. In questo
modo la comunità cristiana diventa segno della presenza divina nel mondo: nel
sacrificio eucaristico, infatti, essa passa incessantemente al Padre in unione
con il Cristo, zelantemente alimentata con la parola di Dio rende testimonianza
al Cristo e segue la via della carità, ricca com'è di spirito apostolico.
Fin
dall'inizio la comunità cristiana deve essere formata in modo che possa
provvedere da sola, per quanto è possibile, alle proprie necessità. Un tal
gruppo di fedeli, in possesso del patrimonio culturale della nazione cui
appartiene, deve mettere profonde radici nel popolo: da esso germoglino
famiglie dotate di spirito evangelico e sostenute da scuole appropriate; si
costituiscano associazioni e organismi, per mezzo dei quali l'apostolato dei
laici sia in grado di permeare di spirito evangelico l'intera società.
Risplenda infine la carità tra cattolici appartenenti a diversi riti.
Anche
lo spirito ecumenico deve essere favorito tra i neofiti, nella chiara
convinzione che i fratelli che credono in Cristo sono suoi discepoli,
rigenerati nel battesimo e compartecipi di moltissimi tesori del popolo di Dio.
Nella misura in cui lo permette la situazione religiosa, va promossa un'azione
ecumenica tale che i cattolici, esclusa ogni forma di indifferentismo, di
sincretismo e di sconsiderata concorrenza, attraverso una professione di
fede--per quanto possibile comune--in Dio ed in Gesù Cristo di fronte ai non
credenti, attraverso la cooperazione nel campo tecnico e sociale come in quello
religioso e culturale, collaborino fraternamente con i fratelli separati,
secondo le norme del decreto sull'ecumenismo. Collaborino soprattutto per la
causa di Cristo, che è il loro comune Signore: sia il suo nome il vincolo che
li unisce! Questa collaborazione va stabilita non solo tra persone private, ma
anche, secondo il giudizio dell'ordinario del luogo, a livello delle Chiese o
comunità ecclesiali, e delle loro opere.
I
fedeli, che da tutti i popoli sono riuniti nella Chiesa, «non si distinguono
dagli altri uomini né per territorio né per lingua né per istituzioni
politiche» perciò debbono vivere per Iddio e per il Cristo secondo le usanze e
il comportamento del loro paese: come buoni cittadini essi debbono coltivare un
sincero e fattivo amor di patria, evitare ogni forma di razzismo e di
nazionalismo esagerato e promuovere l'amore universale tra i popoli.
Grande
importanza hanno per il raggiungimento di questi obiettivi, e perciò vanno
particolarmente curati, i laici, cioè i fedeli che, incorporati per il
battesimo a Cristo, vivono nel mondo. Tocca proprio a loro, penetrati dello
Spirito di Cristo, agire come un fermento nelle realtà terrene, animandole
dall'interno ed ordinandole in modo che siano sempre secondo il Cristo.
Non
basta però che il popolo cristiano sia presente ed organizzato nell'ambito di
una nazione; non basta che faccia dell'apostolato con l'esempio: esso è
costituito ed è presente per annunziare il Cristo con la parola e con l'opera
ai propri connazionali non cristiani e per aiutarli ad accoglierlo nella forma
più piena.
Inoltre,
per la costituzione della Chiesa e lo sviluppo della comunità cristiana, sono
necessari vari tipi di ministero, che, suscitati nell'ambito stesso dei fedeli
da una aspirazione divina, tutti debbono diligentemente promuovere e
rispettare: tra essi sono da annoverare i compiti dei sacerdoti, dei diaconi e
dei catechisti, e l'Azione cattolica. Parimenti i religiosi e le religiose, per
stabilire e rafforzare il regno di Cristo nelle anime, come anche per estenderlo
ulteriormente, svolgono un compito indispensabile sia con la preghiera, sia con
l'attività esterna.
Il
clero indigeno
16.
Quanto
dunque questo Concilio ha deciso intorno alla vocazione ed alla formazione
sacerdotale, deve essere religiosamente osservato dove
Per
il raggiungimento di questo fine generale, l'intero ciclo di formazione degli
alunni deve essere ordinato alla luce del mistero della salvezza come è
presentato nella sacra Scrittura. Essi devono scoprire questo mistero del
Cristo e della salvezza umana presente nella liturgia e viverlo.
Tali
esigenze comuni della preparazione sacerdotale, anche di ordine pastorale e
pratico, indicate dal Concilio, vanno armonizzate con la preoccupazione di
adeguarsi al particolare modo di pensare e di agire della propria nazione.
Bisogna dunque aprire ed affinare lo spirito degli alunni, perché conoscano
bene e possano valutare la cultura del loro paese; nello studio delle
discipline filosofiche e teologiche essi debbono scoprire quali rapporti
intercorrono tra tradizioni e religione nazionale e la religione cristiana.
Analogamente, la preparazione al sacerdozio deve tenere presenti le necessità
pastorali della regione: gli alunni devono apprendere la storia, la finalità e
il metodo dell'azione missionaria della Chiesa, nonché le particolari
condizioni sociali, economiche e culturali del proprio popolo. Vanno anche
educati allo spirito ecumenico e preparati al dialogo fraterno con i non
cristiani. Tutto questo suppone che gli studi preparatori al sacerdozio si
compiano, per quanto è possibile, mantenendo ciascuno il più stretto contatto
con la propria nazione. E si abbia anche cura di formare alla esatta
amministrazione ecclesiastica, anche in senso economico.
Si
devono scegliere inoltre dei sacerdoti capaci, perché dopo un certo periodo di
pratica pastorale, perfezionino i loro studi superiori nelle università anche
straniere, specie in quelle di Roma, ed in altri istituti scientifici, di modo
che, come elementi del clero locale con dottrina ed esperienza congrue possano
aiutare efficacemente le nuove Chiese nell'adempimento delle funzioni
ecclesiastiche più alte.
Laddove
le conferenze episcopali lo riterranno opportuno, si restauri l'ordine
diaconale come stato permanente, secondo le disposizioni della costituzione
sulla Chiesa. È bene infatti che gli uomini, i quali di fatto esercitano il
ministero di diacono, o perché come catechisti predicano la parola di Dio, o
perché a nome del parroco e del vescovo sono a capo di comunità cristiane
lontane, o perché esercitano la carità attraverso opere sociali e caritative,
siano fortificati dall'imposizione delle mani, che è trasmessa fin dagli
apostoli, e siano più saldamente congiunti all'altare per poter esplicare più
fruttuosamente il loro ministero con l'aiuto della grazia sacramentale del
diaconato.
Catechisti
17.
Degna di lode è anche quella schiera, tanto benemerita dell'opera missionaria
tra i pagani, che è costituita dai catechisti, sia uomini che donne. Essi,
animati da spirito apostolico e facendo grandi sacrifici, danno un contributo
singolare ed insostituibile alla propagazione della fede e della Chiesa.
Nel
nostro tempo poi, in cui il clero è insufficiente per l'evangelizzazione di
tante moltitudini e per l'esercizio del ministero pastorale, il compito del
catechista è della massima importanza. Pertanto è necessario che la loro formazione
sia perfezionata e adeguata al progresso culturale, in modo che, come validi
cooperatori dell'ordine sacerdotale, possano svolgere nella maniera migliore il
loro compito, che si va facendo sempre più vasto e impegnativo. Si devono
quindi moltiplicare le scuole diocesane e regionali nelle quali i futuri
catechisti apprendano sia la dottrina cattolica--specialmente quella che ha per
oggetto
È
desiderabile che alla formazione ed al sostentamento dei catechisti si provveda
convenientemente con sussidi speciali della sacra Congregazione di Propaganda
Fide. Se apparirà necessario ed opportuno, si fondi un'opera per i catechisti.
Le
Chiese inoltre devono sentire e dimostrare gratitudine per l'opera generosa dei
catechisti ausiliari, il cui aiuto sarà loro indispensabile. Sono essi che
nelle loro comunità presiedono alla preghiera ed impartiscono l'insegnamento.
Ci si deve debitamente preoccupare anche della loro formazione dottrinale e
spirituale. È altresì auspicabile che ai catechisti convenientemente formati
sia conferita, riconoscendosene l'opportunità, la missione canonica nella
pubblica celebrazione della liturgia, perché siano al servizio della fede con
maggiore autorità agli occhi del popolo.
Promozione
della vita religiosa
18.
La vita religiosa deve essere curata e promossa fin dal periodo iniziale della
fondazione della Chiesa, perché essa non solo è fonte di aiuti preziosi e
indispensabili per l'attività missionaria, ma attraverso una più intima consacrazione
a Dio fatta nella Chiesa manifesta anche chiaramente e fa comprendere l'intima
natura della vocazione cristiana.
Gli
istituti religiosi che lavorano alla fondazione della Chiesa, impregnati dei
mistici tesori di cui è ricca la tradizione religiosa ecclesiale, devono
sforzarsi di metterli in luce e di trasmetterli secondo il genio e il carattere
di ciascuna nazione. E devono anche considerare attentamente in che modo le
tradizioni di vita ascetica e contemplativa, i cui germi talvolta Dio ha immesso
nelle antiche culture prima della predicazione del Vangelo, possano essere
utilizzate per la vita religiosa cristiana.
Nelle
giovani Chiese bisogna promuovere la vita religiosa nelle sue varie forme,
perché essa mostri i diversi aspetti della missione di Cristo e della vita
ecclesiale, si consacri alle varie attività pastorali e prepari i propri membri
ad esplicarle come si conviene. I vescovi tuttavia in sede di conferenza
episcopale facciano attenzione perché non si moltiplichino, danneggiando la vita
religiosa e l'apostolato, le congregazioni aventi identica finalità apostolica.
Meritano
speciale considerazione le varie iniziative destinate a stabilire la vita
contemplativa. Certi istituti, mantenendo gli elementi essenziali della
istituzione monastica, tendono a impiantare la ricchissima tradizione del
proprio ordine; altri cercano di ritornare alla semplicità delle forme del
monachesimo primitivo. Tutti comunque devono cercare un reale adattamento alle
condizioni locali. Poiché la vita contemplativa interessa la presenza
ecclesiale nella sua forma più piena, è necessario che essa sia costituita
dappertutto nelle giovani Chiese.
CAPITOLO III
LE CHIESE PARTICOLARI
Il
progresso delle giovani Chiese
In
queste giovani Chiese appunto la vita del popolo di Dio deve giungere a
maturità in tutti i campi della vita cristiana, che deve essere rinnovata
secondo le norme di questo Concilio: ed ecco i gruppi di fedeli con crescente
consapevolezza si fanno comunità viventi della fede, della liturgia e della
carità; i laici, con la loro attività, che è a un tempo civica ed apostolica,
si sforzano di instaurare nella città terrena un ordine di giustizia e di
carità; l'uso dei mezzi di comunicazione sociale è ispirato a criteri di
opportunità e prudenza; le famiglie, praticando la vera vita cristiana,
diventano fonte dell'apostolato dei laici e vivaio di vocazioni sacerdotali e
religiose. La fede infine è oggetto di insegnamento catechistico appropriato,
trova la sua espressione in una liturgia rispondente all'indole del popolo, e
viene introdotta, grazie ad un'adeguata legislazione canonica, nelle sane
istituzioni umane e nelle consuetudini locali.
I
vescovi poi, ciascuno con il proprio presbiterio, approfondendo sempre meglio
in se stessi il senso di Cristo e della Chiesa, devono essere in unità di
pensieri e di vita con
Queste
stesse Chiese, che si trovano quasi sempre nelle regioni economicamente
depresse del mondo, soffrono per lo più per grave scarsezza di sacerdoti e per
mancanza di mezzi materiali. È quindi assolutamente indispensabile che l'azione
missionaria continua di tutta
Tuttavia
queste Chiese devono organizzare il lavoro pastorale comune creando opere
adatte perché le vocazioni che interessano il clero diocesano o gli istituti
religiosi crescano di numero, vengano vagliate con maggiore sicurezza e
coltivate con migliore riuscita così, a poco a poco, saranno in grado di
provvedere a se stesse e di portare aiuto alle altre.
L'attività
missionaria delle Chiese particolari
20.
È
inoltre necessario il ministero della parola, perché il messaggio evangelico
giunga a tutti. Il vescovo deve essere essenzialmente il messaggero di fede che
porta nuovi discepoli a Cristo 3. Per rispondere bene a questo nobilissimo
compito deve conoscere a fondo sia le condizioni del suo gregge, sia la
concezione che di Dio hanno i suoi concittadini, tenendo conto esattamente anche
dei mutamenti introdotti dalla cosiddetta urbanizzazione, dal fenomeno della
emigrazione e dall'indifferentismo religioso.
I
sacerdoti locali attendano con molto zelo all'opera di evangelizzazione nelle
giovani Chiese, collaborando attivamente con i missionari di origine straniera,
con i quali costituiscono un unico corpo sacerdotale riunito sotto l'autorità
del vescovo: ciò non solo per pascere i propri fedeli e per celebrare il culto
divino, ma anche per predicare il Vangelo a coloro che stanno fuori. Perciò
dimostrino prontezza e, all'occasione, si offrano generosamente al proprio
vescovo per iniziare l'attività missionaria nelle zone più lontane ed
abbandonate della propria diocesi o anche di altre diocesi.
Dello
stesso zelo siano animati i religiosi e le religiose, ed anche i laici verso i
propri concittadini, specie quelli più poveri.
Le
conferenze episcopali procurino che periodicamente si tengano corsi di
aggiornamento biblico, teologico, spirituale e pastorale, allo scopo di
consentire al clero, di fronte al variare incessante delle situazioni, di
approfondire la conoscenza della teologia e dei metodi pastorali.
Quanto
al resto, si osservino religiosamente tutte le disposizioni che questo Concilio
ha emanato, specialmente quelle del decreto relativo al ministero ed alla vita
sacerdotale.
Una
Chiesa particolare, per poter realizzare la propria opera missionaria, ha
bisogno di ministri adatti, che vanno preparati tempestivamente in maniera
rispondente alle condizioni di ciascuna di esse. E poiché gli uomini tendono
sempre più a riunirsi in gruppi, è sommamente conveniente che le conferenze
episcopali concordino una comune linea di azione, in ordine al dialogo da
stabilire con tali gruppi. Se però in certe regioni esistono dei gruppi di
uomini, che sono distolti dall'abbracciare la fede cattolica dall'incapacità di
adattarsi a quella forma particolare che
Perché
questo zelo missionario fiorisca nei membri della loro patria, è altresì
conveniente che le giovani Chiese partecipino quanto prima effettivamente alla
missione universale della Chiesa, inviando anch'esse dei missionari a predicare
il Vangelo dappertutto nel mondo, anche se soffrono di scarsezza di clero. La
comunione con
L'apostolato
dei laici
21.
La
ragione è che i fedeli laici appartengono insieme al popolo di Dio e alla
società civile. Appartengono anzitutto alla propria nazione, perché vi son
nati, perché con la educazione han cominciato a partecipare al suo patrimonio
culturale, perché alla sua vita si rannodano nella trama multiforme delle
relazioni sociali, perché al suo sviluppo cooperano e danno un personale
contributo con la loro professione, perché i suoi problemi essi sentono come
loro problemi e come tali si sforzano di risolverli. Ma essi appartengono anche
a Cristo, in quanto nella Chiesa sono stati rigenerati attraverso la fede e il
battesimo, affinché, rinnovati nella vita e nell'opera, siano di Cristo (cfr. 1
Cor 15,23), ed in Cristo tutto a Dio sia sottoposto, e finalmente Dio sia tutto
in tutti (cfr. 1 Cor 15,28).
Principale
loro compito, siano essi uomini o donne, è la testimonianza a Cristo, che
devono rendere, con la vita e con la parola, nella famiglia, nel gruppo sociale
cui appartengono e nell'ambito della professione che esercitano. In essi deve
realmente apparire l'uomo nuovo, che è stato creato secondo Dio in giustizia e
santità della verità (cfr. Ef 4,24). Questa vita nuova debbono esprimerla
nell'ambito della società e della cultura della propria patria, e nel rispetto
delle tradizioni nazionali. Debbono perciò conoscere questa cultura,
purificarla, conservarla e svilupparla in armonia con le nuove condizioni, e
infine perfezionarla in Cristo, affinché la fede di Cristo e la vita della
Chiesa non siano già elementi estranei alla società in cui vivono, ma comincino
a penetrarla ed a trasformarla. I laici si sentano uniti ai loro concittadini
da sincero amore, rivelando con il loro comportamento quel vincolo
assolutamente nuovo di unità e di solidarietà universale, che attingono dal
mistero del Cristo. Diffondano anche la fede di Cristo tra coloro a cui li
legano vincoli sociali e professionali: questo obbligo è reso più urgente dal
fatto che moltissimi uomini non possono né ascoltare il Vangelo né conoscere
Cristo se non per mezzo di laici che siano loro vicini. Anzi, laddove è
possibile, i laici siano pronti a cooperare ancora più direttamente con la
gerarchia, svolgendo missioni speciali per annunziare il Vangelo e divulgare
l'insegnamento cristiano: daranno così vigore alla Chiesa che nasce.
I
ministri della Chiesa da parte loro abbiano grande stima dell'attività
apostolica dei laici: li educhino a quel senso di responsabilità che li
impegna, in quanto membra di Cristo, dinanzi a tutti gli uomini; diano loro una
conoscenza approfondita del mistero del Cristo, insegnino loro i metodi di
azione pastorale e li aiutino nelle difficoltà, secondo lo spirito della
costituzione Lumen gentium e del decreto Apostolicam actuositatem.
Nel
pieno rispetto dunque delle funzioni e responsabilità specifiche dei pastori e
dei laici, la giovane Chiesa tutta intera renda a Cristo una testimonianza
unanime, viva e ferma, divenendo così segno luminoso di quella salvezza che a
noi è venuta nel Cristo.
Tradizioni
particolari nell'unità ecclesiale
22.
Il seme, cioè la parola di Dio, germogliando nel buon terreno irrigato dalla
rugiada divina, assorbe la linfa vitale, la trasforma e l'assimila per produrre
finalmente un frutto abbondante. Indubbiamente, come si verifica nell'economia
dell'incarnazione, le giovani Chiese, che han messo radici in Cristo e son
costruite sopra il fondamento degli apostoli, hanno la capacità meravigliosa di
assorbire tutte le ricchezze delle nazioni, che appunto a Cristo sono state
assegnate in eredità (cfr. Sal 2,8). Esse traggono dalle consuetudini e dalle
tradizioni, dal sapere e dalla cultura, dalle arti e dalle scienze dei loro
popoli tutti gli elementi che valgono a render gloria al Creatore, a mettere in
luce la grazia del Salvatore e a ben organizzare la vita cristiana.
Per raggiungere
questo scopo è necessario che, nell'ambito di ogni vasto territorio
socio-culturale, come comunemente si dice, venga promossa una ricerca teologica
di tal natura per cui, alla luce della tradizione della Chiesa universale,
siano riesaminati fatti e parole oggetto della Rivelazione divina, consegnati
nella sacra Scrittura e spiegati dai Padri e dal magistero ecclesiatico. Si
comprenderà meglio allora secondo quali criteri la fede, tenendo conto della
filosofia e del sapere, può incontrarsi con la ragione, ed in quali modi le
consuetudini, la concezione della vita e la struttura sociale possono essere
conciliati con il costume espresso nella Rivelazione divina. Ne risulteranno
quindi chiari i criteri da seguire per un più accurato adattamento della vita
cristiana nel suo complesso. Così facendo sarà esclusa ogni forma di
sincretismo e di particolarismo fittizio, la vita cristiana sarà commisurata al
genio e al carattere di ciascuna cultura, e le tradizioni particolari insieme
con le qualità specifiche di ciascuna comunità nazionale, illuminate dalla luce
del Vangelo, saranno assorbite nell'unità cattolica. Infine le nuove Chiese
particolari, conservando tutta la bellezza delle loro tradizioni, avranno il
proprio posto nella comunione ecclesiale, lasciando intatto il primato della
cattedra di Pietro, che presiede all'assemblea universale della carità.
È
dunque desiderabile, per non dire sommamente conveniente, che le conferenze
episcopali si riuniscano insieme nell'ambito di ogni vasto territorio socio-culturale,
per poter realizzare, in piena armonia tra loro ed in uniformità di decisioni,
questo piano di adattamento.
CAPITOLO IV
I MISSIONARI
La
vocazione missionaria
23.
Benché l'impegno di diffondere la fede ricada su qualsiasi discepolo di Cristo
in proporzione alle sue possibilità Cristo Signore chiama sempre dalla
moltitudine dei suoi discepoli quelli che egli vuole, per averli con sé e per
inviarli a predicare alle genti (cfr. Mc 3,13 ss). Perciò egli, per mezzo dello
Spirito Santo, che distribuisce come vuole i suoi carismi per il bene delle
anime (cfr. 1 Cor 12,11), accende nel cuore dei singoli la vocazione
missionaria e nello stesso tempo suscita in seno alla Chiesa quelle istituzioni
che si assumono come dovere specifico il compito della evangelizzazione che
appartiene a tutta quanta
Difatti
sono insigniti di una vocazione speciale coloro che, forniti di naturale
attitudine e capaci per qualità ed ingegno, si sentono pronti a intraprendere
l'attività missionaria, siano essi autoctoni o stranieri: sacerdoti, religiosi
e laici. Essi, inviati dalla legittima autorità, si portano per spirito di fede
e di obbedienza presso coloro che sono lontani da Cristo, riservandosi
esclusivamente per quell'opera per la quale, come ministri del Vangelo, sono
stati scelti (cfr. At 13,2), « affinché l'offerta dei pagani sia ben accolta e
santificata per lo Spirito Santo » (Rm 15,16) .
Spiritualità
missionaria
24.
Orbene, alla chiamata di Dio l'uomo deve rispondere in maniera tale da
vincolarsi del tutto all'opera evangelica, « senza prender consiglio dalla
carne e dal sangue » (Gal 1,16). Ed è impossibile dare una risposta a questa
chiamata senza l'ispirazione e la forza dello Spirito Santo. Il missionario
diventa infatti partecipe della vita e della missione di colui che «annientò se
stesso, prendendo la natura di schiavo » (Fil 2,7); deve quindi esser pronto a
mantenersi fedele per tutta la vita alla sua vocazione, a rinunciare a se
stesso e a tutto quello che in precedenza possedeva in proprio, ed a « farsi
tutto a tutti» (1 Cor 9,22).
Annunziando
il Vangelo ai pagani, deve far conoscere con fiducia il mistero del Cristo, del
quale è ambasciatore: è in suo nome che deve avere il coraggio di parlare come
è necessario (cfr. Ef 6,19 ss.; At 4,31), senza arrossire dello scandalo della
croce. Seguendo l'esempio del suo Maestro, mite e umile di cuore, deve
dimostrare che il suo giogo è soave e il suo peso leggero (cfr. Mt 11,29 ss.).
Vivendo autenticamente il Vangelo, con la pazienza, con la longanimità, con la
benignità, con la carità sincera (cfr. 2 Cor 6,4 ss.), egli deve rendere
testimonianza al suo Signore fino a spargere, se necessario, il suo sangue per
lui. Virtù e fortezza egli chiederà a Dio, per riconoscere che nella lunga
prova della tribolazione e della povertà profonda risiede l'abbondanza della
gioia (cfr. 2 Cor 8,2). E sia ben persuaso che è l'obbedienza la virtù
distintiva del ministro di Cristo, il quale appunto con la sua obbedienza
riscattò il genere umano.
I
messaggeri del Vangelo, per non trascurare la grazia che è in loro, devono
rinnovarsi di giorno in giorno interamente nel loro spirito (cfr. 1 Tm 4,14; Ef
4,23; 2 Cor 4,16). Gli ordinari ed i superiori da parte loro procurino di
riunire in determinati periodi i missionari per rinvigorirli nella speranza
della loro vocazione e per aggiornare il ministero apostolico, fondando anche
delle case a questo scopo.
Formazione
spirituale e morale
25.
Il futuro missionario deve ricevere una formazione spirituale e morale
particolare per prepararsi a questo nobilissimo compito. Egli deve essere
pronto a prendere iniziative, costante nel portarle a compimento, perseverante
nelle difficoltà, paziente e forte nel sopportare la solitudine, la stanchezza,
la sterilità nella propria fatica. Andrà incontro agli uomini francamente e con
cuore aperto; accoglierà volentieri gli incarichi che gli vengono affidati;
saprà adattarsi generosamente alla diversità di costume dei popoli ed al mutare
delle situazioni; in piena armonia e con reciproca carità offrirà la sua
collaborazione ai confratelli ed a tutti coloro che svolgono il suo stesso
lavoro, in modo che tutti, compresi i fedeli, sull'esempio della prima comunità
apostolica formino un cuore solo ed un'anima sola (cfr. At 2,42; 4,32).
Tali
disposizioni interne devono essere diligente mente promosse e coltivate già fin
dal tempo della formazione, nonché elevate e nutrite attraverso la vita
spirituale.
Il
missionario, animato da viva fede e da incrollabile speranza, sia uomo di
preghiera; sia ardente per spirito di virtù, di amore e di sobrietà (cfr. 2 Tm
1,7); impari ad essere contento delle condizioni in cui si trova (cfr. Fil
4,11); porti sempre la morte di Gesù nel suo cuore con spirito di sacrificio,
affinché sia la vita di Gesù ad agire nel cuore di coloro a cui viene mandato
(cfr. 2 Cor 4,10 ss.); nel suo zelo per le anime spenda volentieri del suo e
spenda anche tutto se stesso per la loro salvezza (cfr. 2 Cor 12,1 ss.), sicché
« nell'esercizio quotidiano del suo dovere cresca nell'amore di Dio e del prossimo
». Solo così, unito al Cristo nell'obbedienza alla volontà del Padre, potrà
continuare la missione sotto l'autorità gerarchica della Chiesa e collaborare
al mistero della salvezza.
Formazione
dottrinale e apostolica
26.
Coloro che saranno inviati ai vari popoli pagani, se vogliono riuscire buoni
ministri del Cristo, «siano nutriti dalle parole della fede e della buona
dottrina» (1 Tm 4,6): essi le attingeranno soprattutto dalla sacra Scrittura,
approfondendo quel mistero del Cristo di cui saranno poi messaggeri e
testimoni.
Perciò
tutti i missionari--sacerdoti, religiosi, suore e laici--debbono essere
singolarmente preparati e formati, secondo la loro condizione, perché siano
all'altezza del compito che dovranno svolgere. Fin dall'inizio la loro
formazione dottrinale deve essere impostata in modo da non perdere di vista
l'universalità della Chiesa e la diversità dei popoli. Ciò vale, sia per le
discipline che servono a prepararli direttamente al ministero, sia per le altre
scienze che possono loro riuscire utili per una conoscenza generale dei popoli,
delle culture e delle religioni, orientata non soltanto verso il passato, ma
soprattutto verso il presente. Chiunque infatti sta per recarsi presso un altro
popolo, deve stimare molto il patrimonio, le lingue ed i costumi. È dunque
indispensabile al futuro missionario attendere agli studi di missionologia,
conoscere cioè la dottrina e le norme della Chiesa relative all'attività
missionaria, sapere quali strade abbiano seguito nel corso dei secoli i
messaggeri del Vangelo, essere al corrente della situazione missionaria attuale
e dei metodi che si ritengono al giorno d'oggi più efficaci.
Benché
questo ciclo integrale di insegnamento debba essere arricchito ed animato da
zelo pastorale, bisogna dare tuttavia anche una speciale ed ordinata formazione
apostolica, sia con la teoria che con le esercitazioni pratiche.
Il
maggior numero possibile di religiosi e di suore siano ben istruiti e preparati
nell'arte catechistica, onde collaborino sempre più all'apostolato. È
necessario che anche coloro, i quali si impegnano solo temporaneamente
nell'attività missionaria, acquistino una formazione adeguata alla loro
condizione.
Tutti
questi tipi di formazione poi vanno completati nei paesi nei quali sono
inviati, in maniera che i missionari conoscano a fondo la storia, le strutture
sociali e le consuetudini dei vari popoli, approfondiscano l'ordine morale, le
norme religiose e le idee più profonde che quelli, in base alle loro
tradizioni, hanno già intorno a Dio, al mondo e all'uomo. Apprendano le lingue
tanto bene da poterle usare con speditezza e proprietà: sarà questo il modo per
arrivare più facilmente alla mente ed al cuore di quegli uomini. Siano inoltre
debitamente preparati di fronte a necessità pastorali di carattere particolare.
Alcuni
di essi poi devono ricevere una più accurata preparazione presso gli istituti
di missionologia o presso altre facoltà o università, per poter svolgere con
maggiore efficacia dei compiti speciali ed aiutare con la loro cultura gli
altri missionari nell'esercizio del lavoro missionario, che specialmente ai
nostri tempi presenta tante difficoltà ed insieme tante occasioni favorevoli. È
inoltre auspicabile che le conferenze episcopali regionali abbiano a
disposizione un buon numero di questi esperti, ed utilizzino la loro scienza ed
esperienza nelle necessità del loro ministero. Non devono poi mancare gli
esperti nell'uso degli strumenti tecnici e della comunicazione sociale, la cui
importanza tutti devono apprezzare.
Gli
istituti missionari
27.
Tutto questo, benché sia indispensabile a chiunque viene inviato alle genti, in
realtà molto difficilmente può essere realizzato dai singoli. Appunto perché
l'opera missionaria stessa, come conferma l'esperienza, non può essere compiuta
dai singoli individui, una vocazione comune li ha riuniti in istituti dove,
mettendo insieme le loro forze, possono ricevere una formazione adeguata, per
eseguire quell'opera a nome della Chiesa e dietro comando dell'autorità
gerarchica. Per molti secoli tali istituti han portato il peso del giorno e del
calore, sia che al lavoro missionario si dedicassero totalmente, sia che vi si
dedicassero soltanto in parte. Spesso la santa Sede affidò loro dei territori
immensi da evangelizzare, nei quali seppero riunire, per il Signore, un nuovo
popolo, cioè una Chiesa locale gerarchicamente unita ai propri pastori. A
queste Chiese appunto, che han fondato con il loro sudore o piuttosto con il
loro sangue, essi presteranno servizio con il proprio zelo e la propria
esperienza in una collaborazione fraterna, sia che esercitino la cura delle
anime, sia che svolgano funzioni speciali in vista del bene comune.
Talvolta
si assumeranno dei compiti più urgenti in tutto l'ambito di una determinata
regione: ad esempio, l'evangelizzazione di certe categorie o di popoli che, per
ragioni particolari, non hanno forse ricevuto ancora il messaggio evangelico, o
ad esso han fatto finora resistenza. In caso di necessità, essi devono esser
pronti a formare e ad aiutare con la loro esperienza coloro che si consacrano
all'attività missionaria solo temporaneamente. Per tutte queste ragioni, ed
anche perché molti sono ancora i popoli da condurre a Cristo, questi istituti
restano assolutamente necessari.
CAPITOLO V
L'ORGANIZZAZIONE DELL'ATTIVITÀ
MISSIONARIA
Introduzione
28. I
cristiani, avendo carismi differenti (cfr Rm 12,6), devono collaborare alla
causa del Vangelo, ciascuno secondo le sue possibilità, i suoi mezzi, il suo
carisma e il suo ministero (cfr. 1 Cor 3,10). Tutti dunque, coloro che seminano
e coloro che mietono (cfr. Gv 4,37), coloro che piantano e coloro che irrigano,
devono formare una cosa sola (cfr. 1 Cor 3,8), affinché « tendendo tutti in
maniera libera e ordinata allo stesso scopo» indirizzino in piena unanimità le
loro forze all'edificazione della Chiesa. Per tale ragione il lavoro dei
messaggeri del Vangelo e l'aiuto degli altri cristiani vanno regolati e
collegati in modo che « tutto avvenga in perfetto ordine » (cfr. 1 Cor 14,40)
in tutti i settori dell'attività e della cooperazione missionaria.
Organizzazione
generale
29.
Poiché il compito di annunciare dappertutto nel mondo il Vangelo riguarda
primariamente il collegio episcopale il sinodo dei vescovi, cioè «la
commissione permanente dei vescovi per
Per
tutte le missioni e per tutta l'attività missionaria uno soltanto deve essere
il dicastero competente, ossia quello di « Propaganda Fide », cui spetta di
regolare e di coordinare in tutto quanto il mondo, sia l'opera missionaria in
se stessa, sia la cooperazione missionaria, nel rispetto tuttavia del diritto
delle Chiese orientali.
Benché
lo Spirito Santo susciti in diverse maniere lo spirito missionario nella Chiesa
di Dio, prevenendo sovente l'azione stessa di coloro cui tocca governare la
vita della Chiesa, tuttavia questo dicastero da parte sua deve promuovere la
vocazione e la spiritualità missionaria, lo zelo e la preghiera per le
missioni, e fornire a loro riguardo informazioni autentiche e valide. È suo
compito suscitare e distribuire i missionari, secondo i bisogni più urgenti
delle regioni. È suo compito elaborare un piano organico di azione, emanare norme
direttive e principi adeguati in ordine all'evangelizzazione e dare l'impulso
iniziale. È suo compito promuovere e coordinare efficacemente la raccolta dei
sussidi, che vanno poi distribuiti tenendo conto della necessità o della
utilità, nonché dell'estensione del territorio, del numero dei fedeli e degli
infedeli, delle opere e delle istituzioni, dei ministri e dei missionari.
Esso,
in collegamento con il segretariato per l'unità dei cristiani, deve ricercare i
modi ed i mezzi con cui procurare ed organizzare la collaborazione fraterna e
la buona intesa con le iniziative missionarie delle altre comunità cristiane,
onde eliminare, per quanto è possibile, lo scandalo della divisione.
È
necessario pertanto che questo dicastero costituisca insieme uno strumento di
amministrazione ed un organo di direzione dinamica, che faccia uso dei metodi
scientifici e dei mezzi adatti alle condizioni del nostro tempo, tenga conto
cioè delle ricerche attuali di teologia, di metodologia e di pastorale
missionaria.
Nella
direzione di questo dicastero devono avere parte attiva, con voto deliberativo,
dei rappresentanti scelti tra tutti coloro che collaborano all'attività
missionaria: vescovi di tutto il mondo, su parere delle conferenze episcopali,
e direttori degli istituti e delle opere pontificie, secondo le modalità ed i
criteri che saranno stabiliti dal romano Pontefice. Tutti questi delegati
verranno convocati periodicamente e reggeranno, sotto l'autorità del sommo
Pontefice, la organizzazione suprema di tutta l'attività missionaria.
Lo
stesso dicastero avrà a disposizione una commissione permanente di esperti
consultori, veramente insigni per dottrina ed esperienza; tra le altre
funzioni, essi avranno quella di raccogliere tutte le notizie utili, sia
intorno alle situazioni locali delle varie regioni e alla mentalità propria dei
diversi gruppi umani, sia intorno ai metodi di evangelizzazione da adottare,
proponendo poi delle conclusioni scientificamente fondate per l'opera e la
cooperazione missionaria.
Gli
istituti di suore, le opere regionali per le missioni, le organizzazioni dei
laici, in specie quelle a carattere internazionale, devono essere debitamente
rappresentate.
Organizzazione
locale nelle missioni
30.
Perché nell'esercizio dell'attività missionaria si raggiungano quei risultati
che ne costituiscono la finalità, tutti coloro che lavorano nelle missioni
devono avere «un cuore solo ed un'anima sola» (At 4,32).
È
compito del vescovo, come capo e centro unitario dell'apostolato diocesano,
promuovere, dirigere e coordinare l'attività missionaria, in modo tale tuttavia
che sia salvaguardata ed incoraggiata nella sua spontaneità l'iniziativa di
coloro che all'opera stessa partecipano. Tutti i missionari, anche religiosi
esenti, dipendono da lui nelle varie opere che riguardano l'esercizio
dell'apostolato sacro 7. Al fine di meglio coordinare le iniziative, il vescovo
costituisca, per quanto è possibile, un consiglio pastorale, di cui devono fare
parte chierici, religiosi e laici attraverso delegati scelti. Provveda anche a
che l'attività apostolica non resti limitata ai soli convertiti, ma che una
giusta parte di operai e di sussidi sia destinata all'evangelizzazione dei non
cristiani.
Cooperazione
stabilita dalle conferenze episcopali
31.
Le conferenze episcopali devono trattare in pieno accordo le questioni più
gravi e i problemi più urgenti, senza trascurare però le differenze tra luogo e
luogo 8 Perché poi non si utilizzino male persone e mezzi, già di per sé
insufficienti, perché non si moltiplichino senza vera necessità le iniziative,
si raccomanda di fondare, mettendo insieme le forze, delle opere che servano
per il bene di tutti, quali ad esempio i seminari, le scuole superiori e
tecniche, i centri pastorali, catechistici e liturgici, e quelli per i mezzi di
comunicazione sociale. Una tale cooperazione va eventualmente instaurata anche
tra diverse conferenze episcopali.
Coordinazione
locale degli istituti
32.
Conviene anche coordinare le attività svolte dagli istituti o dalle
associazioni ecclesiatiche. Esse, di qualsiasi tipo siano, devono dipendere,
per tutto quanto riguarda l'attività missionaria, dall'ordinario del luogo. A
tal fine sarà utilissimo fissare delle convenzioni particolari, atte a regolare
i rapporti tra l'ordinario del luogo e il superiore dell'istituto.
Allorché
ad un istituto viene affidato un territorio, sarà pensiero del superiore
ecclesiatico e dell'istituto stesso di indirizzare tutto a questo fine: che la
nuova comunità cristiana cresca e diventi una Chiesa locale, che poi, al
momento opportuno, sarà retta da un proprio pastore con clero proprio.
Cessando
il mandato su un territorio, si determina una nuova situazione. Allora le
conferenze episcopali e gli istituti devono emanare di comune accordo le norme
che regolino i rapporti tra gli ordinari dei luoghi e gli istituti. Tocca però
alla santa Sede fissare i principi generali, in base ai quali devono essere
concluse le convenzioni in sede regionale o anche quelle di carattere
particolare.
Anche
se gli istituti sono pronti a continuare l'opera iniziata, collaborando nel
ministero ordinario della cura d'anime, bisognerà tuttavia provvedere, man mano
che cresce il clero locale, a che gli istituti, compatibilmente con il loro
scopo, rimangano fedeli alla diocesi stessa, impegnandosi generosamente in
opere di carattere speciale o in una qualche regione.
Coordinazione
tra gli istituti
33. È
poi necessario che gli istituti che attendono all'attività missionaria in uno
stesso territorio trovino la giusta maniera per coordinare le loro opere. A
questo proposito sono di grande utilità le conferenze di religiosi e le unioni
di suore, di cui devono far parte tutti gli istituti della stessa nazione o
regione. Queste conferenze devono ricercare quanto si può fare in comune,
mettendo cioè insieme le forze, e mantenersi in stretto contatto con le
conferenze episcopali.
Tutto
questo è bene sia esteso in forma analoga anche alla collaborazione tra
istituti missionari nei paesi in cui hanno avuto origine, al fine di risolvere
più facilmente e con minori spese tutte le questioni ed iniziative comuni: si
pensi ad esempio alla formazione dottrinale dei futuri missionari, ai corsi per
missionari, alle relazioni da inviare alle pubbliche autorità o agli organismi
internazionali e soprannazionali.
Coordinazione
tra gli istituti scientifici
34.
Poiché il retto ed ordinato esercizio della attività missionaria esige che gli
operai evangelici siano scientificamente preparati ai loro doveri, in specie al
dialogo con le religioni e le civiltà non cristiane, e che nella fase di
esecuzione siano efficacemente aiutati, si desidera che a favore delle missioni
collaborino fraternamente e generosamente tra loro tutti gli istituti
scientifici che coltivano la missionologia e le altre discipline o arti utili
alle missioni, come l'etnologia e la linguistica, la storia e la scienza delle
religioni, la sociologia, le tecniche pastorali e simili.
CAPITOLO Vl
Introduzione
35.
Essendo
Tutti
i fedeli devono cooperare all'apostolato missionario
36.
Tutti i fedeli, quali membra del Cristo vivente, a cui sono stati incorporati
ed assimilati mediante il battesimo, la cresima e l'eucaristia, hanno lo
stretto obbligo di cooperare all'espansione e alla dilatazione del suo corpo,
sì da portarlo il più presto possibile alla sua pienezza (cfr. Ef 4,13).
Pertanto
tutti i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro
responsabilità di fronte al mondo, devono coltivare in se stessi uno spirito
veramente cattolico e devono spendere le loro forze nell'opera di
evangelizzazione. Ma tutti sappiano che il primo e principale loro dovere in
ordine alla diffusione della fede è quello di vivere una vita profondamente
cristiana. Sarà appunto il loro fervore nel servizio di Dio, il loro amore
verso il prossimo ad immettere come un soffio nuovo di spiritualità in tutta
quanta
Sarà
questo rinnovamento spirituale a far salire spontaneamente preghiere ed opere
di penitenza a Dio, perché fecondi con la sua grazia il lavoro dei missionari;
da esso avranno origine le vocazioni missionarie; da esso deriveranno quegli
aiuti di cui le missioni han bisogno.
E
perché tutti e singoli i fedeli conoscano adeguatamente la condizione attuale
della Chiesa nel mondo e giunga loro la voce delle moltitudini che gridano:
«Aiutateci» (At 16,9), bisogna offrir loro dei ragguagli di carattere
missionario con l'ausilio anche dei mezzi di comunicazione sociale: sentiranno
così come cosa propria l'attività missionaria, apriranno il cuore di fronte
alle necessità tanto vaste e profonde degli uomini e potranno venir loro in
aiuto. È necessario altresì coordinare queste notizie e cooperare con gli
organismi nazionali e internazionali.
La
cooperazione delle comunità cristiane
37.
Poiché il popolo di Dio vive nelle comunità, specialmente in quelle diocesane e
parrocchiali, ed in esse in qualche modo appare in forma visibile, tocca anche
a queste comunità render testimonianza a Cristo di fronte alle nazioni.
La
grazia del rinnovamento non può avere sviluppo alcuno nelle comunità, se
ciascuna di esse non allarga la vasta trama della sua carità sino ai confini
della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine
che ha per coloro che sono i suoi propri membri.
È
così che l'intera comunità prega, coopera, esercita una attività tra i popoli
pagani attraverso quei suoi figli che Dio sceglie per questo nobilissimo
compito.
Sarà quindi
utilissimo mantenere i contatti, senza tuttavia trascurare l'opera missionaria
generale, con i missionari che in questa stessa comunità hanno avuto origine, o
con una parrocchia o con una diocesi di missione, perché divenga visibile
l'unione intima tra le comunità, con il vantaggio di una reciproca
edificazione.
Dovere
missionario dei vescovi
38.
Tutti i vescovi, in quanto membri del corpo episcopale che succede al collegio
apostolico, sono stati consacrati non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza
di tutto il mondo. Il comando di Cristo di predicare il Vangelo ad ogni
creatura (cfr. Mc 16,15) riguarda innanzitutto e immediatamente proprio loro,
insieme con Pietro e sotto la guida di Pietro. Da qui deriva quella comunione e
cooperazione a livello delle Chiese, che oggi è così necessaria per svolgere
l'opera di evangelizzazione. In forza di questa comunione, le singole Chiese
sentono la preoccupazione per tutte le altre, si informano reciprocamente dei
propri bisogni, si scambiano l'una con l'altra i propri beni, essendo
l'estensione del corpo di Cristo dovere dell'intero collegio episcopale.
Il
vescovo, suscitando, promuovendo e dirigendo l'opera missionaria nella sua
diocesi, con la quale forma un tutto uno, rende presente e, per così dire visibile
lo spirito e l'ardore missionario del popolo di Dio, sicché la diocesi tutta si
fa missionaria.
È
pure compito del vescovo suscitare nel suo popolo, specialmente in mezzo ai
malati e ai sofferenti, delle anime che con cuore generoso sanno offrire a Dio
le loro preghiere e penitenze per l'evangelizzazione del mondo; incoraggiare
volentieri le vocazioni dei giovani e dei chierici per gli istituti missionari,
accettando con riconoscenza che Dio ne scelga alcuni per inserirli
nell'attività missionaria della Chiesa; spronare e sostenere le congregazioni
diocesane perché si assumano la loro parte nelle missioni; promuovere le opere
degli istituti missionari in seno ai suoi fedeli, specialmente le pontificie
opere missionarie. A queste opere infatti deve essere giustamente riservato il
primo posto, perché costituiscono altrettanti mezzi sia per infondere nei
cattolici, fin dalla più tenera età, uno spirito veramente universale e
missionario, sia per favorire una adeguata raccolta di sussidi a vantaggio di
tutte le missioni e secondo le necessità di ciascuna.
E
poiché si fa ogni giorno più urgente la necessità di operai nella vigna del
Signore ed i sacerdoti diocesani desiderano avere anch'essi un ruolo sempre più
importante nell'evangelizzazione del mondo, il santo Concilio auspica che i
vescovi, considerando la grandissima scarsezza di sacerdoti che impedisce la
evangelizzazione di molte regioni, mandino alle diocesi mancanti di clero,
debitamente preparati, alcuni dei loro migliori sacerdoti, perché si consacrino
all'opera missionaria: sarà qui che essi, almeno per un certo periodo,
eserciteranno con spirito di servizio il ministero missionario.
Ma
perché l'attività missionaria dei vescovi si risolva realmente a vantaggio di
tutta
In
sede di conferenza i vescovi devono trattare: dei sacerdoti del clero diocesano
da consacrare alla evangelizzazione delle nazioni; del contributo finanziario
che ciascuna diocesi, in proporzione del proprio reddito, deve versare
annualmente per l'opera missionaria; della direzione e dell'organizzazione dei
modi e dei mezzi ordinati al soccorso diretto delle missioni; dell'aiuto da offrire
agli istituti missionari ed ai seminari di clero diocesano per le missioni e,
se è necessario, della loro fondazione; della maniera di favorire rapporti
sempre più stretti tra questi istituti e le diocesi.
Parimenti
spetta alle conferenze episcopali fondare e promuovere delle opere che
consentano di accogliere fraternamente e di seguire ed assistere pastoralmente
coloro che, per ragioni di lavoro e di studio, emigrano dalle terre di
missione. Grazie a questi immigrati infatti i popoli lontani diventano in
qualche modo vicini, mentre alle comunità che sono cristiane da antica data si
offre la magnifica occasione di aprire un dialogo con le nazioni che non hanno
ancora ascoltato il Vangelo e di mostrare loro, nel servizio di amore e di
aiuto che prestano, il volto genuino del Cristo.
Dovere
missionario dei sacerdoti
39. I
sacerdoti rappresentano il Cristo e sono i collaboratori dell'ordine episcopale
nell'assolvimento di quella triplice funzione sacra che, per sua natura, si
riferisce alla missione della Chiesa. Siano dunque profondamente convinti che
la loro vita è stata consacrata anche per il servizio delle missioni. E poiché
mediante il loro ministero--incentrato essenzialmente nell'eucaristia, la quale
dà alla Chiesa la sua perfezione--essi entrano in comunione con Cristo capo ed
a questa comunione conducono le anime, non possono non avvertire quanto ancora
manchi alla pienezza del suo corpo e quanto quindi Sl debba compiere perché
esso cresca sempre più. Essi pertanto organizzeranno la cura pastorale in modo
tale che giovi alla espansione del Vangelo presso i non cristiani.
Nella
loro cura pastorale i sacerdoti desteranno e conserveranno in mezzo ai fedeli
lo zelo per l'evangelizzazione del mondo, istruendoli con la catechesi e la
predicazione intorno al dovere che
I
professori dei seminari e delle università esporranno ai giovani la situazione
reale del mondo e della Chiesa, perché sia chiara al loro spirito la necessità
di una più intensa evangelizzazione dei non cristiani e ne tragga alimento il
loro zelo. Nell'insegnamento poi delle discipline dogmatiche, bibliche, morali
e storiche mettano bene in luce quegli aspetti missionari che vi sono
contenuti, al fine di formare in questo modo una coscienza missionaria nei
futuri sacerdoti.
Dovere
missionario degli istituti religiosi
40.
Gli istituti religiosi, di vita contemplativa ed attiva, hanno avuto fin qui ed
hanno tuttora una parte importantissima nell'evangelizzazione del mondo. Il
sacro Concilio ne riconosce di buon grado i meriti, rende grazie a Dio per i
tanti sacrifici da loro affrontati per la gloria di Dio e il servizio delle
anime, e li esorta a perseverare indefessamente nel lavoro intrapreso,
consapevoli come sono che la virtù della carità, che devono coltivare in
maniera più perfetta in forza della loro vocazione, li spinge e li obbliga ad
uno spirito e ad un lavoro veramente cattolici.
Gli
istituti di vita contemplativa con le loro preghiere, penitenze e tribolazioni,
hanno la più grande importanza ai fini della conversione delle anime; perché è
Dio che, in risposta alla preghiera, invia operai nella sua messe (cfr. Mt
9,38), apre lo spirito dei non cristiani perché ascoltino il Vangelo (cfr. At
16,14), e rende feconda nei loro cuori la parola della salvezza (cfr. 1 Cor
3,7). Si invitano anzi gli istituti di questo tipo a fondare le loro case nelle
terre di missione, come del resto non pochi han già fatto, affinché, vivendovi
ed adattandosi alle tradizioni autenticamente religiose dei popoli, rendano tra
i non cristiani una magnifica testimonianza alla maestà ed alla carità di Dio,
come anche all'unione in Cristo.
Gli
istituti di vita attiva, perseguano o no un fine strettamente missionario,
devono in tutta sincerità domandarsi dinanzi a Dio se sono in grado di
estendere la propria azione al fine di espandere il regno di Dio tra le
nazioni; se possono lasciare ad altri alcune opere del loro ministero, per
dedicare le loro forze alle missioni; se possono iniziare un'attività nelle
missioni, adattando, se necessario, le loro costituzioni, secondo lo spirito del
fondatore; se i loro membri prendono parte secondo le proprie forze
all'attività missionaria; se il loro sistema di vita costituisce una
testimonianza al Vangelo, ben rispondente al carattere ed alla condizione del
popolo.
Poiché
infine, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, si sviluppano sempre più nella
Chiesa gli istituti secolari, la loro opera, guidata dall'autorità del vescovo,
può riuscire sotto diversi aspetti utilissima nelle missioni, come segno di
dedizione totale all'evangelizzazione del mondo.
Dovere
missionario dei laici
41. I
laici cooperano all'opera evangelizzatrice della Chiesa partecipando insieme
come testimoni e come vivi strumenti alla sua missione salvifica soprattutto
quando, chiamati da Dio, vengono destinati dai vescovi a quest'opera.
Nelle
terre già cristiane i laici cooperano all'opera evangelizzatrice sviluppando in
se stessi e negli altri la conoscenza e l'amore per le missioni, suscitando
delle vocazioni nella propria famiglia, nelle associazioni cattoliche e nelle
scuole, offrendo sussidi di qualsiasi specie, affinché il dono della fede, che
han ricevuto gratuitamente, possa essere comunicato anche ad altri.
Nelle
terre di missione invece, i laici, sia forestieri che autoctoni, devono
insegnare nelle scuole, avere la gestione delle faccende temporali, collaborare
alla attività parrocchiale e diocesana, stabilire e promuovere l'apostolato
laicale nelle sue varie forme, affinché i fedeli delle giovani Chiese possano
svolgere quanto prima la propria parte nella vita della Chiesa.
I
laici infine devono offrire volentieri la loro collaborazione in campo
economico-sociale ai popoli in via di sviluppo. Tale collaborazione è tanto più
degna di lode quanto più direttamente riguarda la fondazione di istituti
connessi con le strutture fondamentali della vita sociale, o destinati alla
formazione di coloro che hanno responsabilità politiche.
Meritano
una lode speciale quei laici che nelle università o negli istituti scientifici
promuovono con le loro ricerche di carattere storico o scientifico religioso la
conoscenza dei popoli e delle religioni, aiutando così i messaggeri del Vangelo
e preparando i1 dialogo con i non cristiani.
Collaborino
poi fraternamente con gli altri cristiani, con i non cristiani, specialmente
con i membri delle associazioni internazionali, proponendosi costantemente come
obiettivo che « la costruzione della città terrena sia fondata sul Signore ed a
lui sia sempre diretta ».
Naturalmente
per assolvere tutti questi compiti i laici han bisogno di un'indispensabile
preparazione tecnica e spirituale, da impartire in istituti specializzati,
affinché la loro vita costituisca tra i non cristiani una testimonianza a
Cristo, secondo l'espressione dell'Apostolo: « Non date scandalo né ai Giudei
né ai Gentili, né alla Chiesa di Dio, così come anch'io mi sforzo di piacere a
tutti in ogni cosa, non cercando il mio vantaggio, ma quello del più gran
numero, perché siano salvi» (1 Cor 10,32-33).
CONCLUSIONE
42. I
Padri conciliari, in unione con il romano Pontefice, sentendo profondamente il
dovere di diffondere dappertutto il regno di Dio, rivolgono un saluto
affettuosissimo a tutti i messaggeri del Vangelo, a coloro specialmente che
soffrono persecuzioni per il nome di Cristo, e si associano alle loro
sofferenze.
Sono
anch'essi infiammati da quello stesso amore, di cui ardeva Cristo per gli
uomini. Consapevoli che è Dio a far sì che venga il suo regno sulla terra,
insieme con tutti i fedeli essi pregano perché, mediante l'intercessione della
vergine Maria, degli apostoli, le nazioni siano quanto prima condotte alla
conoscenza della verità (cfr. 1 Tm 2,4) e la gloria di Dio, che rifulge sul
volto di Cristo Gesù, cominci a brillare in tutti gli uomini per l'azione dello
Spirito Santo (2 Cor 4,6).
7
dicembre 1965